In marcia per un’Europa diversa

In marcia per un’Europa diversa

Il 25 Marzo di 60 anni fa venivano firmati nella Sala degli Oriazi e Curiazi in Campidoglio i Trattati istitutivi della Comunità Economica Europea. Quella firma sanciva, dopo l’abbandono del ben più ambizioso patto di una Comunità Europea di Difesa, approvato il 27 maggio 1952 (seguito dall’approvazione di una Comunità Politica Europea) e poi bocciato dall’Assemblea Nazionale Francese nell’agosto 1954, la presa d’atto di una sconfitta. Quella di non riuscire a condividere ulteriori parti delle sovranità nazionali, dopo la messa in comune – con la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio del 1951 – delle risorse fondamentali per “fare la guerra”, rendendola così di fatto impossbile all’interno dei paesi membri.

Ma era anche un compromesso, l’unico apparentemente possibile, per sperare ancora di dare un senso all’ideale di una collettività europea capace di sovrapporsi – e in parte sostituirsi – agli interessi nazionali in aree cruciali per il mantenimento della pace. Si abbandonava la velleità di costituire una difesa comune, e con essa un governo democratico sovranazionale in grado di controllarlo. Ma si cercava di far leva sull’integrazione dei mercati, sugli interessi economici, sperando che questo ci avrebbe nel tempo ricondotto verso l’integrazione politica.

Una strategia che nel corso degli anni (anzi, ormai dei decenni) sembra funzionare, realizzando crescenti “successi”: la libera circolazione delle persone, dei capitali, il mercato unico, la moneta unica. Successi, certo, ma che in realtà aumentavano il grado e l’entità delle contradizioni esistenti nel sistema, con aree di governo delle scelte collettive sempre più integrate, senza mai però intaccare il nodo cruciale: la struttura intergovernativa, confederale, del sistema decisionale nell’Unione Europea. Da qui la deriva tecnocratica e le carenze democratiche dell’attuale costruzione europea.

Ironia della sorte, oggi i Capi di Stato e di Governo che si riuniscono a Roma per celebrare l’anniversario della firma dei Trattati hanno di fronte nuovamente il dossier della difesa comune. E non solo quello, dopo i tre Rapporti approvati dal Parlamento Europeo a metà febbraio. Dossier e rapporti che ci raccontano un’Europa agonizzante, incapace di trasformarsi in maniera tale da affrontare le sfide interne e globali ormai non più rinviabili, che pongono come assolutamente urgente la necessità di imprimere una svolta all’Unione Europea o ad una parte di essa (l’eurozona), sia a Trattati costanti (con cooperazioni rafforzate e strutturate permanenti), sia attraverso una profonda riforma dei Trattati.

Abbiamo gettato al vento più di 60 anni, costruendo certo un’area fortemente integrata e interdipendente sul piano economico, ma mettendo in piedi anche, mattone dopo mattone, i presupposti per una crescente distanza fra i governi e i cittadini. Fra governi e classi politiche, che esercitano un potere ormai divenuto semplice gestione di posti e prebende; e cittadini, privati dell’esercizio della sovranità, ossia della capacità di risolvere i loro problemi più pressanti: crescita, sicurezza, difesa (e quindi politica estera), approvvigionamenti energetici, politiche migratorie, strategie di cooperazione internazionale, lotta ai cambiamenti climatici, finanziamento di innovazione e ricerca, formazione, infrastrutture di trasporto e telecomunicazione. Tutti beni collettivi che ormai possono essere forniti in maniera efficiente solo su scala continentale.

E che invece sono ancora legati al difficile e faticoso raggiungimento del consenso in seno al Consiglio Europeo, sottoposti al diritto di veto, la più subdola, bieca e inefficiente maniera per assumere decisioni collettive. Che, infatti, non vengono prese ma rimandate. All’infinito. Mentre i cittadini, smarriti da questa impotenza dell’Europa, guardano indietro, a modelli di sovranità nazionale ormai superati dalla storia ma che apparentemente illudono di poter fornire una risposta a questa incertezza, a questa irrilevanza delle istituzioni europee.

Celebriamo dunque questi 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma, marciamo per l’Europa (Link). Ma pretendiamo, allo stesso tempo, con forza, che questa Europa intergovernativa muoia oggi stesso, e che sia fondata una genuina democrazia sovranazionale: il vero sogno dei padri fondatori del processo d’integrazione europea, tradito dai Trattati di Roma e dalla lentezza con la quale si è proceduto attraverso le principali tappe dell’integrazione in questi ultimi 60 anni. E che oggi è necessario ed urgente recuperare.

ultima modifica: 2017-03-19T16:12:53+00:00 da Fabio Masini