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Articolo tratto dal numero 54 (Dicembre 2010) della rivista Formiche

L’ultima inchiesta che ha investito lo Ior, Istituto opere di religione, la banca del papa, riporta il Vaticano ai tempi di Paul Casimir Marcinkus, al crac dell’Ambrosiano degli anni ‘80 e al riciclaggio della tangente Enimont, il più grande caso di corruzione della Prima repubblica. In realtà questa storia, ovvero il sequestro di 23 milioni di euro che lo Ior stava mandando a Jp Morgan Frankfurt e alla Banca del Fucino, è assai più modesta delle vicende che hanno tormentato nel passato la banca il cui utile finisce nella disponibilità diretta del papa. Si tratta con ogni probabilità di un’operazione di tesoreria per l’acquisto di bond compiuta con soldi della banca stessa.

Eppure l’eco mediatico riporta indietro nel tempo. Non per colpa dei giornali ma perché lo Ior ancora oggi è una banca assolutamente impenetrabile, segrete le attività, i bilanci, la gestione. Amministra cinque miliardi di euro ma nulla si sa di come gli stessi vengono messi a reddito. Ancora lo Ior non ha mai adottato le norme anti riciclaggio che regolano invece la vita finanziaria degli istituti di credito dell’Ue ed è chiaro che quando i controlli si fanno più stringenti, quando cadono le protezioni del passato, le segnalazioni penali si ripetono destando clamore. È quanto accaduto due anni fa con le indagini sui conti correnti di transito utilizzati sempre dalla banca vaticana nelle filiali intorno a San Pietro di istituti italiani. È infatti la seconda inchiesta che viene avviata dalla procura di Roma su sollecitazione della Banca d’Italia e questo grazie alla riforma dell’ufficio ispettivo portata avanti dal governatore Mario Draghi con determinazione diremmo “calvinista”. È quanto si ripete oggi con il sequestro dei soldi per l’acquisto dei bond. Quello che ne esce è l’esatto contrario della politica di trasparenza finanziaria che Joseph Ratzinger ha imposto all’economia del piccolo Stato già un anno fa. Eravamo infatti nel settembre del 2009 quando, dopo vent’anni di dominio incontrastato, Angelo Caloia, il banchiere che successe nel 1989 all’arcivescovo Paul Casimir Marcinkus al comando della banca del papa, è stato “dimesso” anzitempo. Uno dei personaggi chiave in Vaticano ha perso così ogni potere, mandato a casa con oltre un anno d’anticipo rispetto alla naturale scadenza del mandato. Lo stesso Ior non sarà più la banca offshore che non risponde ad alcuna norma di controllo del credito e che garantisce impunità come è accaduto finora dai tempi degli affari dell’Ambrosiano di Roberto Calvi, di Marcinkus e di Michele Sindona.

Dopo la firma di una articolata convenzione monetaria, dal 1° gennaio 2010 il Vaticano aderisce ora a tutte le norme antiriciclaggio vigenti nell’Unione europea. Una svolta epocale che la stampa internazionale, a iniziare dal Financial Times, riconduce ai contraccolpi determinati dalla storia sconcertante svelata proprio in Vaticano SpA (tradotto in 14 lingue, con oltre 400mila copie vendute nel mondo), il saggio che per la prima volta racconta senza tesi preconcette e con migliaia di inediti documenti interni della Santa Sede (una parte consultabile sul sito chiarelettere.it) vent’anni di malaffare e di tangenti passate nei caveau dei cardinali. Contraccolpi che sembrano ripetersi e confluire in una sorta di “glasnost finanziaria”.

Il libro, seppur poco pubblicizzato quantomeno in Italia, Paese che vive in un disagio perpetuo il rapporto con la Santa Sede, incide con sapienza chirurgica. A gennaio del 2010 il segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, azzera nell’organigramma della banca del papa la figura centrale del prelato, ricoperta un tempo da quel monsignor Donato de Bonis, spregiudicato gestore per anni di tangenti e conti correnti di politici innominabili.

