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Vi spiego cosa distingue l’analisi di intelligence dall’opinionismo. La lezione del gen. Cristadoro

Di Nicola Cristadoro
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L’intelligence non è soltanto raccolta di informazioni, ma un processo di produzione della conoscenza destinata al decisore. Per capire se possa essere considerata una scienza, il punto di partenza è il metodo: dalla falsificabilità all’ermeneutica, passando per deduzione, induzione e abduzione. L’analista deve trasformare dati e notizie in ipotesi verificabili, senza confondere la probabilità con la certezza. È proprio questa rigorosa disciplina dell’interpretazione a distinguere l’intelligence da opinioni, sospetti e valutazioni non fondate sui fatti. La riflessione del generale Nicola Cristadoro

Lo scopo della presente disamina è dimostrare se l’intelligence sia o meno classificabile come una materia scientifica. Per procedere nel  nostro studio dobbiamo, innanzitutto, dare una definizione di “intelligence”. La definizione qui proposta è la seguente: l’intelligence è il risultato della raccolta e dell’elaborazione ufficiale e segreta, attraverso la procedura nota come “ciclo intelligence”, di dati relativi a paesi stranieri, al fine di contribuire alla formulazione e all’attuazione della politica estera, nonché lo svolgimento di attività clandestine all’estero per facilitare l’attuazione della politica estera.

In primo luogo, osserviamo che tutti questi aspetti si riferiscono ad attività specifiche, in virtù delle loro caratterizzazioni di “ufficialità” e “segretezza”, tali da differenziarle da altre categorie di attività umana. Un secondo aspetto è relativo alla delimitazione dell’ambito di applicazione della materia, che ascriviamo prioritariamente alla sfera della politica e, segnatamente, ai rapporti e alla competizione tra gli Stati. In realtà, poiché è evidente che i risultati dell’elaborazione dei dati raccolti conducano ad elementi di “conoscenza” e che la “conoscenza” sia auspicabile in qualunque processo decisionale, possiamo affermare che l’intelligence sia tanto un’attività che è opportuno svolgere, quanto i prodotti della stessa di cui è opportuno disporre, in qualunque circostanza sia richiesto un livello di conoscenza della situazione (situational awareness), per poter prendere delle decisioni adeguate ed efficaci. 

Figura chiave destinataria dell’intelligence, pertanto è il decisore (decision maker) che, tornando alla nostra formulazione iniziale, è il responsabile politico cui spetta indicare le linee-guida per le azioni da intraprendere nelle relazioni internazionali.

In generale, per quanto detto, chiunque si trovi nella posizione di dover decidere su delle scelte da operare e debba diramare delle direttive attuative, necessita di “conoscenza”, dunque di “intelligence” .

Un’altra definizione di cui abbiamo bisogno è quella di “scienza”. Una definizione generalmente accettata afferma che la scienza è conoscenza accumulata, sistematizzata e formulata con riferimento alla scoperta di verità generali o al funzionamento di leggi generali.

Se mettiamo in relazione le due definizioni, sembrerebbe che non vi sia nulla nell’intelligence che ne impedisca l’essere una scienza. La scienza è una questione di metodologia, non di oggetto di studio, e l’intelligence ha accumulato conoscenze, dati empirici e procedure suscettibili di sistematizzazione e formulazione. Pertanto, può essere considerata una scienza. 

A questo punto, ci poniamo due quesiti. Se l’intelligence può essere una scienza, che tipo di scienza potrebbe essere? Quali scienze sviluppate si occupano di dati simili a quelli dell’intelligence? 

Le risposte alle due domande faranno luce sui problemi metodologici relativi allo sfruttamento dei dati dell’intelligence e alla formulazione delle sue verità e leggi generali. 

L’interpretazione dei raccolti attraverso l’elaborazione degli stessi ci consente di inquadrare la funzione dell’ermeneutica nella produzione dell’intelligence. La riflessione filosofica fondata sul dibattito epistemologico evidenzia come la sicurezza del decisore politico ed economico dipenda esclusivamente da conoscenze validate. Senza l’applicazione rigorosa del metodo scientifico, le valutazioni di intelligence rischierebbero di ridursi a mere congetture o sospetti infondati.

In definitiva, vedremo che l’intelligence, intesa come metodologia scientifica, è il processo rigoroso di raccolta, analisi e interpretazione dei dati informativi. Attraverso il famoso “ciclo” (pianificazione della ricerca, ricerca e raccolta, elaborazione e diffusione), trasforma dati grezzi in conoscenza verificabile, applicando i principi di falsificabilità e controllo fattuale propri della scienza.

Un unico metodo per tutta la ricerca scientifica

Esistono due o più metodi separati e distinti o l’intera ricerca scientifica si sviluppa attraverso le regole procedurali e decisionali di un unico metodo?

