Come sconfiggere davvero lo Stato Islamico

Come sconfiggere davvero lo Stato Islamico
L'analisi del ricercatore Luca Longo

La settimana scorsa, i portavoce dell’esercito russo hanno annunciato di aver ultimato 452 attacchi aerei in supporto alle forze governative siriane eliminando oltre 600 terroristi. Da parte sua, il governo turco ha dichiarato che 2647 militanti e 425 combattenti curdi sono stati uccisi e che sono stati riconquistati 2000 km quadrati in Siria. Sempre nell’ultima settimana, il governo siriano ha confermato la cattura di 92 città e villaggi in un territorio di 480 km quadrati precedentemente in mano ai terroristi. In Libia lo Stato Islamico ha perso tutti i principali territori che si trovavano sotto il suo controllo ed è tornato ad essere invisibile.

Ma per sconfiggere Isis le vittorie militari non bastano. Se non verrà posto un freno alla corruzione che dilaga nei territori appena riconquistati, sarà impossibile allontanare la minaccia del terrorismo.

“Non vedi gli alleati dei tiranni? Non vedi chi sparge corruzione sulla Terra? Non vedi i cacciabombardieri che li proteggono? Vuoi che queste persone governino la terra santa?”. Questo si può leggere su Dabiq, il curatissimo periodico del sedicente Stato Islamico e forse uno dei suoi strumenti di propaganda più efficaci.

Dai tempi di Robin Hood, mostrare la corruzione del potere è sempre stata un’arma potentissima in mano di chi cerca di rovesciare un governo. In Italia, se non funziona l’attacco diretto, si può sempre evidenziare la vera o presunta corruzione del papà di qualche ministra o di quello di qualche ex presidente del Consiglio.

Tornando alla propaganda fondamentalista, Isis si concentra spesso sulla corruzione per proporre una visione del mondo senza mezze tinte: da una parte governi corrotti e delegittimati, dall’altra l’utopia dello Stato Islamico, libero dai vizi, incarnazione stessa delle virtù morali, della purezza fisica e della vera religione.

Il teorema può sembrare semplicistico ma è risultato straordinariamente efficace. Offre una risposta alle profonda rabbia popolare causata dalla corruzione, dal nepotismo, all’uso sistematico di fondi pubblici a beneficio della classe dominante mentre i cittadini vengono ridotti alla miseria e al silenzio. A differenza delle altre religioni, non offre solo una ricompensa ultraterrena ma, fin da subito, un pezzo di mondo reale dominato dall’armonia e dalla giustizia.

Il grido di “morte alla corruzione” è un comune slogan in molte nazioni dal precario equilibrio istituzionale. Ex combattenti catturati in Libia hanno ammesso che era un tema utilizzato spesso nei campi di addestramento. Nelle sessioni teoriche quotidiane gli insegnanti si concentravano non sulla demonizzazione degli Stati governati dagli infedeli ma soprattutto sulla corruzione che affliggeva le stesse società musulmane non fondamentaliste, dal regime di Gheddafi alle Forze Armate egiziane.

In Libia, dove i due governi ora in lotta fra loro non sono stati in grado né di restaurare l’ordine e la sicurezza né di smantellare la corruzione sistematica che soffoca tutti i servizi ai cittadini, è difficile contrastare questo storytelling. Per la stragrande maggioranza della popolazione – ormai disillusa dal perdurante disastro seguito alla caduta di Gheddafi nel 2011 – le promesse di sicurezza, stabilità, giustizia e eliminazione della corruzione trovano orecchie particolarmente sensibili.

Se da una parte, la lotta al clientelismo e al nepotismo resta uno slogan portentoso, dall’altra la corruzione esistente all’interno di Isis stessa costituisce la principale componente del programma di controllo e di espansione del Califfato stesso.

In numerosi territori, i terroristi sono riusciti a infiltrarsi nei fragili organismi statali esistenti proprio corrompendo pubblici funzionari situati in posti chiave. Tanto in Libia quanto in Iraq, Isis ha avviato numerose attività criminali, principalmente il traffico di esseri umani e il contrabbando, per porre sotto controllo gli apparati statuali.

