Dalle antiche rotte marittime alla conservazione dei templi, India e Sud-est asiatico continuano a condividere un patrimonio culturale costruito nell’arco di millenni. Amish Tripathi, autore bestseller e pluripremiato, conduttore e produttore di videogiochi, racconta una relazione che continua a rinnovarsi nel presente
La Festa dell’Indipendenza dell’India non è soltanto una celebrazione della nostra libertà; è anche un’occasione per ricordare che la storia dell’India non è mai stata confinata entro i confini del subcontinente. Per millenni, le idee, i poemi epici e l’estetica della civiltà indiana hanno viaggiato con i venti monsonici, accompagnato i pellegrini e seguito i mercanti verso le terre del Sud-est asiatico. Oggi, mentre celebriamo il 15 agosto, celebriamo anche questo viaggio di civiltà condiviso con Indonesia, Malaysia, Singapore, Thailandia, Vietnam, Cambogia, Laos e Myanmar, un ponte vivo e pulsante tra i nostri popoli.
Un ponte di civiltà attraverso i mari
Nella tradizione indiana, uno yatra non è mai soltanto un viaggio fisico; è un viaggio dell’anima. Uno di questi viaggi vive ancora nella memoria dell’India orientale: lo storico Bali Yatra di Kalinga, nell’odierno Odisha. Ogni anno, sulle rive del Mahanadi, le persone affidano all’acqua piccole imbarcazioni per commemorare gli antichi marinai che salpavano verso Bali e oltre, portando con sé tessuti, spezie e storie. Non partivano soltanto come mercanti; partivano come narratori del Ramayana e del Mahabharata, come costruttori di templi, come portatori dell’idea che il Divino risieda in tutto il creato. Secoli dopo, quando attraversiamo i villaggi di Bali e vediamo i santuari induisti, quando ascoltiamo le storie del Ramayana intrecciarsi alle arti locali, ci rendiamo conto che questo ponte marittimo non si è mai veramente spezzato. Ha semplicemente cambiato forma.
Preservare un patrimonio condiviso
Oggi quel ponte viene consapevolmente rafforzato. Durante la sua recente visita di Stato in Indonesia nel luglio 2026, il primo ministro Narendra Modi ha visitato il magnifico complesso templare di Prambanan, vicino a Yogyakarta, il più grande tempio dedicato a Shiva in Indonesia. Lì, insieme al presidente Prabowo Subianto, ha scoperto una targa che segna l’avvio dei lavori di conservazione e restauro dell’Archaeological Survey of India in questo sito patrimonio mondiale dell’UNESCO. Prambanan non è soltanto pietra su pietra; è poesia nel basalto. Le sue celebri rappresentazioni del Ramayana sono considerate tra le più pure e sofisticate al mondo: l’arte indonesiana dà nuova vita a un poema epico indiano, mentre gli esperti indiani contribuiscono oggi a preservare questo patrimonio condiviso per le generazioni future.
Questo spirito di collaborazione è visibile in tutto il Mekong e oltre. In Laos, l’India ha unito le forze con i partner locali nel restauro di Vat Phou, un antico tempio dedicato a Shiva divenuto successivamente un sito buddhista, ai piedi della montagna sacra Lingaparvata. Qui, le pietre raccontano dell’incontro tra shivaismo e buddhismo e di come le nostre culture non abbiano mai considerato la fede come un muro, ma come una finestra.
L’India sostiene inoltre la conservazione della forma artistica del Ramayana Pha Lak Pha Lam, del teatro delle ombre e degli affreschi di Wat Pa Khae che raffigurano storie dei Jataka e del Ramayana, assicurando che gli artisti locali rimangano i custodi viventi di questo poema epico e non soltanto il suo pubblico.
In Cambogia, l’India è stata il primo Paese a farsi avanti per contribuire alla conservazione di Angkor Wat dopo il trauma del conflitto. Questo impegno è proseguito attraverso i progetti di restauro di Ta Prohm e Preah Vihear, oltre all’assistenza al tempio Ashram Maha Russey e ai dipinti della pagoda Wat Raja Bo. Non si tratta soltanto di progetti tecnici; sono atti di fiducia in un futuro condiviso. Ogni pietra ripulita, ogni pilastro consolidato dice al mondo che il nostro passato è un’eredità comune e che proteggerlo è una responsabilità comune.
