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La Cia crea una task force su Cuba e intensifica la pressione sull’Avana

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L’intenzione di Donald Trump di promuovere un cambiamento di regime a Cuba è evidente, ma tutto indica che c’è in atto una strategia diversa rispetto a quelle messe in atto in Venezuela e in Iran. La chiave è nell’erosione del sistema politico cubano dall’interno… L’analisi del Soufan Center

L’amministrazione di Donald Trump è sempre più interessata all’evoluzione politica di Cuba. Come raccontato da Formiche.net, l’interesse del segretario di Stato americano, Marco Rubio, sul destino dei cubani e dell’America latina in generale non è solo politico. La sua è una famiglia di origine cubana, emigrata negli Usa, e sostenere un cambiamento nella quotidianità dell’isola per lui è un affare personale più che geopolitico.

Negli ultimi giorni la Central Intelligence Agency (Cia) ha creato una squadra specifica che si dedicherà a raccogliere informazioni, tracciare i flussi finanziari legati all’élite politica cubana ed esercitare pressioni economiche e politiche, come ha scritto Formiche.net.

Lo sguardo delle autorità americane su Cuba si è intensificato e l’isola è persino considerata una “minaccia per la sicurezza nazionale” degli Usa. Per il regime cubano, l’intenzione di Washington è quella di un intervento diretto, come accaduto in Venezuela e l’Iran. Ma questa volta la strategia potrebbe essere quella di sgretolare e indebolire la dittatura cubana dall’interno.

Per il Soufan Center, la notizia di una nuova task force clandestina americana su Cuba potrebbe “essere stata una fuga di notizie involontaria”, ma alcuni analisti e giornali hanno ipotizzato che si tratta di una strategia intenzionale per inviare un messaggio di avvertimento alla leadership politica cubana ed esercitare ulteriore pressione.

“Le misure punitive di natura economica, come le sanzioni e gli embarghi marittimi sulle spedizioni di petrolio destinate al mercato cubano, hanno avuto un profondo impatto sul governo cubano”, scrive l’organizzazione fondata da Ali Soufan, ex agente speciale dell’Fbi ed esperto di antiterrorismo di fama internazionale.

L’analisi ricorda come da inizio anno, molti dei contatti diretti tra gli Stati Uniti e i funzionari cubani – in particolare con il nipote di Raúl Castro e figura di spicco dell’economia cubana, Raúl Guillermo Rodríguez Castro – si sono spostati dal Dipartimento di Stato americano alle agenzie di intelligence statunitensi: “Questo processo è culminato nella rara visita pubblica del direttore della Cia John Ratcliffe all’Avana, avvenuta a maggio, per trasmettere un messaggio della Casa Bianca ai funzionari militari e dell’intelligence cubani. A questa visita ha fatto seguito un aumento della sorveglianza tramite droni statunitensi e una maggiore presenza dell’intelligence americana sull’isola”.

Il Soufan Center ha inoltre preso atto dei recenti sforzi del governo americano per stabilire una giustificazione probatoria e plasmare il sostegno pubblico per una risposta più assertiva: “È chiaro che gli Stati Uniti stanno compiendo un ulteriore passo verso un’azione più diretta contro il governo cubano, cercando di replicare le precedenti iniziative dell’amministrazione Trump nell’escalation militare con Venezuela e Iran. Tuttavia, sembra che l’amministrazione Trump stia modificando le sue tattiche, sostituendo le campagne di escalation caratterizzate da un rapido dispiegamento di risorse navali e operazioni antidroga in Iran e Venezuela con un approccio basato sull’intelligence a Cuba”.

Dopo aver fallito nel generare un autentico cambiamento politico attraverso attacchi aerei, attività di sorveglianza e raccolta di informazioni e operazioni speciali di estrazione in Iran e Venezuela, sembra che gli Usa stiano cambiando strategia a Cuba. L’obiettivo finale dell’amministrazione Trump è lo stesso perseguito in Iran e Venezuela: il cambio di regime, ma con mezzi diversi.

Un intervento militare diretto non è ancora inevitabile. “L’amministrazione Trump dovrà comunque valutare attentamente la prospettiva di costose operazioni militari americane sia in Medio Oriente che nei Caraibi – prosegue Soufan Center -. Già alle prese con una crisi di approvvigionamento di munizioni, il complesso industriale della difesa statunitense si troverebbe sotto pressione con l’aggiunta di un ulteriore teatro operativo alla lista delle sue priorità. Sebbene gli Stati Uniti superino di gran lunga le capacità militari cubane e un’operazione sull’isola sarebbe concepita come una missione di decapitazione lampo piuttosto che come una campagna convenzionale e prolungata, gli Usa dovrebbero probabilmente considerare la possibilità di un’operazione terrestre asimmetrica contro una costellazione di milizie guerrigliere cubane. In vista delle elezioni di metà mandato, un’azione militare americana su due fronti si rivelerebbe politicamente costosa per la Casa Bianca di Trump, rendendo ulteriormente necessaria una riflessione”.


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