Il nuovo centro che guarda al 2027 non può prescindere dall’incontro tra cultura liberal-democratica e tradizione cattolico-popolare e sociale. Una convergenza che appartiene alla storia della Repubblica e che oggi può rappresentare l’alternativa agli opposti populismi
È un fatto oggettivo prima ancora che una valutazione politica e culturale. E cioè, un progetto di centro, una politica di centro e un programma centrista, riformista e di governo non possono fare a meno in Italia di due culture fondamentali: la componente liberal-democratica, laico e repubblicana e quella cattolico popolare e cattolico sociale.
Certo, nel nostro paese esistono molte altre sensibilità culturali, mondi vitali e culture che sono riconducibili alla galassia centrista. Ma è indubbio che ci sono delle costanti che non possono essere messe banalmente in discussione. Lo dice anche e soprattutto la storia democratica del nostro paese. Dalla intera prima repubblica – ovvero l’alleanza tra la Democrazia Cristiana e i partiti di democrazia laica e socialista – alla stessa fase iniziale della seconda repubblica. Con l’esperienza del Ppi prima e della Margherita poi. E anche della prima stagione del Pd. Comunque sia, qualunque progetto di centro è credibile nella misura in cui la componente cattolico popolare e sociale è presente, visibile e protagonista nella costruzione del progetto politico complessivo.
Ora, e per restare all’attualità, il progetto di un centro autonomo, riformista, democratico e di governo che si sta lentamente definendo in vista delle elezioni del 2027 necessita della presenza, della unità e della convergenza di queste due componenti fondamentali. Del resto, la presenza e l’attivismo dei due principali leader di questo progetto, e cioè Carlo Calenda e Pina Picierno, conferma questa costante di fondo. E questo anche per una ragione di fondo che poi è la vera motivazione, oggi, per avere in campo un vero e credibile progetto di centro. Ovvero il sostanziale dissolvimento – se non addirittura la scomparsa – di ogni sensibilità centrista e riformista all’interno dei due schieramenti maggioritari. Fuorché ci sia qualcuno che, oggi, ha il coraggio e la spregiudicatezza di sostenere che nella “gioiosa macchina da guerra” che si sta faticosamente costruendo a sinistra, o nel polo sovranista e conservatore che si consolida a destra la politica e il progetto di centro hanno un ruolo, un significato ed una rilevanza politica e progettuale.
A sinistra prevale il cosiddetto “lodo Bettini”. Ovvero l’intramontabile e sempre moderno tic comunista che prevede la presenza dei cosiddetti “partiti contadini” all’interno della coalizione. Partiti, cioè, che vengono inventati a tavolino dal partito perno della coalizione e che, sempre per citare Bettini, possono essere tranquillamente collocati sotto una “tenda”. Insomma, parliamo di soggetti che non mettono affatto in discussione il progetto della coalizione di sinistra e progressista come l’esperienza di questi ultimi tempi conferma in modo persin plateale.
Come, del resto, capita a destra. Dove l’autorevolezza, il carisma e il peso politico della Premier Giorgia Meloni sono talmente forti ed invadenti da cancellare, se non fortemente attenuare, qualsiasi istanza e anelito centrista, moderato e riformista. Ecco perche, se si vuole realmente e concretamente costruire un vero, credibile ed autentico polo centrista, riformista e di governo, ancora una volta il pensiero e la cultura cattolico popolare e cattolico sociale possono essere decisivi per evitare che si consolidi la deriva degli “opposti estremismi”, o degli “opposti populismi”, per usare un linguaggio più contemporaneo. Anche perchè senza un centro riformista, democratico e di governo è a rischio la stessa qualità della nostra democrazia.
















