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Commentando il vergognoso flop della quotazione in Borsa della Sea, annullata per mancanza di sottoscrittori, il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha detto: “Chi ha sbagliato paghi”. Ha ragione: allora paghi lui, perché ha sbagliato lui, insieme con il suo assessore al Bilancio, Bruno Tabacci, al suo city manager Davide Corritore che, pur venendo dal mondo della finanza più sofisticata, evidentemente non sa più come muoversi sui mercati.

E con loro ha sbagliato il presidente e direttore generale della Sea, Giuseppe Bonomi, messo a guidare i due aeroporti milanesi senza avere la minima competenza di trasporto aereo, ma con la tessera della Lega in tasca. Ha sbagliato in maniera così eclatante che in qualsiasi altro Paese sarebbe stato costretto alle dimissioni, invece lui rimane lì, sulle due poltrone cui tiene molto, specie a quella di direttore generale che gli garantisce uno stipendio lauto e sicuro e una buonuscita da 1,7 milioni di euro in caso di risoluzione anticipata del suo contratto.

Questo è un fiasco che ha gettato discredito sull’Italia, su quel poco che rimane di mercato, sulle istituzioni già generalmente disistimate. Però non succede nulla (salvo inutili esposti alla magistratura) si va avanti come se nulla fosse successo.

La storia della quotazione Sea parte da lontano. I due maggiori azionisti, Comune di Milano (54,8 per cento del totale) e Provincia (14,6) avevano già fatto un primo tentativo nel 2001, ma l’attacco alle Torri Gemelle e il successivo crollo del traffico aereo li avevano costretti a lasciar perdere.

L’anno scorso Pisapia diventato sindaco di Milano con una giunta di sinistra, ha trovato le casse vuote e ha deciso di ritentare con la Sea. Dopo vari dibattiti, si è optato per un’asta vendendo un pacchetto del 29,9 per cento a F2i, un fondo di investimento guidato da Vito Gamberale con sottoscrittori privati e pubblici: banche, assicurazioni, ma anche fondazioni, casse previdenziali e istituzioni pubbliche di primo piano, come la Cassa depositi e prestiti controllata dal Tesoro. Gamberale ha pagato le azioni 5,2 euro l’una.

Quest’anno Comune e Provincia, bisognosi ancora di denaro, hanno di nuovo imboccato la strada dell’Ipo. E’ stato messo su il solito apparato di banche e advisor e subito si è notato un particolare: fra gli istituti coordinatori dell’operazione c’erano anche Intesa Sanpaolo e Unicredit, al tempo stesso sottoscrittori di F2i. Curioso, ma non è niente rispetto al resto.

Quando si è trattato di indicare il prezzo di collocamento, si è scelta una forchetta compresa fra 3,2 e 4,3 euro. E’ ovvio che chi un anno prima le aveva pagate 5,2 ha avuto un travaso di bile. E’ successo qualcosa in quei circa 12 mesi per giustificare un simile sconto? Sì, è successo qualcosa: il traffico di Linate e Malpensa si è seriamente contratto e le previsioni indicano che continuerà. Ma c’è un problema: questo andamento negativo non è stato messo nel prospetto, non è stato indicato agli investitori. Così la Consob ha dovuto intervenire, facendo modificare il prospetto stesso. Cosa che ha pochi precedenti e non luminosi nella storia delle Ipo.

Come se non bastasse in una conferenza stampa, Bonomi ha detto che la Sea distribuirà il 70 per cento degli utili dei prossimi tre anni in dividendi.

Affermazione senza senso: a norma del Codice civile le varie poste di bilancio devono essere presentate dal consiglio di amministrazione in carica e approvate dall’assemblea degli azionisti. E questo deve succedere ogni anno, non ci si può portare avanti. Ad aggiungere benzina sul fuoco ci si è messa la comunicazione mediatica: alle critiche sollevate dai giornali e dai siti on line, puntualmente i comunicatori della società rispondevano con repliche insinuanti e polemiche, esattamente l’opposto di quello che qualunque professionista del settore avrebbe dovuto fare in una fase così delicata che di tutto ha bisogno fuorché di stizziti battibecchi. Insomma, gli investitori hanno sentito tirare un’aria sgradevole e non hanno sottoscritto le azioni Sea.

Ora Comune e F2i si combattono a colpi di ricorsi e controricorsi, francamente poco interessanti. Certo Gamberale ha reagito con irruenza forse eccessiva, ma non poteva incassare una minusvalenza implicita di tale entità senza fare nulla. Gli altri, complessivamente, si sono comportati da dilettanti e con sgradevole supponenza. Di peggio non si poteva fare. Si dice sempre che Milano anticipa quello che succederà nel resto d’Italia. Bene, la sinistra arrivata al potere un anno fa, sotto la Madonnina ha dimostrato di non essere capace a gestire una situazione complessa. Adesso, secondo tutti i sondaggi, la sinistra sta per andare al potere a Roma. Preparate i salvagente.

A Milano si dimette nessuno per la figuraccia Sea?

Commentando il vergognoso flop della quotazione in Borsa della Sea, annullata per mancanza di sottoscrittori, il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha detto: “Chi ha sbagliato paghi”. Ha ragione: allora paghi lui, perché ha sbagliato lui, insieme con il suo assessore al Bilancio, Bruno Tabacci, al suo city manager Davide Corritore che, pur venendo dal mondo della finanza più sofisticata,…

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