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Poche persone che lavorano, molte che rimangono fuori dal mercato del lavoro, semplicemente perché non vogliono un’occupazione. Questa la rappresentazione che emerge da un’analisi approfondita del mercato del lavoro italiano. Una situazione che si affianca alla difficoltà, ormai strutturale, dell’economia italiana di creare ricchezza.

Negli ultimi quattro trimestri disponibili, dal IV 2011 al III 2012, ogni occupato in Italia ha prodotto oltre 68mila euro di Pil, a fronte dei quasi 66mila di un tedesco. Nello stesso periodo, il Pil pro-capite, misura della ricchezza di un Paese, è risultato pari a oltre 32mila euro in Germania e a meno di 26mila in Italia. Un lavoratore italiano è, quindi, in grado di contribuire alla produzione del Pil con la stessa intensità di uno tedesco, ma il più basso numero di occupati determina una minore capacità dell’intero sistema produttivo di accrescere la ricchezza dei cittadini. Le cause sono ovviamente molte. La diffusa inattività contribuisce a spiegare parte di questo fenomeno. In un momento di crisi come quello attuale, il problema principale rimane la debole domanda di lavoro da parte delle imprese. I dati indicano, però, come vi sia anche un problema di offerta di lavoro.

Per correggere l’inattività bisognerebbe prima di tutto operare per rendere il sistema Paese un sistema che favorisca l’ingresso nel mercato del lavoro. Si agevolerebbero in questo modo quei 4 milioni di persone, di cui 2 milioni e mezzo donne, che hanno dichiarato durante lo scorso anno di voler lavorare ma di non poter cercare un’occupazione. Sarebbe, ad esempio, opportuno accrescere i servizi forniti alla famiglia, come gli asili nido o l’assistenza agli anziani, ricordando come la spesa pubblica per la famiglia pro-capite nel nostro Paese sia pari a poco più della metà di quella tedesca.

Queste politiche sono necessarie, ma i dati sull’inattività ci dicono che non sarebbero sufficienti. Oltre 10 milioni di italiani rimangono fuori dal mercato del lavoro, senza cercare un’occupazione, semplicemente perché non vogliono lavorare. È un problema di mentalità, che può interessare, ad esempio, l’organizzazione della famiglia, la scelta di dedicarsi allo studio, l’opportunità di beneficiare di un trattamento pensionistico in età non avanzata o, più semplicemente, la possibilità di godere di altre forme di reddito senza avvertire la necessità di dover cercare un lavoro. La crisi, colpendo i redditi e la ricchezza delle famiglie, ha modificato leggermente questa situazione, rendendo necessario per molti italiani uscire dall’inattività per cercare un’occupazione.

Dal III trimestre 2011 al III 2012, gli inattivi si sono ridotti di 602mila unità. Il numero di quelli che dichiarano di voler lavorare, ma di non potere, è leggermente aumentato. Il calo ha interessato solo coloro che dichiaravano in precedenza di non voler lavorare. La riduzione è risultata poco significativa per i più giovani, per i quali la scelta di non voler lavorare è nella maggior parte dei casi legata a motivi di studio. Il calo è stato particolarmente ampio per le donne: il numero delle italiane che dichiarano di non essere interessate a cercare un’occupazione è sceso da 7,3 milioni del III trimestre 2011 a 6,8 milioni del III 2012, una riduzione prossima alle 500mila unità. Di queste, meno di 50mila avevano un’età compresa tra i 15 e i 24 anni, quasi 200mila appartenevano alla fascia di età più matura, mentre le restanti 270mila avevano tra 25 e 54 anni. Una rinnovata mentalità che favorisca un calo dell’inattività. Questa una delle parti più complesse di una futura politica che miri a rendere il sistema Paese Italia più moderno e competitivo. Ne deriverebbe una maggiore efficienza del mercato del lavoro italiano.

Il calo dell’inattività potrebbe favorire un’ulteriore riduzione del numero dei posti vacanti. Si tratta di quei posti di lavoro per i quali l’impresa cerca senza successo un lavoratore. Accade anche in un periodo di crisi come quello attuale. Nel III trimestre dello scorso anno, i posti vacanti, sebbene in calo rispetto all’anno precedente e su livelli storicamente bassi, erano ancora circa 80mila. Una minore inattività potrebbe, inoltre, favorire una dinamica più efficiente del costo del lavoro, con un recupero di competitività del sistema produttivo. Dal 2001 al 2011, il tasso di inattività in Germania è sceso di 6 punti percentuali (dal 29% al 23%), in Italia di solo 2 punti (dal 40% al 38%). Nello stesso periodo il costo del lavoro nominale per occupato è aumentato in Germania del 15,4%, in Italia del 26,7%. Come conseguenza anche del deludente andamento della produttività, il costo del lavoro per unità di prodotto è aumentato di oltre il 30% in Italia, circa 5 volte il tasso di crescita registrato in Germania. L’economia tedesca è riuscita in questo modo a contenere la perdita in termini di quota di mercato sul commercio mondiale, a differenza di quanto accaduto per il nostro Paese, che negli ultimi cinque anni ha visto ridurre il proprio peso di quasi un quinto.

Sintesi di un articolo che si può leggere qui.

Chi l'ha detto che gli italiani producono meno dei tedeschi?

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