Cosa emerge dalla rivendicazione dell’Isis per l’attentato di Parigi

Cosa emerge dalla rivendicazione dell’Isis per l’attentato di Parigi

Intorno alle nove di sera di giovedì 20 aprile un uomo ha fermato la sua auto lungo gli Champs Élysées, è sceso e ha iniziato a sparare contro un furgone delle polizia pieno di agenti. Uno di loro è stato ucciso sul posto, due sono rimasti feriti piuttosto gravemente (ora si sa che non sono più in pericolo di vita), altri hanno risposto al fuoco e ucciso l’aggressore. Lo Stato islamico ha rivendicato l’attentato circa due ore e mezzo dopo  l’attacco, attraverso la sedicente agenzia stampa Amaq. Ci sono alcune circostanze che sembrano distinguere quello che è accaduto giovedì a Parigi dagli altri attentati rivendicati dall’IS negli ultimi tempi, si ricorderà, per esempio, l’attacco al mercato di Natale a Berlino, o quello londinese nei pressi di Westminster. In quei due casi – o ancora, in quello ancora più sanguinoso di Nizza del luglio scorso – ci sono stati modus operandi differenti, e questo può far supporre che l’attacco di giovedì a Parigi sia diverso. Appunti su alcuni elementi da tenere in considerazione

LA RIVENDICAZIONE IMMEDIATA

Innanzitutto, chiunque segue con costanza le vicende collegate allo Stato islamico e alle sue espressioni terroristiche, ha notato che la rivendicazione è arrivata inusualmente presto. Alcune volte sono passati giorni prima che Amaq potesse diffondere il messaggio con cui intestare ai baghdadisti un attentato, e questo perché lo Stato islamico è molto attento a non commettere passi falsi. Prendersi la responsabilità per un’azione che non è collegabile direttamente al Califfato sarebbe una perdita di immagine per un gruppo millenarista che si muove tra le battaglie a terra e il trascendente. Per questo i mentori hanno sì lasciato ai proseliti ampia libertà d’azione – uccidete gli infedeli a casa loro, con quello che potete, un coltello, un’auto, un sasso a mani nude, dice la propaganda del Califfo – ma chiedendo di lasciare un’indicazione che l’atto è dedicato al Califfo. Una firma necessaria che spesso viene affidata ai contatti che manipolano da remoto gli aggressori – ormai il concetto di “lupo solitario”, il terrorista che fa tutto totalmente da solo, è piuttosto tralasciato, e si pensa che comunque quasi tutti i self-jihadisti abbiano avuto collegamenti con uomini del gruppo centrale, che si occupano di dare il sostegno anche solo morale agli attentatori e che poi passano le intestazioni ai media outlet dell’IS. L’unico attacco rivendicato così rapidamente fu quello di Bruxelles, e fu un’azione coordinata da Raqqa compiuta nel maggio 2016.

IL NOM DE GUERRE DELL’ATTENTATORE

Giovedì a Parigi potrebbe non essere andata così, ma potrebbe essersi trattato di un attacco pianificato, diciamo per semplificare in stile Bataclan. Amaq ha infatti inserito nella rivendicazione anche il kunya, il nom de guerre dell’attentatore, Abu Yusuf al-Beljiki – i media francesi dicono che il vero nome dell’attentatore è Karim Cheurfi, già noto per tre tentati omicidi. Il suo soprannome dice “al-Beljiki”, il belga, viene da lì o ha semplicemente vissuto in Belgio? Da ricordare: la pista terroristica che collega il Belgio alla Francia è già molto nota, per esempio era in Belgio che si nascondevano i terroristi dell’attentato multiplo del 13 novembre 2015. È piuttosto raro invece che l’IS indichi il nome di colui che compie un attacco nei claim di Amaq. Ed è un altro indizio.

L’ARMA

Altro aspetto che va sottolineato – anche se in attesa di ulteriori conferme. Pare che l”uomo abbia aperto il fuoco usando un’arma automatica, probabilmente un AK47, il più famoso dei fucili della ditta Kalashnikov, simbolo della lotta jihadista (alcuni gruppi sciiti, come gli Hezbollah, ce l’hanno stilizzato sulla loro bandiera). Un’arma di certo non rarissima da reperire tra i mercati clandestini della criminalità francese, ma è diverso imbracciare un fucile d’assalto militare rispetto a guidare la propria auto o un camion contro la folla o usare un coltello preso dalla cucina di casa. Il fucile automatico è un altro indizio che può far pensare che l’attacco è stato pianificato?

L’AZIONE

Ancora: lungo i Champs Élisées c’erano parecchie persone, potenzialmente l’attentatore avrebbe potuto compiere una strage sparando tra la folla o nei negozi ancora aperti (l’attacco è avvenuto davanti alle vetrine del supermercato della catena inglese Marks & Spencer, per dire). Era in mezzo a soft target. Invece l’uomo è sceso dall’auto e ha sparato contro la polizia. Perché? C’era un significato – attaccare gli agenti dispiegati massicciamente perché si temevano già attentati durante questi ultimi giorni pre-elettorali – oppure c’è stato qualcosa che è andato storto? Il messaggio di Amaq, che include molte delle definizioni copia-e-incolla classiche, definisce “il Belga” un soldato del Califfato, ma senza la rituale formula “che ha risposto alla chiamata per colpire i cittadini delle nazioni Coalizione” (i paesi che combatto l’IS in Siria e Iraq) vista in altri casi in cui l’azione era soltanto ispirata dal Califfato e non pianificata (per esempio Londra, Berlino, Nizza).

C’ERA PIANIFICAZIONE?

Questo significa che lo Stato islamico ha organizzato direttamente l’attacco, muovendo un combattente di una cellula francese (o belga)? È possibile, ma saranno le indagini a scoprirlo. Ancora: durante l’attentato i candidati per le elezioni presidenziali francesi erano in diretta televisiva, impegnati nell’ultimo dibattito prima del voto. Il momento scelto per l’azione dai baghdadisti ha voluto cavalcare questa simbologia? C’è stato un tentativo di interferire nello svolgimento delle elezioni, sensibilizzando la popolazione?

(In molti hanno subito reagito sui social network invitando a votare per Marine Le Pen, la candidate dell’estrema destra francese, che ha battuto molto sui temi della lotta al terrorismo anche e soprattuto attraverso campagne nazionalistiche contro gli immigrati. Per esempio, un’eventuale vittoria di Le Pen è considerata una elemento destabilizzante per l’Europa, viste le sue posizioni anti-UE, e dunque un colpo per la struttura dell’Occidente così come lo conosciamo. Ma il Califfo ha pensato anche a questo? Naturale che i baghdadisti non siano sulla linea lepenista, ma è altrettanto possibile pensare che la vittoria di posizioni anti-islamiche permetta di polarizzare la narrativa anti-occidentale ‘perché gli occidentali sono anti-islamici, vedete!?’. Narrativa che riempie i media del Califfato, gli stessi che quando Donald Trump fu eletto festeggiarono perché era la dimostrazione che la testi secondo cui gli Stati Uniti e l’Occidente ‘sono il male del mondo islamico’ aveva ottenuto un punto in più – stessa festa per i muslim ban).

ultima modifica: 2017-04-21T15:24:14+00:00 da Emanuele Rossi

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