Vi racconto cosa succede nel mondo dell’acciaio

Vi racconto cosa succede nel mondo dell’acciaio
L'intervento di Gianni Bessi, consigliere Pd nella regione Emilia Romagna

La suggestione più forte che viene da “Made In Steel Conference & Exhibition”, ovvero gli Stati generali dell’acciaio del sud Europa che si svolgono a Milano dal 17 al 19 maggio, è lo slogan “Stronger together”: ci sono molte energie e molta passione delle imprese, dei tecnici e dei progettisti, di quel popolo dell’acciaio che è fatto di migliaia di persone con competenze di livello internazionale.

È stata una giornata ricca di incontri con diversi operatori del settore (da Marcegaglia alla Metalsider, ecc.); ho anche partecipato a conferenze molto interessanti. Credo molto nell’esigenza di essere presente a questi avvenimenti dove si incontrano le persone che fanno nascere idee e portano avanti i progetti che muovono l’economia. Quella reale.

L’innovazione nell’acciaio è una fondamentale frontiera tecnologica, scientifica ed ecologica per un Paese manifatturiero come l’Italia. Che è ai primi posti mondiali nel campo dell’high tech manufacturing, in cui l’acciaio gioca un ruolo fondamentale.

L’acciaio è stato uno dei pilastri, quasi 70 anni fa, dell’Ue con la nascita della Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio), ossia l’intuizione dei padri europei di mettere in comune le produzioni di carbone e acciaio con lo scopo di superare le scorie politiche, economiche e sociali prodotte dalle guerre europee.

Mi piace pensare che, rispetto ad allora, oggi ne sappiamo molto di più su come l’uomo opera nell’industria, nei servizi e in ogni settore produttivo e della sostenibilità ambientale. Questo perché ci troviamo nella parte più ripida della curva di crescita economica mondiale, così come dell’apprendimento tecnologico-scientifico-ecologico; e non dimentichiamoci i termini taumaturgici odierni: digitale e convergenza. È un processo che coinvolge ovviamente il futuro dell’industria che diventa 4.0.
Un po’ di tempo fa per definire un periodo come questo fu coniato semplicemente il termine “rivoluzione industriale”. Oggi la forza primaria di questa rivoluzione in corso è l’innovazione tecnologica, scientifica ed ecologica e non la globalizzazione. Ma anche tanto pragmatismo, come il pragmatismo dell’acciaio. Come lavorare i nuovi acciai 1600 mpa (mega Pascal) al fine di ridurre il peso, il costo e l’impatto ambientale dei prodotti futuri, come evidenziato da quel Signore dell’innovazione che è Giovanni Arvedi.

Perché se c’è una speranza positiva di ripresa per la crescita, questa speranza passa sempre dal contributo delle immatricolazioni di automobili, dei veicoli industriali, dalla ripresa degli investimenti in macchine utensili e robot. E serve sempre l’acciaio e i suoi sottoprodotti.
Per questo guardo ogni trimestre i volumi di coils che arrivano dall’Ilva di Taranto al porto di Ravenna o a livello nazionale e dove vengono impiegati in Emilia-Romagna e nel resto del nord est.

E fra 70 anni? Fra 70 anni quelli che si guarderanno indietro concluderanno che noi, rispetto a loro, sapevamo poco o nulla dell’innovazione tecnologica-scientifica-ecologica. Una circostanza che sconterà tale angolo di lettura sarà la decisione che sarà presa sul futuro dell’Ilva, al di là degli standard ambientali attuali. È una decisione che tarda a venire, ma che comunque andrà assunta il più presto possibile. Se no, lo stato “commissariale straordinario” delle nostre aziende principali diventerà “ordinario”.

Oltre all’aspetto produttivo ambientale e occupazionale, ho registrato a Made in Steel che la decisione su Ilva dovrebbe formarsi tenendo conto dell’esigenza di evitare la nascita di posizioni dominanti ed egemoniche in Italia e in Europa, che potrebbero condizionare il mercato sia sotto l’aspetto del market share raggiunto sia, aspetto ben più grave, sotto quello di politiche restrittive nel pricing e nella disponibilità di prodotto. E “Stronger together” si può anche tradurre: lavorare insieme per lavorare tutti.

ultima modifica: 2017-05-19T10:42:35+00:00 da Gianni Bessi

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