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La cara Gran Bretagna sembra aver perso almeno un po´ del suo appeal. Dati alla mano, Oltremanica e oltre l´euro, dall´inizio della crisi a oggi Londra non ha saputo difendere la sua forza economica, soprattutto rispetto all´Eurozona. E sotto accusa ci sono anche gli effetti della svalutazione della sterlina decisa dalla Bank of England, che in un periodo crisi ha avuto per effetto solo la riduzione delle esportazioni e dei consumi interni.

Erik Nielsen, capo economista di UniCredit, in un intervento sul Financial Times di oggi, si chiede dunque perché, con una situazione di bilancio simile a quella di Londra, ma con esportazioni più alte e industrie più competitive, l´Italia debba pagare più alti interessi sul suo debito sovrano, e per quanto tempo.   “Un anno fa – ha scritto Nielsen nella sezione Market Insight – concordavo sul fatto che i fondamentali economici e le ambizioni politiche italiane, paragonati con quelli britannici, non giustificavano la differenza di circa 350 punti base di spread per i due Paesi. Un anno dopo è chiaro che il mercato aveva torto”.

“Un investimento su un titolo italiano a tre anni avrebbe fruttato circa l´8,8% fino ad oggi, in confronto all´1,3% sul titolo del simile debito inglese, con parte della differenza rappresentata dal pagamento per la più alta volatilità naturalmente”, spiega l´economista di Unicredit.

I costi di rifinanziamento per entrambi i governi sono diminuiti oggi, “grazie alla promessa della Bce di eliminare il rischio di convertibilità per l´Italia, e per la Gran Bretagna attraverso il programma QE della BoE. Ma questi livelli non rappresentano ancora la situazione dei fondamentali nei due Paesi”.   Secondo Nielsen, “entrambi i Paesi non hanno visto buone performance dall´inizio della crisi. L´Italia ha visto contrarre il suo Pil del 6,8%, e la Gran Bretagna il 3,1%. Ma, sebbene le esportazioni britanniche, da metà 2007 a metà 2009, siano cresciute solo dell´11,9% (in volumi) quelle italiane sono aumentate del 21,6%”.

Lo scarso livello di esportazioni britanniche per Nielsen conduce a due considerazioni. “Primo, l´effetto del deprezzamento è spesso sovrastimato. Le società britanniche non hanno usato una sterlina più debole per aumentare la produzione e la loro quota di mercato nel mondo, ma apparentemente, solo per incassare profitti più alti (sebbene con una sterlina meno forte). Nel frattempo il mercato interno ha sofferto degli effetti causati da un pound più debole, con l´erosione del reddito e dei consumi della popolazione”.

Inoltre, “l´industria inglese sembra meno mirata verso il mondo globalizzato di quella italiana”.   Così, con bilanci macroeconomici simili, politiche italiane più ambiziose e società più competitive di quelle inglesi, “perché Roma deve pagare più di Londra per il suo debito? Con la ripresa globale dalla crisi e un drenaggio fiscale in diminuzione, l´Italia sarà fuori dalla recessione tra meno di un anno. Immagino che i creditori di Roma nel 2013 continueranno ad essere più felici di quelli di Londra”, conclude Nielsen.

 

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