La mostra di Hans Ruedi Giger apre alla Contemporary Art Gallery Artribù di Roma. Le foto

Copyright Photography Marco Serri

di Fabiola Cinque

Un evento privatissimo, vernissage anomalo rispetto a quelli con grande clamore e presenza di bella gente che ama mettersi in vista. I collezionisti d’arte, quelli veri, no, non amano mostrarsi e partecipare ad inaugurazioni sotto i riflettori. E l’artista esposto, così unico e così scandaloso, per la sua prima volta in Italia dopo il suo decesso (avvenuto poco più di 24 mesi fa), richiamava un target qui già estremamente esclusivo e selezionato. Così nel salotto più esclusivo di Roma, alla Contemporary Art Gallery Artribù, all’interno di un antico palazzo del quartiere centrale dell’Esquilino, venerdì 2 sera si è tenuta una preview della mostra che inaugurerà il 5 dicembre.

Non è un caso che qui io l’abbia chiamato “un target”, ma non si può definire in modo diverso quel pubblico di nicchia e selezionato che ha seguito e continuerà a farlo (anche oltre il clamoroso Oscar) quel mondo demoniaco, oscuro e vitale al tempo stesso, del maestro Giger.

Pittore, scultore, designer, scenografo e Premio Oscar. Hans Ruedi Giger è stato tutto o quasi. Ma più che altro Giger è stato un anticipatore. Artista capace di influenzare una quantità incredibile di forme d’arte, H.R. Giger (1940-2014) è il padre del Surrealismo Biomeccanico, quel movimento culturale sviluppatosi negli anni 70/80 basato sulla fusione tra forme organiche (e non) e creature biomeccaniche. La sua formazione artistica parte dalla scuola di Architettura e Design industriale a Zurigo. E’ qui che matura la sua abilità tecnica e la precisione nella definizione dei dettagli meccanici. Negli anni seguenti, espone in diverse mostre, anche a Zurigo, sviluppando una tensione artistica che lo porta ad esprimere al meglio la sua abilità utilizzando tecniche a china ed inchiostri. Successivamente passa alla pittura ad olio. Sarà però con l’utilizzo dell’acrilico, con tecnica ad aerografo, che firmerà la maggior parte dei suoi lavori noti al grande pubblico.

L’opera dell’artista svizzero fu influenzata da pittori del calibro di Fuchs, Cocteau, Dalì, Kubin e Bosch ed era caratterizzata da vere e proprie incursioni nel labirinto del subconscio, arricchite da un mix di sensualità, irrealtà e orrore.

Di lui Salvador Dalì diceva: “è il più grande surrealista di tutti i tempi… dopo di me naturalmente”, e ne aveva ben donde, anche se racchiudere la genialità di H.R.Giger esclusivamente nel campo della pittura è davvero riduttivo. Le sue visioni aliene e oniriche hanno offerto spunti tematici e iconografici agli artisti più disparati, dai gruppi rock ai tatuatori, dai narratori di fantascienza ai decoratori di autoveicoli.

Nei primi anni settanta, Giger si dedica alle stampe, tra queste ricordiamo “la Monografia A RH+”, raccolta di opere realizzate ad aerografo, a cui ne seguiranno altre, fino ad arrivare al più noto Necronomicon del 1977. E’ in questo periodo che ha una relazione con la giovane attrice e modella Li Tobler, che diventa per Giger musa ispiratrice e simbolo della maggior parte dei suoi lavori professionali. Il loro amore viene però intaccato dalla profonda depressione di Li, che, nel 1975 si toglie la vita all’età di 27 anni. Questo tragico episodio tormentò la vita di Giger per molti anni, e anche la sua arte ne venne profondamente influenzata. Molti dei volti femminili che Giger riproduce si basano sul volto di Li, e mostrano chiaramente tutta la sofferenza dell’artista per quel terribile momento della sua vita. Le donne per Giger, sono sempre avvolte in un alone di mistero e di lotta, quasi come fossero all’interno di un incubo dal quale sembra impossibile svegliarsi.

A seguito dei molti anni di lavoro nel campo del design e dell’illustrazione grafica, per l’originalità e il forte impatto emotivo dei suoi lavori, Giger entra in contatto con Ridley Scott. Il loro incontro, avvenuto nel 1978, lascia un segno indelebile nella storia del cinema e non solo. Il regista inglese incarica l’artista svizzero di disegnare i tratti essenziali del set di Alien, le scenografie e la figura della creatura aliena che diventerà icona assoluta del genere fantascientifico e che gli varrà l’Oscar per i migliori effetti speciali nel 1980 insieme allo scultore e pittore italiano Carlo Rambaldi. Il contributo di Giger si protrarrà anche per i sequel del capolavoro di Ridley Scott, diretti da James Cameron, David Fincher e Jean-Pierre Jeunet, oltre che per i sequel apocrifi di Alien vs. Predators.

Grazie all’onorificenza dell’Academy, H.R. Giger acquistò una popolarità incredibile, ma invece di comprarsi una villa a Hollywood, decise di acquistare il Castello di St.Germain, nel cuore di Gruyères, cittadina medievale svizzera da “libro delle fiabe”.

Nel 1996 sposa la giovane Carmen Maria Scheifele (24 anni più giovane di lui). I 2 condividono un amore profondo, ma anche molti interessi, come l’egittologia, il misticismo, la musica e l’arte. E anche dal punto di vista estetico, Carmen Maria, così elegante e allo stesso tempo misteriosa ricorda chiaramente le figure femminili trovate in gran parte del lavoro di Giger.