Per rispondere alla domanda, consideriamo la seguente riflessione del filosofo Karl Popper: “La mia concezione del metodo della scienza è semplicemente questa: esso sistematizza il metodo prescientifico dell’imparare dai nostri errori; lo sistematizza grazie allo strumento che si chiama discussione critica. … Esso consiste in questi tre passi: 1. inciampiamo in qualche problema; 2. tentiamo di risolverlo, ad esempio, proponendo qualche nuova teoria; 3. impariamo dai nostri sbagli, specialmente da quelli che ci sono resi presenti dalla discussione critica dei nostri tentativi di risoluzione. …In tre parole: problemi, teorie, critiche”.

Popper, dunque, sostiene  che il modo di procedere della scienza razionale consiste nel proporre ipotesi come tentativi di soluzione dei problemi, ipotesi da sottoporre a severi controlli al fine di scoprire eventuali errori da correggere tramite altre ipotesi, anch’esse da controllare, e così via.

Sostiene ancora il filosofo: “Elaborare la differenza tra scienza e discipline umanistiche è stata a lungo una moda ed è diventato noioso. Il metodo di risoluzione dei problemi, il metodo delle congetture e delle confutazioni sono praticati da entrambe”.

Diventa, allora,  fondamentale il concetto della falsificazione di una teoria. L’esito del controllo di una teoria, infatti, può essere duplice: o la sua conferma o la sua smentita; in altre parole, o la sua corroborazione o la sua falsificazione. Una teoria è scientifica se è falsificabile, cioè se è possibile che l’esperienza la contraddica. “Assumere per vero” non equivale ad “essere vero”; tale principio deve essere sempre alla base di ogni ragionamento effettuato da un analista intelligence, sia che egli proceda nel suo lavoro attraverso logiche induttive, deduttive  o abduttive, di cui tratteremo più avanti.

Arriviamo, allora, al ruolo dell’ermeneutica, essenziale per comprendere la dimensione scientifica dell’intelligence, in cui alle considerazioni di Popper si affiancano quelle del filosofo Hans-Georg Gadamer. Secondo Gadamer, uno studioso che approccia un testo per esaminarlo non ha la mente come una tabula rasa, bensì ha una sua pre-comprensione (Vorveständnis) costituita dai suoi pregiudizi, i cosiddetti bias cognitivi, le sue presupposizioni, le sue attese. Dato quel testo e data la sua pre-comprensione, l’interprete abbozza un preliminare “significato” del testo. Il successivo lavoro, propriamente ermeneutico, consiste nella revisione del “significato” iniziale “che viene continuamente riveduto in base a ciò che risulta dall’ulteriore penetrazione del testo”. Sostanzialmente l’interpretazione comincia con dei pre-concetti che, di volta in volta, vengono sostituiti da concetti più adeguati. Lo stesso accade nel processo analitico dell’intelligence.

Si ponga attenzione al concetto di “interpretazione”, assolutamente centrale nel lavoro svolto dagli analisti dell’intelligence. È l’“interpretazione”, infatti, la fase conclusiva dell’elaborazione dei dati raccolti, attraverso la quale l’analista esprime delle congetture fondate su un accurato lavoro di corroborazione-falsificazione delle ipotesi via via formulate, fino a scegliere quella che, secondo lui, è la più verosimile tra quelle esaminate. La più verosimile, non quella certa, in quanto, anch’essa potrebbe, alla prova dei fatti, essere falsificata. Il compito dell’ermeneuta è infinito e, tuttavia, possibile. Così sarebbe anche quello dell’analista. Tuttavia, per gli scopi che si prefigge, l’intelligence a un certo punto deve decidere dove interrompere il processo dell’elaborazione dei dati (fatti) e deve fornire un’ipotesi al decisore, un’ipotesi fondata su fatti e non su illazioni, che abbia un valore predittivo rispetto alla possibile evoluzione di una situazione e che consenta, pertanto, di prendere delle decisioni su una base scientifica e, come detto, fattuale.

L’intelligence come scienza

Torniamo, allora, sulle finalità dell’intelligence e sulla centralità del decisore. Qual è il compito dell’intelligence se non quello di fornire “conoscenze” al decisore? E in che modo, se non attraverso il metodo scientifico, l’operatore potrà produrre conoscenze da offrire al suo committente, cioè il decisore?

L’attendibilità di una fonte; la veridicità o meno di un’informazione e il livello di probabilità che si verifichi il “fatto” in essa contenuto; l’esattezza di una traduzione; la decifrazione di un messaggio; la scoperta degli esecutori di un attentato, possibilmente prima che lo realizzino (ricordiamoci l’essenzialità del “valore predittivo”); l’acquisizione e la valutazione di notizie rilevanti per la prevenzione di azioni sovversive/eversive; l’acquisizione e la verifica di elementi rilevanti per la tutela degli interessi economici nazionali, del patrimonio tecnologico e delle innovazioni che consentono di garantire la competitività del sistema industriale nazionale, sono tipiche e caratterizzanti attività di intelligence, forme di analisi la cui realizzazione presuppone ed esige, in ogni fase del processo, una rigorosa applicazione del metodo scientifico.

