I giornali Usa sono la vera opposizione a Donald Trump?

I giornali Usa sono la vera opposizione a Donald Trump?
L'approfondimento di Emanuele Rossi

Stiamo lavorando come “una macchina messa a punto”, “apro i vostri giornali e vedo storie che raccontano di caos” nell’amministrazione: “È l’esatto contrario” e per questo la metà del buon lavoro che sta facendo il mio capo dello staff “è smentire le vostre bugie”, ha detto il presidente americano Donald Trump durante una conferenza stampa dalla East Room, la prima da solo contro i giornalisti. Un fiume di parole a cui ha affidato il contrattacco sul caso-Flynn: un’ora e diciassette minuti per spiegare che il problema sono i leak usciti e che invece è stato lui a obbligare alle dimissioni il Consigliere che aveva scelto per guidare la Sicurezza nazionale e che non ci sono legami con la Russia, racconta il presidente. Tutto il resto è fake news, costruite dai media “disonesti”: i veri bersagli della controffensiva. “La stampa è diventata così disonesta che se non ne parliamo facciamo un disservizio al paese. Un enorme disservizio. Dobbiamo parlarne. Dobbiamo capire cosa sta succedendo perché la stampa, onestamente, è fuori controllo. Il livello di disonestà è fuori controllo”, ha detto Trump. Una posizione esasperata ma non del tutto nuova.

LA LINEA BANNON

A fine gennaio, durante un’intervista telefonica con il New York Times, Stephen Bannon disse che “i media sono il principale partito di opposizione” della Casa Bianca, e che la vittoria elettorale di Trump dovrebbe averli “umiliati” e da questo dovrebbero imparare a “tenere più spesso la bocca chiusa”. Le parole dello stratega politico dall’enorme potere (inserito anche tra il cerchio dirigente del Consiglio di Sicurezza Nazionale) di lì a poco furono riprese dal presidente, che già qualche giorno prima, durante una visita alla sede della Cia a Langley aveva detto di essere “in guerra con i media”.

IL RISCHIO DI PEGGIORARE LA SITUAZIONE

Sono posizioni piuttosto delicate, che potrebbero portare danni devastanti nell’opinione pubblica: se è lo stesso presidente, il commander in chief, ad attaccare la stampa tradizionale “perché noi dovremmo fidarci dei giornali?” si chiede il cittadino qualunque. Inquadrare questa Casa Bianca degli alternative facts (l’espressione coniata da un’altra stratega trumpiana, Kellyanne Conway, per dire che i portavoce di White House non diceva bufale, ma fatti alternativi: e cosa sono, verità o opinioni?) nell’epoca delle fake news. Di notizie false ne stiamo parlando perché – volente o nolente – ci siamo resi conto che hanno veicolato il voto elettorale in America, ma è da tempo che stanno completamente cambiando il rapporto con la realtà nelle società democratiche. Non è un’esagerazione, basta aprire la bacheca del vostro vecchio compagno di classe per rendervi conto che esiste un universo parallelo di informazione, alterata, veicolata, errata, deprimente quanto spaventosa, a cui milioni di persone giornalmente accedono perché non si fidano dei media tradizionali. E se sono i personaggi noti a dire che quello è il modo giusto di fare, perché il nostro compagno di classe dovrebbe stare a sentire noi?

IL COLPO CHE HA PRODOTTO LA CRISI

Sono passate tre settimane da quella dichiarazione di Bannon e il clima è solo che peggiorato. Il rapporto di Trump con i media s’è inasprito. Anche perché quei media tanto bistrattati hanno messo a segno un colpo duro all’Amministrazione e aperto una crisi che non è chiaro fin dove arriverà. Gli articoli del Washington Post hanno esposto il capo del più alto organo di politica estera e di difesa americano (il National Security Council), Michael Flynn, all’imbarazzante posizione che una liason con un paese palesemente avversario come la Russia può comportare. Flynn s’è dimesso, ma ancora ci sono molte domande aperte anche relative al coinvolgimento del presidente. Dunque i media sono diventati ancora di più il partito di opposizione, l’oggetto della controffensiva: “Non ha fatto niente di male [Flynn]. È stato sbagliato quello che altre persone, tra cui voi, hanno fatto con quelle informazioni su di lui”, ha detto sempre giovedì durante quella conferenza stampa che resterà nella storia americana.

I DEMOCRATICI NON SONO L’OPPOSIZIONE ADESSO?

È così? Forse. I democratici, che Trump continua ad attaccare incolpandoli di aver costruito tutto in combutta con i giornali perché ancora rancorosi della sconfitta elettorale, non rappresentano di fatto un problema politico o elettorale. Per i dem ci sarà un passaggio in cui si deciderà chi sarà il nuovo capo del partito, ma è questione che non fa notizia (Tom Perez, l’uomo del vice presidente Joe Biden dovrebbe battere Keith Ellison, appoggiato dalla frangia progressita Bernie Sanders più Elizabeth Warren), perché le vicende partitiche in America interessano soltanto i nerd del settore, la gente non le segue, e d’altronde se questo presidente non fosse partito con un dato clamorosamente negativo (sotto al 50 per cento di consensi in meno di una settimana, quando i suoi predecessori hanno impiegato in media mille giorni), l’opposizione sarebbe rumore di fondo tra l’azione di governo (anche se secondo un nuovo dato del Pew Research in questo momento è approvata soltanto dal 39 per cento dei cittadini).

IL SURGE DI VENDITE DEL NYT

Trump continua a bombardare i media ogni mattina che prende in mano il telefono e tweetta: dice che le rivelazioni di cui hanno usufruito i giornali sono illegittime, promette che i leaker verranno “presi”, dice che le spifferate alla stampa sono state per anni “un grande problema” per la sicurezza di Washington e il “failing”, scarso, Nyt e gli altri dovrebbe “scusarsi” per averle utilizzate; mentre lo fa dimentica quando sosteneva la linea-WikiLeaks sulla vicenda degli hacker russi che avevano interferito con le lezioni presidenziali. I risultati di questa guerra? Ne parla Poynter, centro studi americano sui media: lo chiamano “Trump-bump subscription surge”. Lo ha spiegato durante una conference call con gli analisti il Ceo della società che edita il giornale Mark Thompson: Trump è stata la causa di un record di registrazioni degli abbonamenti digitali: 276.000 i nuovi subscribers nel quarto trimestre del 2016 (il dato migliore dal 2011) per il quotidiano newyorkese e un continuo aumento è stato registrato a gennaio. Tuttavia Trump ha sostenuto su Twitter un paio di settimane fa che i lettori del NYTimes erano in diminuzione (un altro alternative facts).

ultima modifica: 2017-02-17T06:59:02+00:00 da Emanuele Rossi

 

 

 

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