Iperconnessione e cultura della prestazione espongono lavoratori e organizzazioni a nuove vulnerabilità cognitive. Nella competizione geopolitica e industriale il capitale umano deve essere protetto come un asset strategico e preparato a riconoscere i segnali deboli delle minacce ibride. Formazione esperienziale, procedure più semplici e collaborazione tra reparti diventano così parte integrante della sicurezza aziendale. L’analisi di Giovanni Lippa Liberale, giurista e dirigente sindacale
Una ricerca Eurostat di qualche anno fa ha confermato l’aumento costante di durata della vita lavorativa dei Paesi dell’Ue: nel 2023, il dato medio europeo si attestava a poco meno di 37 anni (39 per gli uomini e poco meno di 35 per le donne). Più di un terzo del nostro intero ciclo di vita media sarebbe quindi dedicato allo svolgimento del lavoro. Di recente, però, Tristano Quaglia si è posto un’interessante domanda sul Nuovo giornale nazionale: quando finisce davvero il lavoro?
Se storicamente, infatti, il lavoro iniziava al mattino e terminava alla sera, in un luogo preciso e con un orario definito, al giorno d’oggi la disponibilità al lavoro è diventata pressoché totale, sia in senso spaziale che temporale. Secondo questa analisi, non siamo più soltanto lavoratori, ma siamo diventati vetrine di noi stessi e delle aziende per cui lavoriamo, dei curriculum viventi in costante aggiornamento e muniti di protesi elettroniche (dispositivi) che ci rendono sempre disponibili. Riprendendo la profetica intuizione di Ernst Junger, appare evidente come la maggior parte dei lavoratori siano ormai integrati in un sistema totale, all’interno del quale tecnica, organizzazione e produzione diventano forme espressive di sé stessi e al contempo modalità attraverso cui interpretare il mondo. Per queste ragioni, appare indifferibile l’integrazione del lavoro e del lavoratore nel perimetro di sicurezza della competizione geopolitica e industriale contemporanea.
L’iper-connettività e la cultura della prestazione generano infatti un sovraccarico informativo e una stanchezza decisionale che indeboliscono il pensiero critico. Le minacce ibride e le tecniche di ingegneria sociale avanzata fanno leva esattamente su questa vulnerabilità: un operatore affaticato o in ansia da prestazione tende ad ammorbidire i protocolli di sicurezza per ridurre l’attrito operativo, rendendo sé stesso e la struttura più vulnerabili. Ma proteggere il capitale umano considerandolo un asset strategico, impone un radicale ripensamento dei processi lavorativi volto a preservare la concentrazione e la lucidità valutativa. Il che significa, in primis, ripensare il mondo del lavoro e il lavoratore, dal punto di vista formativo, informativo e giuridico.
Il lavoratore ricopre infatti un ruolo essenziale come sensore di frontiera dell’organizzazione: le sue competenze e la conoscenza diretta della routine operativa consentono di rilevare tempestivamente i “segnali deboli” – anomalie procedurali, adescamenti mirati o richieste insolite – che precedono un attacco strutturato. Considerare il lavoratore come un vero e proprio soggetto di Human Intelligence (Humint) – soprattutto a livello aziendale – consentirebbe di stimolare una cultura di presidio e di segnalazione, che trasformi ogni dipendente in un nodo reattivo di consapevolezza situazionale.
Tradurre questo approccio in realtà operativa richiede, però, tre azioni prioritarie: superare la logica compartimentale, creando sinergie permanenti tra i reparti di gestione del personale, della sicurezza e della produzione; promuovere la formazione esperienziale, privilegiando simulazioni pratiche e dinamiche di attacco cognitivo e di analisi delle vulnerabilità strutturali; semplificare le procedure interne per ridurre i possibili attriti, minimizzando lo stress e l’errore umano.
All’alba della rivoluzione del lavoro targata IA, in un ecosistema conteso e iper-tecnologico, la solidità delle barriere informative e tecnologiche resta tuttora direttamente proporzionale all’addestramento e alla tutela del fattore umano, sia a livello decisionale sia esecutivo.
















