L’ex ministro della Difesa ucraino ha presentato un progetto per sostituire i soldati con sistemi robotici, umanoidi inclusi, già dai prossimi sei mesi. Restano dubbi sulla fattibilità, ma per l’Italia si apre un’occasione
Da un “esercito di droni” a un “esercito di robot”. L’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov, rimosso lo scorso luglio dal presidente Volodymyr Zelensky, ha presentato a Leopoli un nuovo progetto che punta a rimpiazzare in larga misura i soldati sul campo di battaglia con sistemi robotici, inclusi robot umanoidi. Il lancio è stato accompagnato da un video in computer grafica di androidi che combattono in trincea e marciano in formazione. Gli obiettivi di Fedorov sono ambiziosi: l’ex plenipotenziario ucraino mira a schierare il primo umanoide al fronte entro sei mesi, e di realizzare entro un anno un’operazione offensiva in cui i robot eseguano da soli le fasi più letali della missione.
Dietro la retorica c’è un problema concreto, quello degli uomini. Secondo il comandante della Guardia nazionale Oleksandr Pivnenko, in alcuni settori del fronte i russi superano gli ucraini nel rapporto di sei a uno. I sistemi robotici sono già presenti, dai veicoli terrestri senza pilota per logistica ed evacuazione dei feriti alle torrette guidate dall’Ia installate a Kyiv contro i droni, ma non sono ancora impiegati su larga scala.
In un’intervista al Washington Post, Fedorov ha chiarito la filosofia dell’iniziativa. La priorità per l’Ucraina è “sopravvivere e preservare l’indipendenza”, e il dibattito sui rischi dell’IA viene categorizzato dall’ex ministro come un lusso che Kyiv non può concedersi. Il timore è che la Russia e i suoi alleati arrivino per primi a droni e robot pienamente autonomi, senza collegamento con un operatore. Una volta schierati i primi robot, sostiene Fedorov, il processo sarà “inevitabile e irreversibile”, e dovrà essere regolamentato in un secondo momento. Ma nell’ottica odierna, l’obiettivo assoluto è quello di arrivare primi e dettare le regole del gioco. Fedorov paragona i sistemi autonomi alle armi nucleari, “più accessibili e incontrollati”, e invoca un nuovo Progetto Manhattan con le aziende occidentali. Compresa la sua. L’ex ministro ha fondato negli scorsi mesi una società privata operante nel settore della defense tech, che ha come primo investitore l’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, il quale secondo quanto raccontato dallo stesso Fedorov è stato il primo a chiamarlo dopo il licenziamento, offrendosi di sostenere qualunque iniziativa avesse in mente.
Restano però molti dubbi sulla fattibilità del progetto. Nessun robot umanoide è mai stato impiegato in combattimento, e il salto dalle piattaforme attuali a quelle bipedi è tutt’altro che scontato. Il successo dei droni ucraini si è fondato su sistemi economici, semplici da produrre in serie e rapidi da riparare o aggiornare. Un umanoide è per definizione più instabile, più costoso e più complesso di un veicolo su ruote o cingoli, e richiede una filiera di componenti che oggi non esiste su scala industriale. C’è poi il nodo dell’autonomia in ambienti saturi di guerra elettronica, a cui si aggiunge un ritardo dottrinale che le forze armate non hanno ancora colmato. La scadenza dei sei mesi appare così più un obiettivo politico che una tabella di marcia realistica.
Al di là dei dubbi sulla fattibilità, l’iniziativa di Fedorov potrebbe rivelarsi un’occasione per l’Italia. L’ex ministro è stato chiamato come consulente dal ministero della Difesa, e porta con sé un’esperienza unica nella costruzione di un ecosistema capace di sviluppare, testare e produrre sistemi senza pilota a ritmi senza precedenti. Per Roma si apre la possibilità di attingere direttamente a quel modello. Potrebbe accelerare i processi di acquisizione, rafforzare il dialogo tra forze armate, startup e grandi gruppi industriali e posizionarsi tra i Paesi europei più avanzati nella robotica militare. In un momento in cui l’Europa è chiamata a colmare il proprio ritardo tecnologico nella difesa, avere accesso alle lezioni apprese sul campo ucraino rappresenta un vantaggio che l’Italia ha tutto l’interesse a sfruttare.
















