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Dall’Iran all’Ucraina, la fine del mito della guerra rapida. Il commento del gen. Cristadoro

Di Nicola Cristadoro
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Missili e droni hanno cambiato il modo di combattere, ma non hanno cancellato la regola più antica della guerra: per vincere bisogna conquistare e controllare il terreno. Iran, Ucraina e gli altri conflitti contemporanei mostrano i limiti dell’idea di una guerra risolta a distanza. La tecnologia può moltiplicare la potenza di fuoco, ma difficilmente sostituisce l’uomo chiamato a occupare il territorio e imporre il nuovo ordine. La riflessione del generale Nicola Cristadoro

Vedere l’inizio di un conflitto e, giorno dopo giorno, non vederne la conclusione è una prerogativa delle guerre contemporanee. E la guerra in atto tra Iran e Stati Uniti-Israele è paradigmatica.

Prendo spunto dalle parole della giornalista Claudia Fusani che, in un intervento durante la trasmissione Omnibus (La7) riferito proprio a questo conflitto, ha detto “non sappiamo esattamente quanti missili abbia l’Iran e quanti ne abbiano gli Stati Uniti”. Ad un ascolto superficiale può sembrare una locuzione qualsiasi, inserita in un contesto esplicativo di una situazione di portata più ampia e orientata ad argomentazioni più rilevanti. In realtà questa frase merita un’attenzione particolare perché sotto il profilo militare – e di guerra stiamo parlando – ha delle connotazioni che aiutano a comprendere le ragioni per cui certe guerre iniziano, ma non finiscono. Al massimo vengono sospese per un periodo più o meno lungo.

È significativo che la giornalista abbia istintivamente ricondotto i parametri del combattimento all’impiego dei sistemi missilistici dell’una e dell’altra parte.

Non all’entità numerica delle risorse umane da immettere nei combattimenti. Parliamo dei “soldati”, figure presenti in tutte le guerre, ma dottrinalmente evocative delle guerre degli “antichi” e delle guerre di I generazione, quelle degli scontri per lo più in campo aperto, durate fino alla metà del XIX secolo.

Non alle artiglierie, armamenti che hanno caratterizzato in modo innovativo le guerre di II generazione che si concludono con la I Guerra mondiale, in cui la potenza balistica prevale sul movimento delle truppe e la fanteria comincia a frammentarsi in unità meno rigide per sopravvivere al fuoco nemico.

Non ai carri armati e agli aeroplani delle guerre di III generazione, dalla Seconda guerra mondiale fino alla fine della Guerra Fredda (anni ’80-’90), fondate sull’approccio manovriero, in cui non si punta a distruggere frontalmente il nemico, ma a penetrarne le retrovie, isolarne il comando e paralizzarne la catena decisionale.

Nemmeno ha citato le asimmetrie peculiari delle guerre di IV generazione, dove assurge a ruolo fondamentale l’impiego di forze irregolari e il ricorso massiccio a tattiche non convenzionali come il terrorismo, allo scopo di fiaccare la volontà politica dell’avversario attaccandone la cultura e i valori dall’interno.

Neppure gli strumenti cibernetici, ibridi e cognitivi propri delle guerre di V generazione sono stati evocati.

La giornalista ha parlato di missili, ma avrebbe potuto parlare anche di droni, altro sistema d’armamento ormai largamente impiegato in tutti gli scenari. Si pensi a come si è evoluta la guerra tra Russia e Ucraina in relazione allo sviluppo e all’impiego di queste armi che, a tutti gli effetti, presagiscono la transizione a guerre di VI generazione. Guerre che saranno combattute solo da reparti di automi che, tuttavia, a un certo punto dovranno vedere la prevalenza di una fazione su quella nemica e la sottomissione (o la distruzione) di quest’ultima insieme alle colonie umane che l’hanno impiegata. Sempre che l’Intelligenza Artificiale che guida l’impiego degli automi non si sia essa stessa “autonomizzata” e gli uomini non arrivino a ricoprire un ruolo del tutto accessorio alla guerra stessa. Ma questo è un altro discorso.

Restiamo sui missili, efficace strumento di morte e distruzione riconducibile all’alveo delle guerre di III generazione e, tuttavia, tornato prepotentemente in auge con il parziale ritorno alle modalità della guerra convenzionale.

A differenza del passato, però, i missili (ma vale anche per i droni) non sono un’artiglieria potenziata, non sono un potente supporto di fuoco per la preparazione del terreno a premessa di una conquista territoriale con le truppe di terra, soldati e carri armati, per capirci. Sono invece impiegati nell’errata convinzione che possano essere da soli arma risolutiva, capace di piegare la volontà di un nemico e indurlo alla resa. Non è così. Non è così in Iran. Non è così in Israele con gli attacchi condotti da Hezbollah. E, da un certo momento in poi, non è stato più così nemmeno in Ucraina, dove i combattimenti si sono abbastanza arenati, nonostante fiocchino missili e droni da un versante all’altro come se piovesse.

Resta il fatto che, comunque, anche oggi i soldati (e i civili) continuano a morire, anche se il loro “peso specifico” nell’economia della guerra è considerato marginale. Il punto è proprio questo. Il soldato in un conflitto non potrà mai avere un ruolo marginale, perché è l’elemento che, alla fine, decreta la vittoria. La decreta con la sua presenza fisica nel territorio conquistato, la impone quando implementa e garantisce le regole stabilite dal vincitore. Non è stato sufficiente bombardare Dresda come se non ci fosse un domani, così come non è bastato bombardare Cassino e tutto il comparto militare-industriale del Nord Italia; è stato necessario che l’Armata Rossa arrivasse a Berlino e che le truppe anglo-americane risalissero la nostra penisola combattendo di paese in paese.

Si badi bene, non si sta facendo un discorso etico-umanitario, si sta semplicemente illustrando un criterio alla base della funzione bellica, banale nei suoi principi e, tuttavia, sovente disatteso nella sua applicazione. Questo è il grossolano errore commesso dalla politica attuale, che si invischia nelle guerre in modo ipocrita e inconsulto, senza comprenderne i canoni (ho detto canoni, non cannoni) militari, pensando di risolverle in tempi rapidi. Ieri non ha funzionato la blitzkrieg hitleriana che, almeno all’inizio, sembrava inarrestabile, quando la Gran Bretagna ancora “lasciava correre” in prospettiva di un contenimento dello stalinismo in Europa, sfociato poi, forzosamente e paradossalmente, nell’alleanza con lo stesso Stalin. Oggi non hanno funzionato le blitzkrieg di Putin in Ucraina e di Trump (Mr. Two weeks) in Iran. E neppure Hezbollah può prevalere su un Israele che è capace e disposto a mobilitare uomini sul terreno per occupare il Libano. Al massimo può ricacciare le IDF nei propri confini.

In una guerra di aggressione, non di difesa, sia ben chiaro, che piaccia o no, un nemico è sconfitto e, dunque, la guerra finisce quando si è in grado di piantare la propria bandiera sul suo territorio dopo averlo occupato, si è in condizione di stabilirsi in esso e di imporre le proprie regole. Per chiarezza, nelle guerre in Iraq e in Afghanistan è mancata a terza condizione. Il resto sono chiacchiere da talk show.


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