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Phisikk du role – Lo Stabilicum cade alla Consulta. Fantapolitica di un proporzionale ritrovato

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Pino Pisicchio immagina gli effetti di una sentenza che cancella premio di maggioranza e listoni bloccati. Un racconto surreale ma non troppo sulle conseguenze per destra, sinistra e Cinque Stelle

A meno di non mettere in catalogo Grisham, Connelly, o i grandi classici come Orwell, Ray Bradbury e Aldous Huxley, che di politica pure parlavano denunciando dittature presenti camuffate da futuro o presagendo controlli delle masse attraverso i media allora conosciuti, non c’è una grande tradizione di fiction del possibile ma non vero, che abbia al centro la politica. Qualcosa è circolata anche in Italia, ma insomma, nulla di memorabile. Allora proviamo un po’ noi, senza manifestare inopportune posture di autopromozione (molto in voga, tuttavia, nel tempo corrente), ma solo per gioco. Allora proviamo.

La legge elettorale nota come “Stabilicum” giunge al vaglio della Corte Costituzionale e i giudici, dopo un complicato dibattito che, oltre ad analizzare minutamente ogni capoverso della legge, ha valutato attentamente i precedenti, in particolare la sentenza del 2014 che abbatté il Porcellum, hanno reso noto il loro verdetto. È una sentenza articolata che poi sarà meglio interpretabile quando verranno rese note le motivazioni, ed è, come consuetudine, autoapplicativa, nel senso che consente l’immediato impiego della legge modificata secondo le indicazioni scaturite dalla sentenza.

La “ciccia” è questa: saltano i listoni bloccati di 70 nomi alla Camera e 36 al Senato e, di conseguenza, non essendo più assegnabile il premio di maggioranza, le elezioni avverranno su base esclusivamente proporzionalistica. Insomma: tanti voti ogni lista prende, tanti rappresentanti le vengono attribuiti, non uno in più né uno in meno. Nello stringato commento dell’ufficio stampa si è fatto cenno alla sentenza n.1 del 2014 con cui si dichiaravano parzialmente illegittime le liste bloccate “lunghe” perché si privava il corpo elettorale del potere di scegliere i propri rappresentanti. Un effetto collaterale importante è la perdita di senso dell’indicazione del candidato premier: la spinta coalizionale si giustifica proprio in ragione del premio. Non che l’averla messa in una legge ne avrebbe attribuito un valore superiore a quello che è già scolpito in Costituzione e cioè il potere del Capo dello Stato di conferire l’incarico di primo ministro, ma è evidente che se non c’è più il premio si depotenzia il senso dello stare insieme.

È una bella botta per il governo, anche se, a ben vedere lo stesso effetto si sarebbe verificato “naturalmente” se nessuna coalizione avesse raggiunto il 42%, ipotesi più che probabile viste le difficoltà di entrambe le alleanze a raggiungere quel traguardo.

Il primo ad esternare è stato il leader dei 5 Stelle che ha detto, con una formula un po’ criptica: “Il Movimento si sentirà così ancora più vicino ai suoi elettori, senza dover subire le alleanze con entità politiche poco compatibili”; per il resto non è sembrato che a sinistra ci fosse un gran dolore, forse perché così ogni pezzo del Campo Largo potrà cercare i suoi voti senza dover fare cedimenti o mediazioni.

A destra è stato come quando a “nascondino” l’ultimo dice “tana libera tutti”: ognuno ha cominciato a correre per cercare il suo elettore. La Lega si è ristrutturata in chiave paleoleghista ripescando le parole d’ordine del senatur sulla “Padania Uber alles”. I forzitalioti, divisi tra il riformismo laicista della signora Berlusconi e il lealismo filogovernativo dei ministri e i FdI provano la postura del partito pigliatutto guardando a modelli della Prima Repubblica. Rischia di rimanere con armi spuntate Vannacci, che aveva costruito la sua prima proposta in chiave antagonista nei confronti di tutti, compresi i suoi camerati.

Si parla di una reunion dei centristi. Ma questo è un romanzo a parte del genere fantascienza.


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