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Dal centro ai territori. Una proposta per costruire la nuova difesa informativa italiana

Di Giangiuseppe Pili e Cosimo Meneguzzo
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Gli attori ostili sfruttano il distacco tra cittadini e istituzioni, anche locali, per alimentare il caos informativo. E un architettura legata soltanto al piano nazionale resterebbe “imperfetta” senza una cerniera con i territori. Una rete di osservatori regionali permetterebbe agli enti locali di beneficiare delle competenze nazionali, e al tempo stesso di orientare verso decisioni pubbliche più consapevoli

Nel corso degli ultimi anni, complici le crisi economiche, politiche, sanitarie e sociali che hanno colpito la vita di milioni di persone, i cittadini europei hanno iniziato a percepire una forma di distacco dalle istituzioni che li rappresentano. Questo vale tanto per quelle apicali, lontane nei palazzi del potere “centrale”, quanto per quelle più immediate degli enti locali, nelle loro varie forme. Tale innegabile distacco, che già di per sé costituisce una criticità da affrontare, rappresenta al contempo una grave vulnerabilità. Attori malevoli, statali e non, possono sfruttarla per erodere la coesione interna e la fiducia nelle istituzioni, e per orientare scelte e percezioni dei cittadini secondo i propri interessi. 

Dinamiche simili non sono certo nuove; nuovi sono, invece, gli strumenti con cui prendono forma. L’evoluzione tecnologica degli ultimi decenni, dall’avvio dell’era digitale all’affermarsi dell’IA, ha prodotto una profonda trasformazione nelle società contemporanee, velocizzando la comunicazione al loro interno e tra di esse, secondo le logiche di quel “villaggio globale” teorizzato da McLuhan. In questo contesto, chi ha interesse a creare caos informativo dispone di molteplici strumenti: la diffusione su larga scala di notizie false o manipolate e di contenuti audiovisivi fabbricati ad hoc, oggi sempre più spesso generati tramite IA; ma anche, e forse soprattutto, l’amplificazione mirata di contenuti autentici ma polarizzanti, capace di sfruttare le logiche algoritmiche delle piattaforme per esasperare fratture già esistenti. Tutte dinamiche che rientrano in un insieme più ampio di minacce ibride e cognitive, nel quale assume crescente rilievo la manipolazione informativa, anche attraverso le cosiddette “Foreign Information Manipulation and Interference” (Fimi).

Contro questo fenomeno diverse democrazie si stanno già mobilitando per dotarsi di efficaci mezzi  di contrasto. Il caso più recente è quello del Regno Unito, dove a settembre il premier Andy Burnham ha annunciato la costituzione di un National Centre for Information Defence. Ma prima di Londra si sono già mossi altri partner europei: la Francia con Viginum dal 2021, la Svezia con la sua Agenzia per la Difesa Psicologica dal 2022 (la prima che all’azione nazionale affianca il coinvolgimento delle amministrazioni locali, attraverso formazione, esercitazioni e condivisione di strumenti di prevenzione), la Germania con la Zeam dal 2024. A livello comunitario, invece, da febbraio è operativo il Centro europeo per la resilienza democratica nato nel quadro dello European Democracy Shield, iniziativa lanciata dalla Commissione Europea il 12 novembre 2025 per proteggere e rafforzare le democrazie degli Stati membri contro le minacce ibride, la disinformazione e le ingerenze straniere. Lo scorso 29 settembre il Centro ha avviato la fase pilota della sua Stakeholder Platform, strumento che punta a coinvolgere società civile, media, fact-checker e ricercatori, riconoscendo l’importanza di affiancare alle istituzioni competenze scientifiche e reti indipendenti nel contrasto agli attori ostili nel dominio cognitivo. Il lancio ufficiale è previsto per la primavera 2027.

