Secondo l’ultimo rapporto Censis-Confcooperative, economia sommersa ed evasione fiscale valgono quasi 200 miliardi di euro l’anno, più dell’intera spesa sanitaria nazionale. Un macigno sui conti pubblici che continua a sottrarre risorse a investimenti, welfare e riduzione delle tasse. Il commento di Pierfrancesco Malu
C’è un nemico che grava ogni anno su ciascun cittadino italiano per oltre 3.300 euro. Non ha un volto, non ha una bandiera, non compare nei talk show né nei comizi elettorali. Eppure, è più pericoloso di qualsiasi spauracchio agitato dalla propaganda: è la “mano nera” dell’economia sommersa e dell’evasione fiscale, quella che sottrae risorse allo Stato spesso nell’indifferenza di chi dovrebbe vigilare.
I numeri, del resto, parlano da soli. Secondo l’ultimo report firmato da Censis e Confcooperative, l’economia sommersa in Italia vale circa 197,6 miliardi di euro, pari al 9,2% del Pil nazionale: una cifra che supera di gran lunga l’intera spesa sanitaria annua del Paese, stimata attorno ai 142 miliardi. Tradotto in termini pro capite, significa oltre 3.350 euro l’anno per ogni italiano, neonati compresi: un conto salato che tutti paghiamo, anche senza saperlo, sotto forma di servizi pubblici più poveri, tasse più alte e debito pubblico che continua a crescere.
A pesare di più non è tanto il lavoro nero in sé, quanto la sotto-dichiarazione dei redditi da parte di imprese e lavoratori autonomi, che da sola vale oltre 108 miliardi di euro. A questo si aggiunge un esercito sommerso di circa 2,7 milioni di lavoratori irregolari, concentrati soprattutto nei servizi alla persona, nell’agricoltura, nella ristorazione e nel commercio: persone private di tutele, contributi e dignità salariale, in un sistema che finisce per penalizzare proprio chi le regole le rispetta.
Ecco allora la domanda che dovrebbe guidare il dibattito pubblico: perché, di fronte a una piaga di queste dimensioni, il contrasto all’evasione non è la priorità assoluta dell’agenda politica italiana? Le manovre finanziarie che ogni anno tengono banco tra polemiche e trattative valgono mediamente 20-30 miliardi di euro. Significa che recuperare anche solo una parte consistente del sommerso potrebbe letteralmente decuplicare le risorse a disposizione dello Stato rispetto a una finanziaria ordinaria.
Con cifre simili si potrebbero abbattere le accise sui carburanti, oggi tra le più alte d’Europa. Si potrebbe finanziare seriamente la ricerca scientifica, oggi cronicamente sottodimensionata. Si potrebbe costruire un welfare state finalmente equo e davvero universale, capace di sostenere famiglie, disabilità e non autosufficienza senza lasciare indietro nessuno. Si potrebbero tagliare in modo strutturale le tasse sul lavoro, restituendo potere d’acquisto a chi un reddito lo dichiara e lo produce onestamente. Si potrebbe, infine, alleggerire davvero il peso burocratico e fiscale che scoraggia chi vuole fare impresa in Italia.
Sono priorità concrete, misurabili, capaci di cambiare la vita quotidiana di milioni di persone. Eppure, il dibattito pubblico continua a essere dominato da bonus una tantum, mance elettorali travestite da riforme, slanci populisti e derive demagogiche che promettono tutto e non risolvono nulla. Si discute per settimane di micro-misure dal costo contenuto e dall’impatto marginale, mentre la vera partita, quella da centinaia di miliardi, resta sullo sfondo, quasi fosse un problema tecnico e non una questione politica di primo piano.
Detto questo, con la giusta dose di onestà intellettuale va anche aggiunto che recuperare l’intero ammontare del sommerso è pressoché un’utopia, e nessuno Stato al mondo azzera del tutto l’evasione. Ma anche recuperando una frazione ragionevole di quella cifra (possibilmente superiore ai 36,2 miliardi certificati dal Mef nel 2025), l’impatto sui conti pubblici sarebbe enorme, molto più di qualsiasi manovra “lacrime e sangue” scaricata sui redditi da lavoro dipendente o dei pensionati, da sempre i più semplici da tassare perché già tracciati alla fonte, senza poi dover fare la guerra tra poveri ai percettori della Naspi o chi per loro.
Gli strumenti, peraltro, oggi ci sarebbero. Fatturazione elettronica, scontrino telematico, incrocio delle banche dati fiscali e previdenziali, collegamento RT POS (misura che ha già dimostrato di poter far emergere cifre importanti), e intelligenza artificiale applicata all’analisi del rischio: l’Italia ha già investito in una infrastruttura digitale che potrebbe rendere molto più difficile nascondere reddito e lavoro. Manca, spesso, la volontà politica di usarla fino in fondo, di destinare risorse adeguate agli organi di controllo e di trattare l’evasione non come un fenomeno da tollerare “per non soffocare le imprese”, ma come una voragine che quelle stesse imprese oneste, ogni giorno, sono costrette a colmare con le proprie tasse. Ciò proprio nell’interesse di tutti: perché una più stretta vigilanza ora si trasformerebbe in una possibilità di investimenti e di veri sgravi domani.
Il vero nemico del Paese, dunque, non è “l’uomo nero” agitato per distogliere l’attenzione dai problemi reali, ma “la mano nera” che ogni giorno sottrae risorse alla collettività, spesso protetta da controlli deboli, sanzioni blande e una politica che preferisce cercare consenso immediato piuttosto che affrontare un nodo strutturale.
Per questo, i cittadini, i corpi intermedi, le imprese e le associazioni dovrebbero appellarsi a tutto l’arco politico affinchè mettano (anche in vista delle quasi imminenti elezioni politiche) al centro dell’agenda il contrasto serio, tecnologico e capillare all’evasione fiscale, che non è solo una misura di giustizia verso i contribuenti onesti: è la precondizione per potersi permettere, finalmente, tutte le altre riforme di cui l’Italia ha davvero bisogno e diritto.
















