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Obama, presidente degli Stati Uniti, mette il tema energetico al centro delle problematiche da affrontare nel nuovo programma. Nel discorso inaugurale del secondo mandato troviamo il seguente, lungo, inciso “We, the people, still believe that our obligations as Americans are not just to ourselves, but to all posterity. We will respond to the threat of climate change, knowing that the failure to do so would betray our children and future generations. Some may still deny the overwhelming judgment of science, but none can avoid the devastating impact of raging fires and crippling drought and more powerful storms. The path towards sustainable energy sources will be long and sometimes difficult. But America cannot resist this transition, we must lead it. We cannot cede to other nations the technology that will power new jobs and new industries, we must claim its promise. That’s how we will maintain our economic vitality and our national treasure – our forests and waterways, our crop lands and snow-capped peaks. That is how we will preserve our planet, commanded to our care by God. That’s what will lend meaning to the creed our fathers once declared”.

Parole che si basano sulle azioni portate avanti nel corso del primo mandato, sia sul fronte delle fonti convenzionali, con lo sviluppo all’estrazione del petrolio e del gas dagli scisti bituminosi (shale oil e shale gas), sia su quello delle fonti rinnovabili, che ha avuto meno fortuna in termini di riuscita degli investimenti. Senza entrare qui nel merito delle problematiche sollevate dalle tecniche di estrazione degli idrocarburi dagli scisti, gli USA una rivoluzione la stanno facendo, tanto che la IEA – l’Agenzia internazionale per l’energia – nel recente World energy outlook 2012 delinea per gli Stati Uniti l’acquisizione del ruolo di primo produttore mondiale di gas e petrolio fra il 2015 e il 2020. Se confermata nei fatti, una tale trasformazione avrebbe conseguenze geopolitiche ed economiche stravolgenti. E già ora si notano degli effetti sul mix dei combustibili, con l’Unione europea che vede crescere il consumo di carbone a causa del ribasso dei prezzi conseguente alla disponibilità di shale gas negli USA e dunque rischia di perdere alcuni dei benefici sulla riduzione di CO2 faticosamente raggiunti.

Il recente “Global Energy Architecture Performance Index Report” del World Economic Forum pone l’accento sull’importanza strategica dell’uso efficiente dell’energia e di un sistema energetico sostenibile e sicuro. Nelle prime venti posizioni figurano quindici Paesi europei, a testimoniare la funzione di leadership globale nella lotta ai cambiamenti climatici della UE (Norvegia e Svizzera beneficiano comunque della vicinanza di Stati dell’Unione). L’Italia è però solo quaranteseiesima (solo Bulgaria e Cipro fanno peggio nella UE), segno – per quanto queste classifiche vadano sempre prese col beneficio dell’inventario, visto che molto dipende da quali criteri si adottano per stilarle – che siamo lontani dal giocare un ruolo di primo piani in questo contesto.

Non curare il tema energetico in un Paese che dipende per circa l’85% dall’estero sulle fonti primarie di energia e che evidenzia problemi non trascurabili a livello sistemico (vedere ad esempio questo post) è pura follia (e purtroppo al momento occorre usare il presente e non il condizionale).

L’indagine conoscitiva sulla strategia energetica nazionale, avviata un anno e mezzo fa dalla Xa Commissione del Senato, si è chiusa, dopo tanto lavoro, senza un documento conclusivo. La consultazione avviata dal Ministero dello sviluppo economico sullo stesso tema lo scorso ottobre è rimasta sospesa. La motivazione non può essere la fine del Governo tecnico, che già presentava una scadenza. In entrambi i casi si è persa l’occasione di lasciare al futuro governo politico un’utile guida sulle possibili azioni, basata su un confronto ampio con gli stakeholders non facile da ricostruire.

Se queste sono le premesse probabilmente non stupisce che nessun candidato alle elezioni parli del tema energetico e di come intenda affrontarlo, ma ciò è miope e grave. Un sistema energetico inefficiente porta ad alti costi, bassa competitività, impoverimento sociale e a una vulnerabilità del sistema paese, e alimenta la crisi. Non si può trascurare qualcosa di così importante in una situazione che ci vede arrancare con una domanda sempre più asfittica e un disagio sociale crescente, che l’assenza di strategia energetica potrà solo peggiorare. Le parti politiche devono mettere il tema al centro dell’attenzione e illustrare agli elettori come intendono agire in caso di vittoria (su questo come su altri argomenti cruciali). Non usciremo dalla crisi grazie a confronti politici a base di pietosi attacchi incrociati e di disconoscimenti di paternità, ma ritrovando fiducia in una classe politica e amministrativa capaci di ammettere i propri errori, di utilizzarli per indicare possibili vie di uscita e di adoperarsi per risolvere la situazione nel migliore modo possibile. L’auspicio è che questa campagna elettorale si fondi di più sui contenuti e le idee. E sta a noi tutti fare in modo che ciò accada.

L'energia assente dalle proposte politiche

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