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Verso la (vera) riforma della giustizia in Venezuela?

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Conclusa la prima tappa del dialogo tra l’opposizione venezuelano e il regime chavista, dopo l’arresto dell’ex leader Nicolas Maduro. Cosa hanno concordato, chi critica i negoziati e come hanno contribuito gli Usa nel processo

Ci riprovano, ancora una volta, opposizione e regime a trovare un accordo per la stabilità politica del Venezuela. Questa volta sotto lo sguardo vigile degli Stati Uniti. Ieri si è conclusa la prima fase del nuovo processo di dialogo conciliatore e tutte le parti coinvolte hanno concordato la necessaria riforma del Tribunale Supremo di Giustizia, fino ad oggi ai servizi della dittatura chavista.

Dopo una settimana di negoziati, organizzati in cinque sessioni plenarie e cinque incontri tra le commissioni tecniche, entrambe le parti hanno deciso che per il benessere del Paese bisogna “attivare un nuovo processo di postulazione per il rinnovo e la nomina di tutti i magistrati del Tribunale Supremo di Giustizia”, ha spiegato la leader della delegazione dell’opposizione, Dinorah Figuera.

Successivamente, si spera in un rinnovo e allargamento del comitato delle istanze giudiziarie, così come la formazione di un nuovo consiglio di revisione dei requisiti e delle credenziali per valutare in modo rigoroso e trasparente i candidati del Tribunale Supremo di Giustizia, nel rispetto di quanto stabilito dalla Costituzione e dalla legge. Figuera ha anche proposto una nuova riforma della legge della giustizia.

“Il programma di esecuzioni di questi accordi comincerà ad agosto, con annunci ufficiali e azioni concrete, con un meccanismo di lavoro continuo che assicuri il rispetto rigido di ogni impegno”, ha concluso la leader dell’opposizione venezuelana.

Queste conclusioni arrivano dopo le prime sedute della nuova fase di dialogo con il regime chavista. È da ricordare che si tratta del 18° tentativo di negoziazione negli ultimi 20 anni per costruire una rotta democratica in Venezuela, come sottolinea il quotidiano El Pais. Questa volta, la differenza la fa l’intervento diretto del governo americano.

Intanto, fuori dall’albergo dove si sono svolti i negoziati a Caracas, si sono registrate manifestazioni da parte di sindacati locali, che contestano la chiusura che ha caratterizzato questo processo di dialogo. La loro richiesta principale è lo svolgimento di elezioni presidenziali quest’anno, anche se ci sono difficoltà logistiche per gli effetti dei due terremoti del 24 giugno, e l’immediata liberazione dei prigionieri politici che sono ancora in carcere.

“Il futuro del Venezuela è soggetto a un nuovo bivio politico. I negoziati hanno ancora la sfida di raggruppare l’opposizione intorno agli accordi”, conclude El Pais. La leader e premio Nobel per la Pace 2025, Maria Corina Machado, resta ancora fuori da questo processo nonostante la sua popolarità.

 

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