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L’ambasciatore nell’era digitale, una professione in via di estinzione?

Di Domenico Vecchioni
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I capi di Stato si telefonano, i governi negoziano in videoconferenza, gli inviati speciali scavalcano le ambasciate. Ma chi interpreta davvero le intenzioni degli interlocutori? La diplomazia professionale di fronte alla sua più grande trasformazione. Tra intelligenza artificiale e canali personali, il valore degli ambasciatori si misura nella capacità di leggere i contesti, anticipare le scelte e costruire fiducia. L’analisi di Domenico Vecchioni, già ambasciatore d’Italia a Cuba

Un tempo, quando un capo di Stato voleva comunicare con un altro capo di Stato, doveva quasi necessariamente passare attraverso il proprio ambasciatore. Oggi gli basta prendere il telefonino. Può parlargli direttamente, incontrarlo in videoconferenza, scambiarsi messaggi riservati, convocare un vertice nel giro di poche ore. E l’ambasciatore? Quale ruolo gli rimane in un mondo nel quale le notizie arrivano in tempo reale e la politica estera è condotta da una molteplicità di protagonisti? Fino a qualche decennio fa, l’ambasciatore era il principale, se non l’unico, canale di comunicazione politica tra due governi. Trasmetteva messaggi, sondava intenzioni, negoziava compromessi, raccoglieva informazioni, interpretava segnali. In un’epoca nella quale le comunicazioni richiedevano giorni, e talvolta settimane, disponeva di un’autonomia considerevole. Doveva spesso prendere decisioni senza poter consultare tempestivamente la propria capitale. Oggi quel mondo è definitivamente tramontato.

Non soltanto le comunicazioni sono istantanee, ma i contatti diretti tra i vertici politici sono diventati un fattore ordinario delle relazioni internazionali, mentre un tempo rappresentavano eventi straordinari. Presidenti, primi ministri e ministri degli Esteri si incontrano continuamente, fisicamente o virtualmente. I vertici bilaterali e multilaterali si moltiplicano. E i negoziati più delicati sono spesso affidati a consiglieri personali, emissari riservati o inviati speciali che rispondono direttamente al leader politico. Se ne potrebbe dedurre che gli ambasciatori siano destinati a contare sempre meno e che la diplomazia professionale sia condannata all’irrilevanza. Ma questa, a mio avviso, sarebbe una conclusione sbagliata e superficiale. L’ambasciatore conserva tutta la sua utilità istituzionale, ma dovrà esercitare la propria funzione in maniera diversa, in un mondo nel quale comunicare non significa necessariamente comprendere.

Un presidente americano può telefonare al suo omologo cinese, russo o francese. Può ascoltarne le richieste, avanzare proposte, concordare iniziative. Ma può davvero comprenderne tutte le intenzioni? Conosce fino in fondo le pressioni politiche interne alle quali il suo interlocutore è sottoposto, le rivalità che attraversano il suo governo, gli interessi economici che ne condizionano le decisioni, le sensibilità storiche e culturali del Paese che rappresenta? Una conversazione telefonica può trasmettere una posizione ufficiale. Difficilmente, però, può restituire la complessità politica e psicologica che sta dietro quella posizione. È qui che l’ambasciatore conserva una funzione difficilmente sostituibile.

Il diplomatico che vive per anni in un Paese, frequenta la sua classe dirigente, coltiva utili rapporti personali, segue l’evoluzione dell’opinione pubblica e interpreta gli umori della società, dispone di un patrimonio conoscitivo che nessuna videoconferenza può automaticamente fornire. Naturalmente, a condizione che sappia davvero svolgere questo lavoro. La tecnologia consente ai governi di parlarsi senza intermediari. Non consente necessariamente di capirsi senza interpreti politici. L’ambasciatore del futuro dovrà dunque essere sempre meno un trasmettitore di messaggi e sempre più un interprete politico del Paese nel quale opera.

A complicare ulteriormente la situazione è intervenuta la crescente diffusione della diplomazia personale. Alcuni leader mostrano una spiccata preferenza per emissari di fiducia, consiglieri personali e negoziatori speciali, spesso estranei alla carriera diplomatica. Persone che rispondono direttamente al capo dello Stato o del governo e possono muoversi al di fuori dei tradizionali circuiti dei ministeri degli Esteri. Non è, va detto, una novità assoluta. La storia diplomatica è ricca di missioni segrete, canali paralleli e inviati straordinari. Basti pensare alla diplomazia riservata di Henry Kissinger, che preparò la storica apertura americana alla Cina nel 1971 attraverso contatti sottratti, almeno inizialmente, ai normali canali diplomatici.