Il prelato è l’unico sacerdote che lavora nella sede stessa della banca e rappresenta la figura di collegamento tra i laici del Consiglio d’amministrazione e i cardinali del Consiglio che dovrebbe controllare l’attività. Senza preavviso monsignor Piero Pioppo, già segretario particolare dell’ex segretario di Stato Angelo Sodano e attuale prelato, è stato accomodato fuori dalle mura leonine. Diventerà nunzio apostolico in Camerun e Guinea Bissau.

L’uscita di Vaticano SpA in Italia spiazza la gerarchia della Santa Sede. L’emersione dell’archivio di monsignor Renato Dardozzi, custodito in valigie Samsonite recuperate nella cantina di una fattoria in Ticino, il lavoro di raccolta e classificazione dei documenti sino all’elaborazione di un saggio d’inchiesta non viziato dall’anticlericalismo militante, prima viene vissuto come un trauma, uno choc. Poi dai più stretti collaboratori di papa Joseph Ratzinger come incredibile occasione da cogliere e sfruttare il più possibile. Nulla quindi è più come prima. Quando Caloia viene mandato a casa, gli succede il numero uno della banca spagnola Santander in Italia: Ettore Gotti Tedeschi, docente universitario e assai vicino all’Opus dei che diventa il nuovo presidente del Consiglio di sovrintendenza dello Ior. Gotti Tedeschi gode di un rapporto strettissimo con Tarcisio Bertone che in questi anni di papato di Ratzinger mostra di essere alla regia delle più significative scelte che segnano le svolte in Vaticano. Gotti Tedeschi schiaccia subito sull’acceleratore. E cerca di proiettare la banca in una dimensione internazionale. Il primo passo però è un altro. Ovvero recuperare la credibilità di un istituto sempre al centro di scandali. Nello scacchiere internazionale Gotti Tedeschi si muove con rapidità. È il 29 novembre del 2009 quando diventa pubblico l’accordo con l’Unione europea. Lo Ior è ad una svolta epocale e il Consiglio delibera una nuova convenzione monetaria con il piccolo Stato del Vaticano. Nel testo della delibera del Consiglio si indica: “Lo Stato della Città del Vaticano s’impegna ad adottare le opportune misure, mediante la trasposizione diretta o eventuali azioni equivalenti, per applicare tutta la normativa comunitaria pertinente in materia di prevenzione del riciclaggio di capitali illeciti, prevenzione della frode e contraffazione di mezzi di pagamento in contanti e diversi dai contanti. Esso si impegna altresì ad adottare tutta la normativa comunitaria pertinente in materia bancaria e finanziaria se e qualora sia creato un settore bancario nello Stato della Città del Vaticano”.

Il settore bancario entro le mura leonine è stato creato da tempo. Ma il linguaggio esprime la delicatezza dell’accordo che diventa operativo il 1° gennaio 2010. In realtà lo Ior ancora oggi non ha adeguato tutti i parametri. La conversione da compiere è di portata talmente rilevante che richiederà mesi e mesi di lavoro. Bisogna rinegoziare i rapporti con le banche centrali, ridisegnare le attività della banca e soprattutto affrontare la clientela compiendo delle scelte. È un cammino conseguente all’enciclica Caritas in veritate, firmata da Benedetto XVI per combattere la finanza che danneggia l’uomo. Bisognerà ora capire come si intenderà muovere il Vaticano.

Se davvero accoglierà tutta la normativa dell’Unione europea. O se verranno compiute delle scelte lasciando sempre delle zone grigie. Sarà interessante ad esempio accertare se gli organi ispettivi potranno verificare le attività dello Ior o se gli ispettori rimarranno fuori da Torrione Nicolò V, lasciando ancora sulle sue mura contraddizioni e incrostazioni che ne limitano la trasparenza con un inquantificabile danno al complesso rapporto che lega i fedeli ai rappresentanti della parola di Dio.

Gianluigi Nuzzi è autore di “Sua Santità. Le Carte Segrete di Benedetto XVI” (Chiarelettere, 2012) e “Vaticano SpA” (Chiarelettere, 2009)

La “glasnost” finanziaria dello Ior

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