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Dove sta scritto? Il futuro tra possibilità e discernimento. La riflessione di Gerace

Di Michele Gerace
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Tra elezioni americane, rivoluzione tecnologica e trasformazioni sociali, la vera sfida non è prevedere il futuro ma sviluppare gli strumenti culturali e morali per orientarsi tra possibilità, limiti e scelte

Difficile dire se le abbiamo già viste tutte. Da quando abbiamo scoperto l’alba e il tramonto, concetti che Giorgio Manganelli definisce squisitamente letterari, abbiamo immaginato mondi possibili e impossibili. Alcuni sono diventati reali, altri sono stati superati dalla realtà. Con la letteratura, la musica, l’arte, il cinema e il teatro ci siamo messi davanti a uno specchio. Vi abbiamo riconosciuto la nostra natura di esseri umani. Vizi e virtù, libertà e schiavitù, democrazia e tirannia, progresso e catastrofe, portati fino alle loro conseguenze. Non sempre siamo riusciti a vedere come sarebbe andata a finire. E non è detto che sia una cattiva notizia. What’s next? È il titolo molto parlante dell’edizione del Festival della Diplomazia appena conclusa. La domanda invita a guardare avanti e, insieme, a mettere a tema il presente. Il futuro si presenta come un esercizio per mettere il presente davanti ai suoi futuri possibili e vedere che cosa rivela di sé. Ci sono futuri che abbiamo immaginato e non sono accaduti. Futuri ancora possibili e altri che non riusciamo ad immaginare. In mezzo resta uno spazio di scelta.

Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti offrono uno spunto ulteriore. Il risultato era in buona parte prevedibile. Meno prevedibili sono le conseguenze che potrà produrre, negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Gli equilibri politici cambiano, le istituzioni sono chiamate a misurarsi con nuovi rapporti di forza, mentre le trasformazioni che hanno orientato il voto vengono da più lontano. La tenuta di un sistema si misura anche nella sua capacità di attraversare questi cambiamenti. È un tema sul quale invita a riflettere Gekippt (Herder), di Nils Goldschmidt e Stephan Wolf, di cui abbiamo discusso con Goldschmidt in un incontro promosso dalla Fondazione Hanns-Seidel Italia/Vaticano, dall’Istituto Luigi Sturzo e dall’Associazione Amici di Luigi Vittorio Ferraris, nell’ambito dello stesso Festival della Diplomazia. Come riconoscere i segnali di cambiamento, comprendere il contesto e valutare le conseguenze delle nostre scelte, compresa quella di non intervenire? C’entra la capacità di sviluppare pensiero critico e alimentare un discorso pubblico che sappia sottrarsi alla radicalizzazione, alle semplificazioni e alle approssimazioni, rendendo possibile una partecipazione ampia e consapevole. Anche la possibilità di incidere sul futuro dipende dalle condizioni nelle quali ci troviamo a esercitarla. Non possiamo nasconderci quanto conti ancora il codice postale e, più in generale, quanto contino gli ambienti nei quali, o nonostante i quali, cresciamo. Le opportunità, le relazioni, la scuola, le parole che ascoltiamo, gli esempi che abbiamo davanti possono allargare o restringere ciò che ciascuno riesce a pensare possibile.

Avere fiducia in ciò che può accadere richiede attenzione a ciò che sta già accadendo. Immaginare il futuro serve allora a mettere alla prova i nostri concetti. Può essere rimesso in discussione quasi tutto. La politica, tra tecnica, economia e algoritmi. La democrazia, di fronte a velocità, disuguaglianze e poteri nuovi. La scuola e l’università, tra conoscenza, orientamento e capacità di scegliere. La libera impresa, come iniziativa e costruzione di valore. La cooperazione, come capacità di fare insieme. Il lavoro, come autonomia, reddito, identità e partecipazione. Il diritto e la diplomazia, di fronte a tecnologie, risorse e spazi che oltrepassano i confini nei quali sono nati. L’intelligenza. Noi stessi. L’umano, da riconoscere mentre cambiano le capacità attraverso cui lo abbiamo definito. Lo stesso vale per le istituzioni con cui abbiamo organizzato la vita comune: famiglia, Stato, imprese, mercati, scuola, università, welfare, chiese, musei, biblioteche, tribunali, organizzazioni internazionali. Alcune cambieranno funzione. Altre potrebbero rivelarsi indispensabili proprio quando sembravano superate. Altre potranno essere inventate.

Cambiano intanto le condizioni materiali: acqua, energia, territorio, materie prime, clima, dati, capacità di calcolo, spazio extraterrestre. Ciò che diventa tecnicamente possibile arriva spesso prima delle regole e delle istituzioni necessarie per comprenderlo. Il punto è distinguere possibilità e opportunità. Anche il limite appartiene a questo esercizio. Una parte del progresso umano è la storia dei limiti che siamo riusciti a superare. Ogni nuova possibilità ci chiede di capire fino a dove andare. Ci sono limiti che restringono le possibilità umane ed è sano superare. Altri danno forma alla libertà, alla relazione, alla responsabilità. Discernere il limite significa capire dove superarlo e dove fermarsi. «L’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite», scrive il Santo Padre nella Lettera Enciclica Magnifica Humanitas. La capacità di distinguere ciò che possiamo fare da ciò che vale la pena fare. Tenere insieme intelligenza e giudizio, libertà e responsabilità, conoscenza e relazione. Riconoscere l’altro, anche quando è vicino e non riusciamo più a vederlo. Conservare uno spazio di azione dentro trasformazioni che nessuno governa interamente. Intelligenza artificiale, risorse, disuguaglianze, spazio, libertà, potere, democrazia, conoscenza finiscono così per riportarci a poche questioni. L’umano, la scelta e il discernimento, la regola, il limite.

Pensare il futuro significa tornare al presente. Soprattutto, essere presenti a noi stessi. Che cosa conterà, che cosa non servirà più, che cosa servirà assolutamente. E come prepararci a riconoscere la differenza. Prestare attenzione a quello che esiste. Riconoscere chi resta ai margini, anche quando ci passa accanto. Dare ascolto. Avere fiducia nel possibile. Restituire a ciascuno la possibilità di pensarsi dentro un futuro e riconoscere la propria parte nel dargli forma. Forse dobbiamo ancora imparare a farci le giuste domande.


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