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Quando la difesa commerciale diventa politica industriale. Il test Goes per l’Europa

Di Andrea Striano
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Bruxelles sta usando sempre più gli strumenti commerciali per proteggere capacità produttiva e ridurre le dipendenze. Il caso dell’acciaio elettrico mostra però quanto sia difficile intervenire sull’upstream senza trasferire il costo della protezione sul resto della filiera. Il punto di Andrea Striano, componente del Dipartimento Nazionale Imprese e mondi produttivi di Fratelli d’Italia

Il 18 settembre Bruxelles ha pubblicato due documenti che, letti separatamente, appartengono a dossier differenti. Letti insieme raccontano invece qualcosa del modo in cui l’Europa sta modificando il proprio rapporto con il commercio internazionale.

Il primo è il rapporto annuale sugli strumenti di difesa commerciale. Nel 2025 la Commissione ha aperto 32 nuove indagini, adottato 26 misure definitive e chiuso l’anno con 232 misure complessivamente in vigore. Secondo Bruxelles, quelle misure interessano circa 637 mila posti di lavoro manifatturieri europei; chimica, ferro e acciaio sono fra i settori nei quali la pressione è maggiore.

Il secondo documento riguarda un prodotto molto meno noto al grande pubblico: l’acciaio elettrico a grani orientati, il Goes, utilizzato nei trasformatori. La Commissione ha introdotto una salvaguardia provvisoria sulle importazioni attraverso contingenti tariffari e soglie di prezzo, sostenendo che la capacità produttiva europea sia sottoposta a una pressione crescente derivante dalla sovraccapacità globale e dalla chiusura di altri mercati di sbocco.

Fin qui si potrebbe leggere tutto come normale amministrazione della politica commerciale. Il passaggio più interessante arriva guardando il perimetro della misura.

Bruxelles non si è fermata al materiale originario. Ha incluso laminazioni e nuclei utilizzati nella produzione dei trasformatori e ha stabilito che la salvaguardia possa raggiungere anche i nuclei già incorporati nei trasformatori importati. La motivazione contenuta nel regolamento è significativa: se la protezione si arrestasse al prodotto a monte, l’importazione potrebbe semplicemente spostarsi verso una fase successiva della lavorazione, neutralizzando l’effetto della misura.

In altre parole, la Commissione sta seguendo il prodotto lungo la catena del valore.

Ed è questo, probabilmente, il dato politico-industriale più rilevante del caso Goes.

Per decenni la politica commerciale e quella industriale europea hanno viaggiato su binari in larga misura distinti. La prima presidiava l’accesso al mercato e le regole della concorrenza internazionale; la seconda interveniva, con strumenti differenti, su investimenti, tecnologie e capacità produttive. Negli ultimi anni quella separazione è diventata molto meno netta.

Le ragioni sono note: concentrazione delle produzioni critiche, sovraccapacità in alcuni mercati globali, uso crescente di sussidi industriali, restrizioni alle esportazioni e vulnerabilità emerse nelle catene di fornitura. L’Europa continua ad avere interesse a un sistema commerciale aperto. Sta però cercando di capire quali capacità produttive non possa permettersi di perdere e quali dipendenze siano compatibili con la propria sicurezza economica.

Il Goes è un caso particolarmente utile perché costringe ad affrontare anche la parte più scomoda di questo ragionamento.

Proteggere una produzione strategica genera infatti effetti che non finiscono davanti allo stabilimento del produttore protetto. Lo stesso acciaio entra nella produzione dei trasformatori, infrastrutture che diventano sempre più importanti mentre l’Europa investe nell’elettrificazione delle reti e deve assorbire nuova capacità da fonti energetiche differenti.

Ed è qui che le valutazioni divergono.

T&D Europe e Orgalim sostengono che la salvaguardia possa determinare un trasferimento superiore a 700 milioni di euro l’anno dall’industria europea dei trasformatori verso i produttori europei di Goes. Ricordano inoltre che l’industria dei trasformatori dispone di stabilimenti in venti Stati membri e occupa circa 23 mila persone. La loro obiezione riguarda anche la capacità dell’offerta europea di aumentare quantità e qualità del materiale disponibile.

