Dopo quattro anni e mezzo di guerra, lo strumento militare non basta senza diplomazia. La “terza via” europea resta l’unica alternativa a un logoramento senza fine. La riflessione di Giorgio Starace, già ambasciatore d’Italia negli Emirati Arabi Uniti, in Giappone e nella Federazione russa
Quasi quattro anni e mezzo di guerra in Ucraina ci hanno mostrato come lo strumento militare sia ormai insufficiente nel determinare mutamenti degli equilibri geo-politici se non viene accompagnato da strategie ed iniziative diplomatiche perseguite con costanza e determinazione. La pace in Ucraina non sarà mai una “pace giusta” perché le paci giuste non sono mai esistite nella storia. Paci non giuste come la pace di Parigi che ha concluso la Prima Guerra Mondiale, come la pace firmata, sempre a Parigi, che ha posto fine alla guerra del Vietnam, come i tanti documenti e protocolli frutto di trattative e di dolorosi compromessi necessari a porre fine a devastazioni e atrocità.
Si potrebbe dire che abbiamo derubricato il conflitto in Ucraina alla normalità. Le immagini di una guerra devastante, lunga e sanguinosa giungono filtrate dalla disinformazione di entrambe le parti. I mercati hanno da tempo scontato il grave impatto sulle principali economie europee delle sanzioni alla Russia come anche le conseguenze politiche di questa nuova cortina di ferro tra Mosca ed Occidente. In Russia il regime tenta con strumenti diversi la carta della normalità. La propaganda da tempo individua l’intero “occidente collettivo” e non più solo Zelensky e le asserite derive naziste del suo governo come rivali sistemici. Ma quest’anno sicuramente qualcosa di rilevante è successo: la tecnologia, l’utilizzo massiccio di droni nei cieli ed in mare hanno sicuramente cambiato i termini del confronto militare, ristabilendo un certo equilibrio tra le parti in conflitto, e l’equilibrio in diplomazia è un ingrediente essenziale per l’avvio di una nuova fase di trattative.
Ma vediamo come si potrebbe finalmente individuare il punto di avvio di quel percorso lungo e periglioso che dovrebbe portare a trattative finalmente concrete e quindi ad una pace, se non giusta, almeno durevole.
Putin porta avanti con ostinata convinzione la sua “guerra di attrito” e questo perché sin dall’inizio dell’“operazione speciale” l’obiettivo principale di Mosca è sempre stato la sostituzione dell’attuale classe dirigente filo-occidentale ucraina con uomini e donne più vicine alla Russia. L’ideale per Putin sarebbe un nuovo Lukashenko al posto di Zelensky a Kyiv, ma anche un governo modello-Orban da addomesticare gradualmente potrebbe essere un’opzione. Le variabili che hanno sempre preoccupato Putin riguardano la sicurezza della Russia e la difesa da qualsiasi perturbazione politica di fonte occidentale degli attuali equilibri di potere a Mosca. Di qui il programma di de-militarizzazione e de-nazificazione della vicina Ucraina. La parte territoriale è sicuramente importante con la conquista delle “terre irredente” del Donbass e possibilmente del porto di Odessa, ma non è prioritaria. L’obiettivo principale è di fare in prospettiva dell’Ucraina uno stato non ostile, debole, disfunzionale, facilmente controllabile. Questo spiega l’errore di prospettiva che viene fatto da tutti noi in Occidente quando valutiamo con criteri nostri gli insuccessi o i successi della Russia nella sua campagna militare. La guerra secondo la prospettiva di Putin potrebbe così durare altri anni.
L’avanzata dell’armata russa su tutto il fronte ucraino è stata quest’anno sicuramente meno dinamica ed in diversi punti si è addirittura arrestata. Le perdite per entrambe le parti sono state ingenti, ma due sono gli elementi che si sono aggiunti alla nuova guerra tecnologica che, come ho accennato, ha cambiato gli equilibri. La Russia è stata colpita nelle sue catene di approvvigionamento energetico e i droni hanno portato disagio e incertezza anche a Mosca e nelle principali città.