I combattenti libici venivano pagati con il traffico della droga, la corruzione delle guardie di frontiera al confine egiziano-libico ha permesso il contrabbando di immense quantità di armi. La principale attività economica su cui si reggeva lo Stato Islamico nei territori a cavallo fra Iraq e Siria era proprio il contrabbando di carburante con la (formalmente nemica) Turchia.

Ma è stato proprio l’ambiente corruttivo a compromettere le stesse istituzioni che avevano il compito di fermare il terrorismo neutralizzando la loro capacità offensiva ma anche i loro sforzi di legittimazione. Nei mesi che hanno preceduto la caduta di Mosul, diversi comandanti iracheni – selezionati più per la loro lealtà e per i loro legami di sangue che per la loro capacità professionale – si sono concentrati più nella costruzione di fortune personali – deviando nelle proprie casse le risorse pubbliche a loro affidate e estorcendo denaro ai loro subordinati – che nel mantenimento del potenziale militare e di intelligence delle proprie truppe.

I pervasivi legami settari hanno portato a posizioni dominanti non le persone più capaci ma quelle appartenenti alle stesse etnie e tribù di coloro che avevano il potere di nomina. Questo fattore, unito all’ambiente sempre più sistematicamente corruttivo, ha portato a una catena di comando, controllo e comunicazione sempre più fratturata, disorganizzata e quindi inefficace. Questo ha impedito una stima accurata delle reali forze in campo, ha provocato la disillusione e il calo del morale delle truppe e la sfiducia delle popolazioni stesse.

Come è accaduto durante gli ultimi giorni della battaglia di Berlino, anche negli ultimi giorni di Mosul la capacità di coordinamento dell’esercito iracheno è stata annullata dalla presenza di intere divisioni di truppe esistenti solo sulla carta. Mentre nel primo caso era la follia di Hitler a ricreare dal nulla eserciti già annientati, in questo caso erano i comandanti stessi delle divisioni fantasma a inventarle per intascare le paghe di inesistenti soldati. Ad esempio, la brigata a difesa delle porte di Mosul, forte (sulla carta) di 2500 soldati addestrati ed equipaggiati, era in realtà costituita da 500 uomini denutriti e senza paga perché pure i soldati in carne e ossa non ricevevano nulla dai loro comandanti.

La corruzione diffusa sta minando alla radice l’impegno antiterrorista del governo iracheno e della comunità internazionale. Ma non è ancora comunemente accettato che proprio la diffusione capillare di questo fenomeno ha creato le condizioni per la nascita dello Stato Islamico e oggi ne rallenta lo smantellamento. È diffusa la percezione che le istituzioni e le potenze internazionali impegnate nella lotta al terrorismo siano complici dei regimi corrotti nei quali Isis è riuscito a infiltrarsi e che poi ha soppiantato.

Invece di trattare i signori della guerra locali come alleati necessari nella lotta al terrore, gli Stati che combattono il fondamentalismo devono comprendere il pericolo intrinseco che queste equivoche alleanze pongono alla credibilità stessa dell’azione di pulizia.

Nella pratica, questo si traduce nel sostegno a istituzioni di controllo piuttosto che limitarsi a fornire armi e addestramento alle forze armate locali. Inoltre, l’aiuto militare dovrebbe essere subordinato all’incoraggiamento a realizzare riforme della pubblica amministrazione e delle forze armate, a cominciare dalla trasparenza dei bilanci ed alle verifiche da parte di società di certificazione esterne.

In sostanza, la sconfitta dell’estremismo non passa solo nel fornire agli eserciti sul posto armi, addestramento e supporto aereo per permettere la riconquista dei territori attorno a Mosul, ma soprattutto nel consentire alle strutture di governo dell’intera regione di riguadagnare la fiducia delle proprie popolazioni e di ricostruire le loro stesse fragili istituzioni.

ultima modifica: 2017-03-19T08:00:54+00:00 da Luca Longo

 

 

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