La svoltina di Trump sull’hacking della Russia alle presidenziali Usa

La svoltina di Trump sull’hacking della Russia alle presidenziali Usa

Il presidente eletto americano Donald Trump venerdì per la prima volta dopo mesi ha ammesso che ci sono evidenze che la Russia ha pianificato attacchi hacker contro sistemi informatici americani,  tra cui quello al Comitato nazionale del Partito Democratico, ma ha sottolineato che questi non hanno in alcun modo modificato l’esito delle elezioni presidenziali. Il (parziale) dietrofront arriva dopo un atteso incontro che il repubblicano ha avuto con i delegati della Comunità di intelligence (i capi di Cia, Fbi, Nsa e il Director della National Intell), che lo hanno ragguagliato delle indagini a proposito dell’ormai noto hacking russo alle presidenziali (azioni di pirateria informatica con cui sono state sottratte informazioni confindenziali ai democratici, poi diffuse online attraverso un’intesa campagna di trolling e fake news col fine di screditare la candidate Hillary Clinton). Si tratta di una notizia importante, se si pensa che fino a poche ore prima del meeting durante un’intervista telefonica di otto minuti col New York Times Trump aveva definito la ricostruzione a cui erano arrivate le intelligence sul ruolo giocato da Mosca “una caccia alle streghe”, sollevata dai suoi avversari politici rancorosi per la sconfitta – nell’intervista aveva criticato anche l’intensità con cui i politici americani si sono scagliati contro la Russia, dicendo di non averne riscontrata altrettanta nel caso di altri attacchi hacker subiti dall’America da parte di altri attori statali, come la Cina per esempio.

IL REPORT

La vicenda nelle ultime due settimane ha raggiunto il culmine: il 29 dicembre il presidente Barack Obama aveva deciso di ordinare sanzioni contro la Russia dopo aver ricevuto in anteprima i risultati dell’indagine, che nel frattempo sempre venerdì è stata in larga parte desecretata (come da richiesta di Obama) con la pubblicazione di un report di 25 pagine che arriva a una conclusione piuttosto esplicita: “Vladimir Putin ha ordinato una campagna di influenza per dirigere le elezioni presidenziali Usa a favore di Donald Trump”. Nel report si legge che non sono state fatte valutazioni su quanto questo avesse influenzato le votazioni, perché le analisi riguardo alla politica e all’opinione pubblica uscivano dalle competenze delle agenzie. I risultati dell’indagine però suggeriscono che tra i motivi del perché Mosca abbia cercato di favorire Trump c’è il fatto che già in passato Putin si è trovata meglio a lavorare con leader occidentali più aperti verso la Russia anche per interessi personali: nero su bianco un esempio, quello dell’ex primo ministro italiano Silvio Berlusconi. Il report non segnala come le agenzie americane siano arrivate a ricostruire i link russi, aspetto che resta sotto top secret per non svelare dettagli operativi, e spiega che non ci sono state alterazioni alle macchine per il voto elettronico.

TRUMP CONTRO L’INTELLIGENCE

Nei giorni passati la posizione assunta dai servizi e dall’attuale Amministrazione da un lato e Trump e il suo staff dall’altro, aveva fatto registrare scontri a toni alti, con il presidente eletto che in un tweet era arrivato a sostenere che sulla vicenda avesse più valore una ricostruzione di Julian Assange, che durante un’intervista a Fox News aveva smentito ogni genere di coinvolgimento russo, che quelle fatte dalle intelligence – nel report tra le altre cose, si sottolinea che gli hacker al soldo del Gru, il servizio segreto militare russo, avrebbero compiuto gli hacking contro i democratici e poi passato montagne di dati a WikiLeaks, che li ha poi diffusi. Le dure polemiche tra Trump e ile agenzie hanno portato l’ex capo della Cia James Woolsey, membro del team che sta preparando la transizione alla Casa Bianca del presidente eletto, a dimettersi in segno di protesta per le continue bordate contro i servizi segreti di colui che dal 20 gennaio sarà a tutti gli effetti il presidente e commander in chief.

IL CAMBIO DI LINEA E IL PASSAGGIO AL SENATO

Dopo la riunione di venerdì, l’atteggiamento di Trump è cambiato anche nei confronti degli uomini dell’intelligence e non solo sul coinvolgimento russo – per mesi negato e poi ammesso. Trump ha detto di avere “grande rispetto” per coloro che si sono occupati del report, cambiando rotta rispetto a una dichiarazione di inizio dicembre con cui aveva definito “ridicola” l’intera indagine. Giovedì, alla Commissione Forze armate del Senato, il direttore della National Intelligence James Clapper e altri capi della comunità di intelligence americana (che è formata da 17 agenzie indipendenti, coordinate a Clapper e tutte impegnate nelle indagini sulle interferenze alle presidenziali) avevano testimoniato davanti ai legislatori sulla gravità della situazione: la Russia ha utilizzato l’hacking e la successiva fuga di notizie per influenzare i risultati delle elezioni americane, era il verdetto. Clapper aveva anche accusato Trump di tenere un atteggiamento “denigratorio” che era pessimo per il morale degli uomini che lavorano nei servizi. Da alcuni giorni comunque si parla che Trump abbia in mente una robusta revisione della leadership delle agenzie.

ultima modifica: 2017-01-07T10:11:15+00:00 da Emanuele Rossi