Le “conoscenze” devono essere il risultato di indagini e processi valutativi condotti con metodo scientifico, altrimenti non possono essere definite “conoscenze”: “Siccome l’intelligence cerca di produrre una forma di conoscenza, l’analisi deve essere concepita come attività costruttrice di conoscenza. Il miglioramento dell’analisi richiede, pertanto, la comprensione dell’epistemologia, un ramo della filosofia che si occupa della teoria, delle origini e della natura della conoscenza”.

Da un punto di vista terminologico, a questo punto possiamo definire le “conoscenze” compiutamente “informazioni”, prodotte dall’analista intelligence nella fase dell’“elaborazione” attraverso la trasformazione delle notizie e dei dati raccolti, in particolare in virtù della sua interpretazione dei fatti. Proprio l’aspetto relativo alla “interpretazione”, di cui si è già detto, ci porta ad ulteriori considerazioni di carattere scientifico, necessarie a non perdere di vista la relatività delle conclusioni tratte.

A tale scopo, pensiamo alla teoria dell’inferenza sviluppata dal matematico e filosofo Charles Sanders Peirce. Per “inferenza” egli intende i tipi di ragionamento scientifico e i generi di giustificazione che se ne possono offrire. Peirce non indaga il contesto della scoperta, bensì il contesto della giustificazione. Per lui nella scienza ci sono tre fondamentali metodi di ragionamento (inferenze): la deduzione, l’induzione e l’abduzione. 

Nella deduzione, data la verità delle premesse deve necessariamente seguire la verità della conclusione: “Tutti gli uomini sono mortali. Socrate è un uomo, dunque, Socrate è mortale.”

L’induzione è la prova sperimentale di una teoria. Da un caso particolare si cerca una regola generale: “Il cigno 1 è bianco, il cigno 2 è bianco, il cigno 3 è bianco. Quindi, tutti i cigni sono bianchi”. Viene smentita (falsificata) dall’esistenza di un cigno nero. 

Nell’abduzione si parte da un fatto strano che non rappresenta la normalità e necessita di spiegazione. Si pensa ad una regola plausibile che potrebbe spiegare il fatto. L’idea è solo probabile e può essere falsa, ma fornisce una pista da seguire: “C’è una porta aperta e degli oggetti sono spariti (fatto). Si può pensare che sia passato un ladro (ipotesi abduttiva)”.

È l’ipotesi abduttiva, con la sua fallibilità, a far progredire la scienza. Karl Popper rifiuta radicalmente l’induzione, dimostrando che non esiste nella scienza. Al suo posto usa un metodo ipotetico-deduttivo (basato su deduzione e falsificazione), mentre l’abduzione inventata da Peirce serve a creare le ipotesi di partenza. In definitiva, Peirce sosteneva: “Ci sono tre cose che mai possiamo sperare di ottenere attraverso il ragionamento e cioè, la certezza assoluta, l’esattezza assoluta, l’universalità assoluta. … Noi non possiamo essere assolutamente certi di niente.”

Nella produzione di informazioni , dunque, di conoscenze, consiste la finalità dell’intelligence, Di conoscenze, non di opinioni espresse sulla scorta della propria emotività, o di sospetti non verificabili, o di prese di posizione ideologiche.

Conclusioni

Nella tassonomia della scienza esiste un grande raggruppamento chiamato “scienze sociali” o “scienze politiche”. Le scienze politiche si occupano dell’integrazione dei valori realizzati e incarnati nelle relazioni interpersonali. Confrontando questa definizione con la nostra definizione di intelligence, è abbastanza chiaro che nulla la esclude dal gruppo delle scienze politiche come una materia specialistica. 

Consideriamo, quindi, l’intelligence per vedere quali aspetti peculiari consentono di distinguerla da altri tipi di attività umana o di relazioni interpersonali. L’elemento distintivo, fondamentalmente, è rappresentato dal binomio “ufficialità-segretezza” enunciato in apertura di questa trattazione. Più si studia questo aspetto, più appare evidente che, se eliminiamo termini quali “ufficiale”, “segreto” e “occulto” dalla definizione data all’inizio, non c’è nulla che sia svolto sotto l’etichetta di intelligence che non sia altrettanto svolto in modo identico o quasi in ambiti diversi da quello dell’intelligence. Tuttavia, dobbiamo tenere presente che questa materia si distingue dalle altre scienze sociali perché unisce elementi di scienza politica, storia, diritto e sociologia, concentrandosi in modo specifico sulla raccolta, sull’analisi e sulla protezione delle informazioni classificate, per la sicurezza dello Stato. Rispetto alla Scienza Politica analizza il potere, ma studia il segreto e l’inganno nei rapporti tra Stati; relativamente alla Sociologia, studia la società, ma si focalizza su gruppi chiusi, organizzazioni segrete e minacce occulte; rispetto alle relazioni internazionali, che guardano alla cooperazione e al conflitto pubblico, l’intelligence esplora ciò che gli Stati cercano di nascondere ai propri antagonisti. L’intelligence, dunque, deve essere trattata come una vera e propria materia scientifica a sé stante, con proprie finalità e una metodologia operativa fondata su procedure rigorose per conseguirle.


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