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Da sempre ogni generazione nel lasciare il testimone della conduzione della società a quella a venire, ne ha criticato la mancanza di valori e l’opposizione infantile alla tradizione. Allo stesso modo, anche oggi continua in maniera forse più drastica il leit-motiv sulla crisi dei costumi, della società e della politica. Ma cosa vuol dire crisi? E a che cosa ci si riferisce quando si pensa a ciò che si è perso?
 
Crisi vuol dire “separare”, “rottura”; ossia allontanamento da valori ritenuti positivi per la società civile dalla stessa tradizione che li avalla proprio perché li veicola. Ciò che si ritiene perduto quindi sono questi valori, intesi come punto di riferimento per il vivere quotidiano e come obiettivi a cui tendere.
 
Coloro che ereditano la tradizione, la generazione attuale, hanno il pieno diritto di criticare anche radicalmente questi valori del passato, per rispondere alla domanda se essi valgano ancora per il presente. Un valore deriva dal rapporto tra un bisogno del presente, una contingenza e la spinta ideale che ogni essere umano ha.
 
La questione quindi si sposta: non è più un problema di critica a qualcosa che già c’è, ma il capire l’origine della spinta ideale che l’ha prodotta e valutare se ha ancora un senso oggi. Allo stesso tempo, però, al giorno d’oggi con quali strumenti è possibile fare questa valutazione? Ciò che bisogna fare è riprendere in mano l’identità dell’essere umano, ciò che lo rende tale e che gli permette di guardare, confrontare e giudicare cosa gli è favorevole.
 
È importante constatare e affermare che ogni essere umano ha dentro di sé un sorta di motore che lo spinge in maniera radicale a cercare ogni giorno di soddisfare i propri desideri. Il desiderio spinge l´uomo alla ricerca di un compimento, di una pienezza, di una totalità.
 
Luigi Giussani definisce tutte queste esigenze come senso religioso, il quale risiede nel cuore − concetto ripreso dalla tradizione biblica. Il cuore è lo strumento che porta il singolo a determinare cosa è bene e cosa è male per se stesso; allo stesso modo viene sempre dal cuore quella spinta a voler costruire secondo determinati ideali esplicitati in valori.
 
La dimenticanza, o peggio ancora l’anestesia generalizzata del cuore sono le conseguenze storiche e palpabili del pensiero positivista. Si è cercato di dare risposta a questo anelito umano tramite le grandi ideologie o utopie; ma dopo poco hanno mostrato tutta la loro inadeguatezza.
 
Per via del fallimento di questi tentativi, oggi si è generalmente caduti in un relativismo culturale per cui tutto è uguale e appiattito, e si continua a censurare quel cuore, probabilmente proprio perché non lo si riconosce più e non si è più abituati a dargli una identità.
 
L’aver ridotto l’ampiezza del desiderio dell’uomo, l’averlo spinto ad accontentarsi ha svuotato di significato i valori tanto decantati e costruiti dalla tradizione. Siamo nell’epoca dello smarrimento e dell’incertezza. Il filosofo francese Fabrice Hadjadj in più occasioni ha sostenuto che la mancanza di certezza deriva da una difficoltà a credere nell’avvenire e nella storia proprio perché i suoi esiti hanno deluso l’umanità; per sfuggire quindi a questa tragica condizione umana, sempre Hadjadj, sostiene che si stanno toccando tre derive post-umane: il tecnocraticismo, il fondamentalismo e l’ecologismo. In tutte e tre i casi ciò che si vuole tagliar fuori è la speranza nell’uomo storico, fatto di carne e spirito. Con il tecnocraticismo si cerca di rispondere con l’efficienza istantanea del super uomo e delle sue macchine; con l’ecologismo si dilata e si regredisce l’uomo a semplici cicli della natura; infine con il fondamentalismo si cerca l’estasi dell’uomo nell’aldilà, rigettando la carnalità presente.
 
Queste tre modalità che partono da spinte positive e buone, come la crescita tecnologica, l’amore per la natura e la cura dello spirito, portate a queste estreme conseguenze arrivano a sfiduciare l’uomo nel suo impegno con la realtà in un determinato arco storico. Si può arrivare ad affermare che le varie tipologie di crisi derivano quindi da una medesima crisi antropologica. Da dove allora è possibile ripartire?
 
Bisogna ripartire dalle prime e vere certezze, ossia quelle esistenziali. Ognuno dovrebbe guardarsi e capire che la prima evidenza alla quale aderire, il primo fatto da cui poter partire, è quello della sua stessa esistenza; e conseguentemente dell’esistenza misteriosa di tutto quello che c’è. L’aggettivo misteriosa deriva dalla constatazione che ragionevolmente per l’essere umano da solo non è possibile affermare con certezza l’origine della realtà e di se stesso, ma può serenamente partire dal fatto che c’è e che con i suoi talenti e con quel desiderio d’infinito che gli è costitutivo può agire nella realtà e costruire.
 
Il livello più ampio e alto di questo investimento per la posterità sta nella cultura e nella politica. Responsabilità di entrambe diventa il riprendere in mano tutto l’uomo, comprese le sue esigenze più profonde e servirlo secondo il concetto tomistico di “bene comune”. La politica quindi non sarebbe altro che il massimo servizio, proprio perché aiuta non solo il singolo, ma l’intera collettività.
 
La deriva della politica sta nell’aver perso di vista la propria funzione e la propria origine e di essersi ridotta a potere, ossia a determinare secondo interessi ristretti ciò che è buono per l’uomo e ciò che non lo è, dimenticandosi essenzialmente di chi è l’uomo. In un discorso al Pontificio consiglio per i laici Benedetto XVI ha affermato: “Bisogna recuperare e rinvigorire un’autentica sapienza politica; essere esigenti in ciò che riguarda la propria competenza; servirsi criticamente delle indagini delle scienze umane; affrontare la realtà in tutti i suoi aspetti, andando oltre ogni riduzionismo ideologico o pretesa utopica; mostrarsi aperti ad ogni vero dialogo e collaborazione, tenendo presente che la politica è anche una complessa arte di equilibrio tra ideali e interessi […]”.
 
La politica di oggi può rinnovarsi solo sostenendo questo orizzonte più ampio di possibilità, favorendo e non ostacolando quella libera creatività umana che contribuisce alla crescita della società civile. In questo modo la crisi può diventare un momento fertile e positivo per riprendere un cammino costruttivo per l’uomo, guidato da una nuova speranza che trae origine dalla rinnovata possibilità del singolo di essere pienamente se stesso e capace di agire secondo tutta la sua esigenza di grandezza.

Per una nuova sintassi politica

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