Se Putin poteva sperare in una Caporetto sul fronte con un conseguente rapido dissolvimento del governo di Kyiv, adesso si vede costretto a puntare le sue carte sulla guerra di logoramento, su un lungo assedio di stampo medievale, contando sulla macabra analisi statistica che vede numericamente l’Ucraina in condizioni di evidente svantaggio, sia in termini di popolazione che di arsenali militari. La variabile politica accompagna le fredde valutazioni del Presidente russo. Il 2027 è anno elettorale in diversi Paesi europei: Spagna, Francia, Italia e Polonia potrebbero vedere consolidato il fronte dei partiti politici di destra e di sinistra contrari ad un impegno europeo a oltranza nel sostegno militare dell’Ucraina. Sul piano diplomatico i russi non danno segnali di muoversi dalla piattaforma discussa ed accordata ad Anchorage e che di fatto assicurava la sovranità della Russia su tutto il Donbass. L’Europa si è messa di traverso e tutto è rimasto sospeso.
Lavrov mantiene i contatti con il segretario di Stato Rubio, malgrado le ambiguità di Trump che ha recentemente ripreso il dialogo con Zelensky e non accenna a sganciarsi dal fronte dei Paesi occidentali che appoggiano militarmente ed economicamente l’Ucraina. Anche il più recente sviluppo della posizione americana, interpretata fedelmente da Rubio che, insieme a diversi influenti membri del Congresso, appare l’esponente della leadership americana più vicino a Zelensky, induce Putin ad insistere per la lunga e costosa guerra di attrito. Dopo un inverno di pesanti bombardamenti che esporranno la popolazione civile ucraina a devastazioni e ad ulteriori grandi problemi di riscaldamento, Putin spera in un collasso del governo Zelensky.
Questa è la prima soluzione, quella più favorevole alla Russia, che consentirebbe al Presidente Putin di cantare vittoria, giustificando in qualche modo il conflitto e recuperando al suo Paese il ruolo di grande potenza temuta e rispettata. Un grande azzardo ad un costo spropositato in termini di vite umane e di enormi spese che graveranno negli anni a venire sulla Russia. La fredda perseveranza verso i suoi obiettivi ha forse fatto perdere al leader russo la prospettiva storica. Anche in caso di una capitolazione, credo sia difficile ormai immaginare che Kyiv possa rientrare nell’area di influenza di Mosca e questo perché il mondo non è più governato da un equilibrio bipolare e l’Unione Sovietica è da tempo tramontata.
In Europa vige “l’ordine protestante” che per ora governa con polso più o meno fermo le istituzioni comunitarie e mantiene una sua influenza anche sulla Nato. La guerra di Putin ha enormemente aumentato l’importanza politica ed i margini di manovra di tutti i Paesi dell’arco nord-orientale del continente. Paesi baltici, Polonia, Repubblica ceca, Regno Unito, Svezia, Finlandia, Danimarca, Olanda formano un blocco abbastanza coeso che ha per ora scelto una conflittualità ad oltranza con la Russia. Sicuramente la scelta “protestante” di far pagare senza compromessi il colpevole della guerra di aggressione ha dato dei frutti, perché l’impegno finanziario e militare europeo a fianco dell’Ucraina è stato essenziale nella stagione del crescente disimpegno americano voluto dalla componente Maga dell’attuale amministrazione americana. Ma quale dovrebbe essere l’approccio europeo secondo la visione dei nordici? La guerra per procura (e cioè per il tramite dell’Ucraina) alla Russia nella speranza di vedere fiaccata la dirigenza del Cremlino ed innescare una crisi interna al regime? Ascoltando le parole della presidente della Commissione von der Leyen e dell’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas, la politica del bastone (sanzioni economiche ed appoggio militare all’Ucraina) sarebbe l’unico modo per piegare Putin.
