Forse è arrivato il momento, al di là delle solite e ormai note e consolidate pregiudiziali ideologiche e politiche, di stringere un “patto costituzionale” come negli anni ‘70 e ‘80 tra le principali formazioni politiche e democratiche del nostro Paese per battere e contrastare la violenza politica
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha fatto un appello recentemente a tutte le forze politiche. In sé un appello banale e persino scontato. E cioè, che tutti i partiti e le forze politiche dicano un no secco e condiviso alla violenza – sempre più drammatica e sempre più inquietante – e, al contempo, impegnarsi tutti a difendere la legittima e costituzionale libertà di manifestazione democratica ma senza alcuna tolleranza nei confronti della deriva violenta. Teppistica o criminale che sia.
Ed è proprio attorno a questo invito, ripeto in sé banale nonché scontato, che paradossalmente e inspiegabilmente emergono i soliti distinguo. Distinguo che legittimano, di conseguenza, le zone d’ombra, i balbettamenti, gli equivoci e in ultimo, ma non per ordine di importanza, una dubbia presa di distanza dalla violenza. E questo per un semplice motivo: visto che la guida politica dell’attuale opposizione è nelle mani della sinistra radicale, massimalista, estremista e populista, l’obiettivo politico di fondo è quello di distruggere il nemico politico. E, di conseguenza, nulla può vedere l’attuale sinistra accomunata con l’attuale maggioranza di governo su nessuna priorità politica. Neanche nella difesa della democrazia e nel pieno e convinto respingimento di ogni forma di violenza politica e di piazza. Perché, alla fine, le parole d’ordine sono sempre quelle di dire “no alla violenza” aggiungendo però sempre un “ma” e un “però”. E proprio quel “ma” e quel “però” portano sempre, e di conseguenza, a privilegiare la comprensione del disagio sociale e, di conseguenza, a capire e a volte anche a giustificare la violenza di piazza che si respinge per principio ma sempre e solo solo formalmente e burocraticamente.
Ora, e al di là delle posizioni dei singoli partiti che sono note e che non richiedono neanche di essere ulteriormente approfondite, si tratta di capire se questo nodo, squisitamente politico, può essere sciolto o meno. E cioè, per essere ancora più chiari e semplici, c’è o meno la volontà per arrivare ad un “no” condiviso della violenza e, nello specifico, della violenza di piazza? Perchè se quel “no condiviso” alla violenza non può essere pronunciato per una insuperabile pregiudiziale politica ed ideologica nei confronti del nemico – cioè l’attuale governo guidato da Giorgia Meloni – si corre il serio rischio di un imbarbarimento progressivo della nostra vita democratica e della stessa messa in discussione della qualità della nostra democrazia e della solidità delle stesse istituzioni democratiche.
Forse è arrivato il momento, al di là delle solite e ormai note e consolidate pregiudiziali ideologiche e politiche, di stringere un “patto costituzionale” come negli anni ‘70 e ‘80 tra le principali formazioni politiche e democratiche del nostro Paese per battere e contrastare la violenza politica. Se questo non dovesse accadere sapremo, alla fine, chi contrasta decisamente la violenza e chi, invece e al contrario, la tollera, la comprende, la capisce e, alla fine, forse anche la giustifica.
