La differenza è che oggi il ricorso a questi strumenti rischia di diventare non più l’eccezione, ma un metodo ordinario di conduzione della politica estera. L’esempio più evidente è offerto dalla diplomazia di Donald Trump, con la sua predilezione per interlocutori personali e negoziatori di fiducia, talvolta estranei alla carriera diplomatica. Il ricorso a figure come Steve Witkoff, protagonista di importanti iniziative negoziali, testimonia una concezione della politica estera nella quale il rapporto fiduciario con il presidente può assumere un’importanza superiore all’esperienza diplomatica tradizionale. La scelta peraltro può avere una sua logica. Un inviato speciale gode della fiducia personale del leader, può agire rapidamente, dispone talvolta di maggiore libertà negoziale e può aprire porte che la diplomazia ufficiale faticherebbe a varcare. Ma presenta anche considerevoli inconvenienti.

Il primo è la frammentazione della politica estera. Più persone possono trattare con lo stesso interlocutore, talvolta senza conoscere esattamente i rispettivi mandati. Il secondo è la perdita della memoria istituzionale: un emissario può conoscere perfettamente l’obiettivo immediato della sua missione, ma ignorare precedenti, sensibilità e interessi consolidati. Il terzo è il rischio di trasformare i rapporti tra Stati in rapporti personali tra leader, subordinando interessi permanenti a convenienze politiche contingenti. Un inviato speciale può dunque essere uno strumento prezioso, ma a condizione di non sostituirsi stabilmente alla diplomazia professionale, che deve continuare a gestire l’insieme delle relazioni bilaterali. C’è poi un’altra rivoluzione, forse ancora più profonda: quella dell’informazione. Per secoli le ambasciate hanno goduto di un vantaggio informativo straordinario. Erano spesso le prime a conoscere gli avvenimenti politici del Paese ospitante, le decisioni dei governi, le tendenze economiche, i mutamenti dell’opinione pubblica.

Oggi un ministro può leggere in tempo reale la stampa straniera, seguire un dibattito parlamentare in streaming, consultare statistiche economiche, ascoltare dichiarazioni ufficiali e ricevere aggiornamenti continui da ogni parte del mondo. L’intelligenza artificiale sta accentuando ulteriormente questa trasformazione. Può tradurre documenti in pochi secondi, confrontare dichiarazioni, analizzare enormi quantità di informazioni, individuare tendenze e produrre sintesi che un tempo avrebbero richiesto giorni di lavoro. E allora viene spontanea una domanda forse un po’ provocatoria: a che serve un rapporto diplomatico che racconta al ministro ciò che il ministro ha già letto sul proprio telefonino? Probabilmente a poco.

Il valore aggiunto della diplomazia non può più consistere prevalentemente nella raccolta delle notizie, ma nella loro interpretazione. Non basta comunicare che un governo attraversa una crisi. Occorre spiegare perché, quali forze potrebbero sostituirlo, quali conseguenze ne deriverebbero per gli interessi nazionali e quali iniziative sarebbe opportuno intraprendere. Non è sufficiente descrivere ciò che è accaduto: bisogna anche cercare di comprendere ciò che potrebbe accadere.

In altre parole, nei messaggi diplomatici dovrà esserci meno cronaca e più analisi, meno resoconti descrittivi e più valutazioni politiche originali, meno compilazione di documenti e più capacità di anticipazione. Naturalmente, l’intelligenza artificiale può diventare un formidabile strumento di supporto anche per questo lavoro. Ma resta uno strumento. Può elaborare informazioni, non assumersi la responsabilità politica e professionale di una valutazione. Può individuare correlazioni, ma non sostituire automaticamente la conoscenza personale degli uomini, delle loro ambizioni, delle loro paure e delle loro contraddizioni. Il diplomatico deve dunque imparare a servirsi delle nuove tecnologie, non a competere con esse sul terreno nel quale queste sono inevitabilmente superiori. Quali dovranno essere, allora, le qualità del diplomatico del futuro?