Questa sarebbe la seconda soluzione, che però poggia su due basi molto fragili: credo sia illusorio continuare ad evocare la “sconfitta strategica” della Russia, come ritengo controproducente ed anche pericoloso per l’Europa predicare, come hanno fatto la Kallas e lo stesso Rutte, l’impossibilità che i rapporti tra Mosca e le capitali europee possano tornare ad una dinamica normale anche dopo il conflitto. Questa seconda soluzione non dà spazio alla diplomazia e non è un caso che dopo quattro anni e mezzo di guerra il Consiglio dell’Unione europea non abbia espresso un alto rappresentante europeo per la crisi in Ucraina.
Rimane una terza via. Una strategia che metta insieme l’appoggio politico e militare europeo all’Ucraina con una razionalizzazione e potenziamento del sistema di difesa europea come strumento di deterrenza nei confronti della Russia di Putin e il parallelo urgente avvio di una strategia diplomatica europea nei confronti di Kyiv e Mosca per la composizione del conflitto. Le tre priorità non si escludono, ma finora le capitali europee, dopo aver pedissequamente seguito la linea del presidente Biden che escludeva di fatto l’avvio di contatti con Mosca, non sono finora riuscite ad uscire da una vera e propria paralisi intellettuale, rinunciando ad una funzione fondamentale per influire positivamente nella risoluzione di questa lunga guerra.
L’Italia è lo specchio di questa paralisi. Sia a sinistra che a destra ci si è divisi su impegno o disimpegno a favore dell’Ucraina con i conseguenti epiteti sulle fazioni dei “putiniani” e degli “anti-putiniani”, ma si è persa di vista la terza via: l’unica che può percorrere l’Europa per evitare una pericolosa escalation a cui non siamo assolutamente preparati. È infatti troppo comodo affermare che è inutile tentare di aprire un negoziato guidato dalle principali capitali europee perché Putin rifiuta le trattative. La politica estera è fatta da azioni e reazioni e anche da dichiarazioni pubbliche dirette ad ottenere un forte impatto sull’opinione pubblica. Nel maggio scorso Putin fece il nome di Schröder come un valido interlocutore nel caso in cui l’Europa procedesse a nominare un rappresentante speciale per il conflitto ucraino. La proposta è stata ovviamente scartata per le evidenti prossimità (anche economiche) dell’ex cancelliere tedesco al regime di Mosca. Ma poi c’è stato il nulla. Per quale ragione la Russia dovrebbe credere in un’attitudine negoziale ed in un possibile ruolo di primo piano delle capitali europee per una futura trattativa se in Europa tutto tace e non si parla più neanche della nomina di un rappresentante europeo per la crisi ucraina?
Questa terza via, la sintesi tra l’appoggio all’Ucraina, la crescita della deterrenza europea e l’apertura di una forte spinta negoziale europea nei confronti di Mosca e Kyiv, potrebbe inoltre in Italia costituire il punto di raccordo tra le due fazioni contrapposte del “campo largo” del Centrosinistra ed all’interno del Centrodestra in vista delle elezioni e restituire unità di indirizzo alla politica estera, credibilità ed un ruolo importante al nostro Paese anche in quella crisi.
In questa fase vale la pena di tentare finalmente la carta europea per la trattativa e, per fare questo, l’iniziativa deve ritornare a Parigi, a Berlino, a Roma, a Londra. La politica estera dell’Europa sulla crisi ucraina non può più essere appannaggio esclusivo di quelle capitali che per comprensibili ragioni storiche non intendono o non sono in grado di presentare proposte attraverso gli strumenti diplomatici. Lo stesso Putin verrebbe comunque finalmente spiazzato da una forte iniziativa europea e costretto a mettere le carte sul tavolo. È infatti pericoloso e devastante per l’Ucraina, per la Russia e per la stessa Europa lasciargli come unica opzione la lenta e devastante guerra di logoramento. Non credo infine che si possa prescindere da un raccordo europeo con Washington e il segretario di Stato Rubio è forse l’uomo più adatto per questa fondamentale funzione.
Il tempo stringe, mentre si moltiplicano le spinte di chi in Russia ma anche in Occidente vuole continuare a menar le mani ed anche ampliare incoscientemente il conflitto, a tutto beneficio degli imponenti interessi economici dell’industria della difesa che sarebbe ormai più corretto chiamare “industria della guerra”.
















