La nuova linea di Donald Trump verso Pyongyang rischia di produrre un effetto inatteso sull’alleato sudcoreano: accelerare la ricerca di autonomia strategica. Seul vuole recuperare il pieno controllo delle proprie forze in caso di guerra e rafforzare le capacità necessarie a sostenere la propria sicurezza anche con un minore coinvolgimento operativo americano
La decisione di Donald Trump di ridurre in modo sostanziale le esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud non sembra essere stata preso con leggerezza dal partner asiatico, che adesso valuta il recupero del pieno controllo operativo delle proprie forze armate in caso di guerra, un obiettivo che è da tempo al centro dell’agenda di Seul, ma le cui tempistiche sono state più volte rinviate dai governi che si sono succeduti.
Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha infatti ribadito che il trasferimento del wartime operational control, l’autorità di comando sulle forze sudcoreane in caso di conflitto, deve procedere senza rallentamenti. Secondo Lee, rafforzare l’autonomia militare sudcoreana non significa indebolire l’alleanza con Washington. Al contrario, una maggiore capacità di difesa nazionale dovrebbe rendere Seoul un alleato più solido e indispensabile. “Un’alleanza forte rende più forte la base della sicurezza”, ha sottolineato il presidente, collegando il rafforzamento delle capacità autonome alla necessità di mantenere salda la partnership con gli Stati Uniti. Il tema ha però una forte dimensione simbolica. Dalla fine della guerra di Corea, nel 1953, il comando operativo in caso di conflitto è rimasto nelle mani statunitensi attraverso il Combined Forces Command, guidato da un generale americano. Seul ha recuperato il controllo in tempo di pace nel 1994, ma quello in tempo di guerra continua a rappresentare una delle principali questioni legate alla sovranità nazionale.
A rendere il passaggio ancora più significativo è il momento in cui arriva. Nelle scorse ore Trump ha ordinato al Pentagono di ridurre le esercitazioni previste tra le forze americane e sudcoreane, sostenendo che la Corea del Nord guidata da Kim Jong-un sia stata “non minacciosa e rispettosa” e sottolineando i buoni rapporti personali con il leader nordcoreano. La decisione è stata resa pubblica a ridosso dell’esercitazione Ulchi Freedom Shield, iniziata lunedì e originariamente programmata per dieci giorni. Le manovre avrebbero dovuto coinvolgere circa 18mila militari sudcoreani, oltre alle forze statunitensi e a personale di undici dei diciotto Paesi membri dell’United Nations Command. Le esercitazioni avrebbero dovuto anche contribuire a verificare la preparazione di Seoul in vista del trasferimento del comando operativo. Il loro ridimensionamento introduce quindi un elemento di incertezza proprio mentre la Corea del Sud punta ad accelerare il processo.
La scelta di Washington appare inoltre in controtendenza rispetto alle valutazioni dei vertici militari statunitensi e sudcoreani. Pyongyang ha infatti acquisito una crescente esperienza bellica attraverso il sostegno fornito alla Russia nella guerra contro l’Ucraina. La Corea del Nord ha inviato uomini, munizioni d’artiglieria e missili balistici a Mosca, mentre i militari nordcoreani hanno avuto modo di osservare e sperimentare nuove modalità di combattimento, comprese quelle legate all’impiego dei droni. Il problema, dunque, va oltre la semplice riduzione di un’esercitazione. La linea di Trump rischia di modificare gli equilibri sui quali si è fondata per decenni la deterrenza nella penisola coreana, mentre Seoul potrebbe essere spinta ad accelerare il rafforzamento delle proprie capacità autonome.
La dinamica potrebbe produrre un paradosso strategico. Un ridimensionamento della presenza e dell’addestramento militare americano, motivato da Trump anche dalla volontà di mantenere aperto il canale con Kim Jong-un, potrebbe infatti rafforzare a Seoul la convinzione che la Corea del Sud debba essere maggiormente in grado di difendersi autonomamente.Il governo sudcoreano ha intanto cercato di evitare che la propria posizione venga interpretata come un passo verso l’escalation. L’ufficio presidenziale ha ribadito che le esercitazioni non hanno come obiettivo l’attacco alla Corea del Nord e che la loro funzione fondamentale resta quella di proteggere la sicurezza e la vita quotidiana della popolazione.
