Le qualità tradizionali restano indispensabili: cultura storica, conoscenza delle lingue, equilibrio, discrezione, capacità negoziale, sensibilità politica e quella particolare forma di intelligenza che potremmo definire “lucidità empatica”. Ma non bastano più. Occorrono innanzitutto capacità di analisi e autonomia di giudizio. Il diplomatico deve saper distinguere l’essenziale dall’accessorio, individuare le tendenze profonde e formulare valutazioni indipendenti. Deve poi possedere spirito d’iniziativa: non limitarsi ad attendere istruzioni dalla capitale, ma proporre progetti, individuare opportunità, suggerire soluzioni e costruire rapporti.

Deve essere anche un buon comunicatore. Oggi un ambasciatore non dialoga soltanto con il governo presso il quale è accreditato. Deve saper parlare con imprenditori, giornalisti, università, intellettuali, organizzazioni sociali e opinione pubblica. La diplomazia pubblica è diventata una componente essenziale della rappresentanza degli interessi nazionali.  Deve inoltre conoscere le nuove tecnologie, comprenderne le potenzialità e i rischi, utilizzare con intelligenza gli strumenti digitali e orientarsi in un mondo nel quale la disinformazione può diventare uno strumento di politica estera. Soprattutto, deve conservare una qualità che nessuna tecnologia può sostituire: la capacità di costruire rapporti personali fondati sulla fiducia.

In una realtà internazionale sempre più complessa, dovrà anche sviluppare una diplomazia orizzontale, capace di mettere in relazione istituzioni, imprese, organizzazioni non governative, media e società civile. Non bisogna infatti dimenticare che oggi la diplomazia non è più monopolio dei diplomatici. Fanno politica estera anche i ministri economici, i grandi gruppi industriali, le multinazionali tecnologiche, le organizzazioni internazionali, le amministrazioni territoriali e numerosi altri soggetti pubblici e privati. L’ambasciatore non può pretendere di controllare ogni contatto internazionale del proprio Paese. Sarebbe impossibile, oltre che anacronistico. Può però svolgere una funzione essenziale di raccordo, coordinamento e interpretazione complessiva degli interessi nazionali. Ma c’è un altro aspetto, spesso trascurato, che merita di essere segnalato.

Perché questa trasformazione possa realizzarsi, occorre che anche i governi facciano la loro parte. Un ambasciatore può essere un eccellente analista, un osservatore acuto e un consigliere prezioso. Ma tutto questo serve a poco se la capitale preferisce ricevere conferme delle proprie convinzioni anziché valutazioni indipendenti, magari scomode. La qualità della diplomazia dipende anche dalla disponibilità del potere politico ad ascoltare ciò che non vorrebbe sentirsi dire.  Il vero pericolo per la diplomazia professionale non viene dunque da Internet, dalle videoconferenze, dall’intelligenza artificiale o dagli inviati speciali. Viene dalla possibilità che la diplomazia stessa rinunci progressivamente a esercitare una funzione intellettuale e politica autonoma, accontentandosi di gestire procedure, organizzare visite ufficiali, redigere rapporti e applicare istruzioni.

In quel caso la marginalizzazione sarebbe difficilmente evitabile. Ma se l’ambasciatore saprà proporsi come conoscitore profondo del Paese di accreditamento, interprete delle sue dinamiche politiche, consigliere autorevole del proprio governo e promotore attivo degli interessi nazionali, la sua funzione continuerà ad avere una ragion d’essere. Certo, dovrà rinunciare a qualcosa: al monopolio delle informazioni, all’esclusività dei contatti, a una parte delle prerogative formali e forse anche a qualche residua illusione di centralità. Ma potrebbe guadagnare qualcosa di più importante: un’autorevolezza fondata non tanto sulla posizione occupata, quanto sul valore effettivo del proprio contributo.

In conclusione, ieri l’ambasciatore era indispensabile perché i governi avevano bisogno di qualcuno che parlasse al loro posto. Oggi deve diventare indispensabile perché i governi, pur potendosi parlare direttamente, hanno ancora bisogno di qualcuno che li aiuti a comprendersi. Questa probabilmente è la sfida più affascinante della diplomazia del XXI secolo.


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