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Siamo combinati male. Non si è combinati male abbastanza fintantoché non s’inizia a parlarsi addosso raccontandosi la storia, quella coniugata al passato prossimo o, per dirla con gli inglesi, con il present continuos, come una storia positiva, in cui le magnifiche sorti progressive vanno compiendosi come destino ineluttabile degli eventi che si giustappongono.
C’è tutta una serie di giornalisti che considera il web, e quindi l’opportunità di dialogare continuamente, ininterrottamente, di comunicare da ogni dove con ogni dove, come un fattore d’incremento della libertà. Questo significa che siamo proprio messi male. Inoltre, e il dramma si aggiunge alla tragedia, questi fabbricatori di opinione sono diventati fabbricatori di presente. Perché, la vita, il web ce la racconta nell’istante stesso in cui essa accade, nel big bang della cronaca che è archivio per l’istante successivo, pardon, per il tweet successivo.

Chi glielo spiega a questi fabbricatori di opinione che all’aumentare delle informazioni nasce il problema, enorme, della selezione delle stesse?
L’avvento dei calcolatori, negli anni 80 del secolo scorso, rivoluzionò la fluidodinamica, la scienza che studia il moto dei fluidi con tutte le implicazioni di carattere meccanico e termico. Ad esempio, le simulazioni numeriche permisero di studiare i fenomeni turbolenti di geometrie sempre più complesse grazie a codici di calcolo e a una potenza computazionale quasi illimitata. Avere uno strumento molto sofisticato e potente non voleva però dire di avere risolto tutti i problemi. La quantità d’informazioni prodotta dalle simulazioni che studiavano l’andamento della velocità dell’aria attorno a un profilo alare, ad esempio, era spaventosa e obbligava i ricercatori a un’attenta attività di post processing dei dati. I risultati andavano criticati e bisognava fare molta attenzione ai limiti dello strumento. Quello che si stava studiando era pur sempre un surrogato della realtà, il modello numerico appunto. E pertanto i risultati andavano poi riportati nella realtà con l’acume, l’intelligenza e l’esperienza del ricercatore. Insomma, valeva e continua a valere l’adagio “grandi poteri, grandi responsabilità”.

Inoltre c’è un fatto. L’ultima grande scoperta che ha rivoluzionato la vita di noi umani, prima di quella legata alle tecnologie di comunicazione, è stata il volo. La nascita dell’aeroplano. Era l’inizio del secolo scorso. L’uomo voleva violare la forza di gravità, quella che tiene l’uomo con i piedi per terra. Grazie al coraggio di uomini valorosi e anche un po’ incoscienti l’uomo riuscì nell’impresa di andare oltre ai limiti imposti da natura.
Il condottiero della civiltà tecnologica, che dominava e sottometteva al suo controllo il prodotto meccanico, era il wattman.
Erano altri tempi, ovvio. Il mondo viveva nella palpitante trepidazione delle tante scoperte che la rivoluzione industriale portava con sé. La macchina, il movimento meccanizzato si stavano diffondendo. L’aria, che iniziava a essere inquinata, aveva sapore futurista. La vita, e il suo racconto, erano affidati all’animo sensibile di poeti che ne scrivevano la didascalia costruendo un immaginario, partecipando con la stessa scelta dei vocaboli alla definizione degli accadimenti. Prendete proprio il caso dell’aeroplano che D’Annunzio preferiva chiamare “velivolo” per evocare il movimento del congegno nuovissimo.

Erano i tempi in cui la diffusione dell’aviazione fu promossa attraverso la nascita di numerose scuole di volo, per lo più militari. Non c’era distinzione di censo, di lignaggio. L’Egoarchia, professata da Mario Morasso, era appannaggio di tutti coloro che avessero fegato. Non era quindi inconsueto trovare nello stesso gruppo di volo il contadino Giuseppe Massaferro e il principe Francesco Baracca. Entrambi accumunati da quel particolarissimo e privilegiatissimo punto di osservazione, quello riservato agli aviatori. E anche la Grande Guerra non poté che offrire un’altra occasione per confermare il rischio di combattere a centinaia di metri dal suolo, come il contesto in cui le differenze sociali e culturali non dovevano contare.
Non è un caso che in ambito militare l’aviazione era il corpo dove le gerarchie valevano solo a terra. Quando si decollava, la gerarchia diventava leggera come l’aeroplano.
Il webman, inteso come colui che vive di web, è il protagonista opaco e triste dei tempi d’oggi. Il disporre di un dispositivo che permette di navigare nei cieli, senza albe e tramonti di internet, non lo rende uguale al suo omologo di diverso censo e cultura e di diversa etnia. Non c’è nessun atto di coraggio e nessun pericolo che li affratelli. Gli unici rischi cui va incontro il webman sono quelli che vengono da una cattiva postura, dalla sedentarietà e dall’insonnia.
E se ieri i wattman, che con le loro imprese potevano ambire a medaglie e riconoscimenti dimostrando il loro valore di uomini, trovavano impiego nella vita a terra, agli webman l’unica impresa che può influenzare la loro vita è quella che li assume togliendoli dalla disoccupazione.

Dai wattman agli webman

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