Nel 1998 trasforma il fantastico edificio in un museo, dov’è possibile ammirare la più grande collezione delle sue opere. Dalle scenografie cinematografiche scurrili ai quadri (Necronom IV su tutti), dalle sculture ai mobili, l’esperienza del Museo è davvero stravagante, onirica, feroce e bellissima e rispecchia perfettamente lo spirito dell’artista. Fondamentale a riguardo, il ruolo di Carmen Maria, che, nel corso degli anni, ricopre un ruolo sempre più portante nella gestione del patrimonio artistico di Giger: è lei infatti, a dirigere il museo Giger a Chateau St.Germain a Gruyères dal 2001.

Sarà lei infatti ora a gestire il patrimonio (inestimabile) lasciato da Giger. Unica erede, rispettosa del volere di suo marito, non ha alcuna intenzione di sperperare o svendere le opere che adornano Chateau St.Germain. Concede, per la prima volta dopo il suo decesso, e solo ad un gallerista italiano Claudio Proietti, di organizzare una mostra nella sua privatissima house gallery Artribù in uno spazio innovativo ed accogliente all’ultimo piano di un palazzo storico dell’Esquilino a Roma.

E’ un evento unico. In tutti i sensi. Non era ancora mai stato concesso esporre, e vendere, le opere di Giger fuori dal museo di Gruyères, per un artista che ha speso la sua vita per ricomprarsi le sue al fine di averlee tutte con sé, all’interno del suo museo. E per chi non è mai andato da lui in Svizzera, non ha avuto altre possibilità, se non in film e video musicali, di poter ammirare le sue tavole o le sue sculture. Qui trovano una sede ad hoc, l’attico di Artribù lo accoglie e lo esalta con le luci ed i piedistalli che innalzano emblemi di quel mondo che ci attrae e spaventa al tempo stesso. Saranno in vendita queste opere, ed i cultori di Giger, gli estimatori dell’arte contemporanea, ed il mondo della finanza che sa che un investimento così esclusivo, su un artista che ha prodtto così poco senza disseminare le sue opere in tutti i musei e gallerie del resto del mondo (come hanno fatto gran parte dei suoi colleghi) non può che salire ulteriormente verso quotazioni stellari. Il mondo economico e della finanza lo sa, e quello dell’arte l’ha già consacrato tale. Ma oltre agli esperti, sappiamo bene che Giger richiamerà anche studiosi, designer ed artisti che l’hanno ammirato, odiato, temuto ed amato.
E come se non bastasse, il colpaccio di Claudio Proietti consiste nel riuscire ad ottenere in visione, anche questo in anteprima mondiale assoluta, la speciale edizione artistica della Taschen dedicata alle opere di Giger. Considerata oramai per il settore una vera e propria onorificenza alla carriera, che ad oggi ha celebrato maestri del calibro di Helmut Newton, Jeanne-Claude Christo, Ai Weiwei, Nobuyoshi Araki, Georg Baselitz, David Hockney, Dennis Hopper, Jeff Koons, Pierre & Gilles, le monografie TASCHEN partono da un costo accessibile di un paio di migliaio di euro per arrivare a decine, come la limited edition di Helmut Newton che supera i 20.000…

Se l’acquisteremo, potremo così vivere l’emozione vera che si prova nell’immergersi nel mondo Giger. E subito mi torna in mente il quesito è: ma lui amava le donne?
Sono al centro della sua immagine come cardine dell’esistenza e dell’amore o come streghe maligne?

I suoi quadri sono un inno alla donna o un avvertimento che ci allontana dalla figura femminile?

Perchè crea la perfezione della bellezza femminile, dalla sensualità estrema, la cui carne è freddo metallo? I biomeccanoidi sono donne più perfette di noi? O siamo noi? E’ solo la visione estrema di un artista folle che nella sua ossessionante ricerca della bellezza scava nel profondo (in tutti i sensi), zoomando viscere, uteri ed ovaia per arrivare all’origine della creazione? Perché questa continua ricerca di perfezione in gelide figure dalla sessualità dirompente?

Le donne, il sesso, la vita e la morte convivono in grandi quadri dove emergono labbra carnose, glutei forti e delineati all’apice di lunghe gambe come nella meravigliosa asta del microfono dei Korn. Ed il volto della meravigliosa Debbie Harry, alias Blondie, padroneggia sulla copertina del disco.

Le creature micidiali uscite dall’onirico mondo di Giger quanto hanno custodito delle sue donne? Giger e le donne… bel quesito… Quando conobbe Dalì rimase colpito da Gala, e chissà quali altre donne dal fascino perverso e geniale hanno lasciato tracce nel suo immaginario.

E Maria ne sarà mai stata gelosa? Bel ruolo esser stata la sua compagna ma, mi chiedo con quale difficoltà ha convissuto con fantasmi di donne che uscivano dalla sua penna, create a perfezione dalla sua fantastica visione.

Non lo sapremo mai, ma potremo in ogni tratto continuare a delineare fantasie nuove, della donna aliena, mitica e perversa, gelida e sensuale, meccanica e carnale, nel tratto artistico di un genio che ci ha lasciato la sua opera per vivere altre realtà futuribili.

 

ultima modifica: 2016-12-09T11:40:44+00:00 da Zeffira Zanfagna