Anche in Italia sono stati fatti dei passi avanti. Il decreto legislativo 134/2024 ha istituito presso Palazzo Chigi un Punto di contatto unico, affidato al Consigliere militare e supportato dall’Ufficio infrastrutture critiche del Segretariato generale, mentre la Strategia nazionale per la resilienza dei soggetti critici, adottata nell’aprile 2026, ne ha definito obiettivi e misure. Questa architettura, tuttavia, mira essenzialmente alla protezione delle infrastrutture essenziali e non si inserisce in un sistema dedicato al contrasto della manipolazione informativa e delle ingerenze straniere. Come promuovere il passaggio ad un livello superiore? Un primo passo significativo potrebbe essere quello di istituire un ente centrale a livello nazionale, in grado di coordinare gli sforzi che convergono in questa direzione, tanto dal mondo privato della società civile e dell’imprenditoria quanto da quello pubblico delle istituzioni, e di definire un paradigma di riferimento per un contrasto efficace a questa tipologia di minacce. Si intende che questo debba essere un reale centro di incontro per le istituzioni e la società civile, non l’ennesimo tentativo di iniziare un nuovo percorso con logiche tali da alienare ulteriormente i cittadini.

Ma limitarsi  al solo livello centrale rischierebbe di lasciare imperfetto, nel senso latino del termine, questo apparato, costruendolo con al suo interno falle sufficienti a permettere la neutralizzazione della sua efficacia. D’altronde, l’importanza di una decentralizzazione in questo senso era già stata avvertita dai legislatori europei ed italiani. Questo indirizzo trova elementi di coerenza nella disciplina europea Cer e nelle prospettive del Consiglio dell’Ue (che di recente ne ha rimarcato l’importanza), nel quadro normativo italiano sulla resilienza dei soggetti critici, che contempla specifiche forme di collaborazione tra amministrazioni centrali e Regioni, limitate alle fattispecie e ai settori individuati dal decreto legislativo 134/2024. La Conferenza Stato-Regioni del 30 aprile 2026 ha inoltre registrato la richiesta delle Regioni di partecipare ai tavoli attuativi. Questi elementi confermano l’esistenza di una dimensione territoriale sin dal concepimento dell’intero sistema nazionale, che però non si è ancora tradotta in passaggi concreti. Realizzare questa cerniera porterebbe a un netto miglioramento del risultato complessivo, poiché essa favorirebbe il passaggio da una resilienza prevalentemente reattiva a una capacità territoriale permanente di apprendimento e preparazione.

In questa prospettiva emerge la possibilità di costituire una rete di Osservatori regionali sulla resilienza, capaci di favorire una lettura integrata delle vulnerabilità territoriali così come delle conseguenze locali delle trasformazioni geopolitiche, rafforzando la capacità delle comunità di comprendere, anticipare e affrontare le crisi grazie ad un’infrastruttura di conoscenza capace di tradurre analisi e competenze specialistiche in strumenti accessibili alle amministrazioni locali e ai cittadini, tramite approfondimenti basati su fonti aperte, formazione istituzionale, divulgazione scientifica e collaborazione con università, istituti di formazione e centri di ricerca. Lavorare su una dimensione regionale consentirebbe di valorizzare conoscenze e strumenti sviluppati a livello nazionale ed europeo, approfondendone la rilevanza rispetto ai contesti locali, pur sempre nel rispetto delle funzioni riservate alle autorità competenti in materia di sicurezza nazionale e gestione delle emergenze.

Questa non deve diventare però un ulteriore passaggio burocratico che rallenterebbe la velocità generale della reazione. Al contrario, essa va immaginata come una struttura snella di raccordo, analisi e facilitazione, capace di mettere in relazione le amministrazioni territoriali, promuovere competenze e metodologie condivise e favorire uno scambio costante di conoscenze con il livello nazionale. Un sistema bidirezionale, attraverso il quale le istituzioni locali possano beneficiare delle competenze e degli strumenti sviluppati a livello centrale e, al contempo, contribuire con la propria conoscenza dei territori a orientare decisioni pubbliche più consapevoli, rafforzando la resilienza delle comunità e la tenuta democratica del Paese.

 


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