La Commissione arriva a conclusioni differenti. Nel regolamento riconosce le preoccupazioni manifestate dal downstream, ma ritiene trascurabile l’effetto finale di eventuali aumenti dei prezzi dei trasformatori sui costi di esercizio delle reti e, quindi, sui prezzi dell’elettricità. La misura conserva inoltre quote di importazione proprio perché l’offerta europea non può essere letta come completamente autosufficiente.

Non occorre scegliere una delle due rappresentazioni per cogliere il punto industriale.

Una politica di sicurezza economica diventa credibile quando riesce a seguire gli effetti delle proprie decisioni oltre il primo anello della filiera. Difendere una capacità produttiva a monte può essere razionale; la stessa decisione deve però misurare che cosa accade al produttore che utilizza quell’input, alla sua competitività internazionale e alla possibilità che l’importazione si sposti ancora più avanti, direttamente sul prodotto finito.

È una questione destinata a ripresentarsi.

Batterie, materie prime critiche, automotive, tecnologie energetiche e semiconduttori condividono in forme diverse la stessa struttura del problema. La riduzione di una dipendenza modifica prezzi, investimenti e convenienze lungo filiere che raramente coincidono con i confini di un singolo Stato o di una sola industria.

Per questo sarebbe riduttivo interpretare ciò che sta accadendo come una semplice marcia europea verso il protezionismo. Nel caso Goes la Commissione non chiude le importazioni: utilizza contingenti, distingue le caratteristiche dei prodotti e cerca di preservare l’accesso ad alcune forniture esterne, mentre contemporaneamente protegge la base produttiva europea. La differenza conta.

La questione che sta emergendo a Bruxelles riguarda ormai il grado di dipendenza che l’Unione considera accettabile e il prezzo che è disposta a sostenere per ridurla. È una discussione economica prima ancora che ideologica.

Anche nel dibattito politico europeo questa connessione è diventata più evidente. Il gruppo Ecr, per esempio, ha recentemente legato competitività industriale e riduzione delle dipendenze alla necessità di diversificare le catene di fornitura attraverso partner affidabili, insistendo allo stesso tempo sull’incidenza dei prezzi dell’energia e dei costi regolatori sulle imprese. È una delle impostazioni presenti nel confronto europeo, accanto ad approcci differenti sul grado e sugli strumenti dell’intervento pubblico.

La combinazione tra questi elementi merita attenzione perché introduce un vincolo che l’Europa non potrà ignorare: una politica industriale costruita per rendere il continente meno vulnerabile deve essere valutata anche attraverso la competitività delle imprese che operano a valle.
Le 232 misure commerciali in vigore alla fine del 2025 dicono già che la trade defence non occupa più una parte marginale della risposta europea alle distorsioni del commercio globale. Il caso Goes aggiunge qualcosa: mostra una Commissione che prova a costruire il perimetro della protezione guardando alla struttura effettiva della filiera.

È probabilmente questa la direzione da osservare nei prossimi dossier industriali europei.

La sicurezza economica non coincide con l’autosufficienza e l’apertura commerciale non richiede di accettare qualsiasi dipendenza. Fra questi due estremi si sta formando una politica industriale europea molto più selettiva di quella del passato. Il suo successo dipenderà dalla capacità di proteggere produzioni considerate essenziali senza spostare il problema, e il costo, qualche passaggio più avanti nella stessa catena del valore.

Andrea Striano si occupa di politica industriale, imprese, Made in Italy, internazionalizzazione e sviluppo territoriale. È componente del Dipartimento Nazionale Imprese e mondi produttivi di Fratelli d’Italia nonché Responsabile del Dipartimento per la provincia di Caserta.

Riferimenti bibliografici
• Commissione europea, Trade defence annual report 2025, 18 settembre 2026
• Commissione europea, Provisional safeguard measures on GOES, 18 settembre 2026
• Regolamento di esecuzione (UE) 2026/2133 — EUR-Lex
• Orgalim / T&D Europe, posizione sulla salvaguardia GOES
• ECR Group, Week Ahead 14–18 September 2026


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