Anche il Vietnam ha accolto la collaborazione indiana. A My Son, un altro sito patrimonio mondiale dell’UNESCO, gli archeologi indiani hanno lavorato a stretto contatto con i partner vietnamiti per restaurare complessi templari che conservano la memoria dei sovrani Cham e dei rituali shivaiti. L’India sostiene inoltre la conservazione della Torre Nhan e la digitalizzazione dei manoscritti Cham, portando un’antica sapienza nell’era digitale affinché un giovane ricercatore di Hanoi o Chennai possa accedere a questa eredità condivisa con un semplice clic.
Oltre i monumenti
La storia dei nostri legami culturali non si limita ai monumenti. Vive nelle reliquie sacre e nella devozione. La recente esposizione in Thailandia e Vietnam delle sacre reliquie del Buddha e dei suoi discepoli ha visto milioni di persone rendere omaggio, dai membri delle famiglie reali e dai leader fino ai comuni cittadini. Viaggiando dall’India al Sud-est asiatico, queste reliquie hanno ripercorso l’antico cammino del Dhamma, ricordandoci che la compassione e la saggezza hanno sempre attraversato liberamente i confini dell’Asia.
A volte, la storia torna a casa in forma tangibile. La restituzione dal Belgio delle tavole di rame di Leiden, legate ai grandi sovrani Chola e ai loro scambi marittimi con il Sud-est asiatico, rappresenta uno di questi momenti. Quelle tavole sono un manoscritto metallico della connettività, la prova che mercanti e sovrani indiani interagivano con l’Indonesia e con altre terre in uno spirito di rispetto e reciproco vantaggio. Il loro ritorno non è soltanto un evento emotivamente significativo per l’India; sottolinea l’orgoglio condiviso che noi e i nostri partner del Sud-est asiatico proviamo per le nostre storie intrecciate.
Intrecciare antichi legami e nuove connessioni
Per riunire questi diversi fili, l’India e i suoi partner del Mekong hanno creato anche nuovi spazi di dialogo. L’MGC Asian Traditional Textile Museum di Siem Reap, istituito nell’ambito della Mekong–Ganga Cooperation, presenta le ricche tradizioni tessili di India, Cambogia, Laos, Myanmar, Thailandia e Vietnam. Quando i visitatori attraversano le sue gallerie e vedono l’Ikat dell’Odisha, la seta thailandese, i tessuti del Myanmar e i broccati cambogiani esposti fianco a fianco, comprendono che il telaio è sempre stato un diplomatico, capace di costruire silenziosamente fiducia e familiarità oltre i confini.
Nuovi capitoli vengono scritti ancora oggi. Tra i prossimi progetti figurano il restauro degli affreschi del Ramayana a Wat Pa Khae, a Luang Prabang, e al Palazzo Reale di Phnom Penh, oltre al continuo sostegno alla conservazione del patrimonio buddhista di Bagan, in Myanmar. Ogni progetto rappresenta una promessa: l’impegno dell’India nel Sud-est asiatico continuerà a rispettare le tradizioni locali, a fondarsi su valori condivisi e a concentrarsi sul rafforzamento delle comunità.
Perché l’India conta
In questa Festa dell’Indipendenza, mentre l’India celebra il proprio cammino dal dominio coloniale a una modernità sicura di sé, lo facciamo con gratitudine verso i nostri compagni di civiltà. Il Sud-est asiatico non è per noi una regione lontana; è famiglia. I nostri templi possono essere separati dai mari, le nostre scritture possono essere diverse, le nostre lingue possono avere suoni differenti, ma le storie scolpite nella pietra e cantate sui palcoscenici ci ricordano che siamo parte di un’unica, grande saga asiatica.
Guardando al futuro, la determinazione dell’India è chiara. Continueremo a investire nella conservazione del patrimonio condiviso, a celebrare i nostri poemi epici comuni e a creare nuove opportunità, nella cultura, nell’istruzione, nel turismo o nella tecnologia, affinché i nostri popoli possano conoscersi meglio. Perché quando civiltà che hanno camminato insieme per duemila anni rinnovano la loro amicizia nel XXI secolo, fanno più che onorare il passato. Accendono una lampada per il futuro, una luce capace di guidarci tutti, attraverso il Mekong e il Gange, verso la pace, la prosperità e una più profonda comprensione reciproca.
















