Con gli Stati Uniti sempre più concentrati sulla competizione con la Cina, l’Europa deve assumersi una quota maggiore della propria difesa. Non attraverso un improbabile Esercito europeo o il ritorno a soluzioni nazionali, ma costruendo dentro la Nato un secondo pilastro capace di garantire autonomia strategica al continente, a partire dalle capacità satellitari, antimissile, logistiche e di comando. L’analisi del generale Serino, già capo di Stato maggiore dell’Esercito
Nel momento in cui, avvicinandosi le elezioni politiche del 2027, si parla di programmi delle due coalizioni che si contenderanno il governo del Paese, giova riprendere il discorso inerente al Sistema di Difesa Nazionale e Continentale.
È un tema nel quale volontà e decisione politica investono primaria importanza, perché significa risorse economiche e cessione di quote della sovranità nazionale. Gli aspetti tecnici, più o meno complessi, da affrontare e risolvere, vengono dopo. Senza visione e volontà politica, ci restano solo degli approfondimenti accademici, con i quali non si garantisce nulla, men che meno la difesa e la sicurezza dell’Italia e dell’Europa.
Sempre con approccio pragmatico, bisogna togliere dal tavolo quello che un già ministro della Difesa definì “romantica suggestione”: l’Esercito europeo. Forze armate europee unitarie presuppongono l’esistenza di un governo Federale europeo. Siamo nel campo dell’ipotetico, più che del futuribile. Il problema della difesa e della sicurezza nazionale e continentale invece è cogente, di fonte alla crisi dell’Onu, dei conflitti in atto e all’assertività delle vecchie e nuove Potenze globali. Chi propugna la soluzione Esercito europeo vuole solo eludere il problema.
L’altra soluzione che non ha un’applicabilità pratica è quella nazionale, evocata dai professionisti del sovranismo. L’Italia non può permettersi una difesa autonoma, semplicemente perché costerebbe troppo. E non può neanche illudersi che la mancanza di “nemici” ai propri confini fisici la metta al riparo da aggressioni e crisi indotte (leggasi chiusura di Hormuz o Bab-el-Mandeb). La neutralità, ce lo dice la Storia, non basta a garantire pace e indipendenza, specialmente quando la geografia ti pone al centro di un’area geopolitica che, da sempre, è sia luogo di incontro che di conflitto.
Resta l’adesione a un sistema di difesa e sicurezza composto da Stati sovrani. È una scelta che la Repubblica ha compiuto nei suoi primi anni di esistenza, nel 1949, aderendo all’Alleanza Atlantica.
La Nato è un’Alleanza politico-militare difensiva, che di proprio ha una struttura di Comando strategico-operativa, una lingua di lavoro (l’inglese), delle procedure tecnico-tattiche, un minimo di standardizzazione, dei piani operativi e una pianificazione capacitiva integrata: il Nato defence planning process (Ndpp). Le Forze operative appartengono agli Stati, a meno di alcuni specifici supporti strategici, che le rendono disponibili al verificarsi di particolari condizioni geopolitiche. Quanto elencato, però, non basterebbe a conferire operatività piena alla struttura militare se non ci fosse una Nazione membro in grado di fornire una larghissima parte dei sistemi e della capacità del livello strategico (comunicazioni, Isr, reti satellitari, difesa antimissile, trasporti multimediali): gli Stati Uniti d’America. Tutte capacità di cui gli altri membri sono sprovvisti o ne dispongono in quantità limitatissima.
La Nato, in questi 77 anni, ha garantito la pace ai suoi membri, nella quasi totalità europei. Da tempo, però, gli Usa stanno chiedendo con sempre maggiore insistenza agli europei di riequilibrare il peso della contribuzione alla Nato, perché hanno individuato nella Cina il loro competitor a livello globale e hanno, quindi, priorità nuove. Lo fanno ora usando la carota, ora il bastone, a seconda della sensibilità dell’Amministrazione in carica, ma con una coerente continuità. Con altrettanta coerenza, gli Stati europei, chi più, chi meno, hanno fatto orecchie da mercante negli ultimi 15 anni.
Ora, a distanza di quasi cinque anni da quel 24 febbraio 2022 che ha tolto ogni illusione e alibi a chi riteneva la Russia non capace di attaccare apertamente un suo vicino europeo (con quelli asiatici ha già regolato i conti), se si condivide la premessa, all’Europa occidentale si prospettano solo due strade: pagare il conto che gli Stati Uniti hanno presentato, aumentando la propria dipendenza strategica e politica, ovvero dare vita a una Nato a trazione europea, il più volte evocato Secondo pilastro dell’Alleanza.
Si tratta di spendere comunque, ma di farlo iniziando a costruire, all’interno del framework Nato, l’autonomia strategica dell’Europa sul piano della difesa.
Ma attenzione, il primo passo vero non è, come si legge da molte parti, standardizzare i modelli di aerei, navi e carri armati. Non che non sarebbe utile, ma il vero tema non è quello. Ciò che serve è iniziare già da ieri a progettare e mettere in campo una robusta capacità satellitare europea che garantisca reti di comunicazioni, di sorveglianza e allarme, di intelligence e di navigazione terrestre sicure e protette, un efficace schermo di difesa antimissile e antidrone, un progetto di mobilità multimediale militare che coinvolga l’intero continente, una rete di Comando politico-militare che utilizzi AI e software europei non dipendenti da attori esterni, un sistema per garantirsi disponibilità e scorte di materiali e componenti strategiche per la propria sopravvivenza.
Senza queste cose, e sicuramente qualcosa è sfuggito, anche avessimo un solo modello di Mbt o di caccia di sesta generazione, non servirebbe assolutamente a nulla e parlarne significa solo prenderci in giro da noi.
E torniamo, per concludere il discorso, alla politica. Fare da soli non solo avrebbe costi esorbitanti, ma non servirebbe praticamente a nulla. Per farlo insieme, però, bisogna aprire una stagione di pragmatismo europeo, sfatando il tabù che vede l’Europa a più velocità come una cosa da evitare come la peste, un passo indietro verso una futura integrazione del Continente.
Per farlo, ci vuole un tavolo politico di livello Capi di Stato e di Governo, quelli che ci stanno, per mettere sul tavolo obiettivi, risorse, percorsi e tempi.
Bisogna avere idee chiare e coraggio per partire. Subito, perché potrebbe essere già tardi.
















