Tutte le diatribe nucleari di May, Macron e Gabriel contro Trump sull’Iran

Tutte le diatribe nucleari di May, Macron e Gabriel contro Trump sull’Iran
L'approfondimento di Emanuele Rossi

La prima ministro inglese Theresa May ha chiesto al presidente americano Donald Trump di ri-certificare l’accordo sul nucleare iraniano, perché è “di vitale importanza per la sicurezza regionale”.

LA TELEFONATA DI MAY

Se queste sono le dichiarazioni che arrivano alla stampa, figurarsi in ambienti privati cosa si dicono le diplomazie inglese e americana, che in questa fase storica stanno stringendo il reciproco legame, perché, da un lato il Regno Unito rischia di arrivare alla Brexit definitiva senza un accordo con l’UE (lo dice Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo che dà dicembre come time-limit), dall’altra Trump cerca una via alternativa per rinvigorire le connessioni atlantiche visto che anche lui in quanto ad approccio ai leader dell’Unione non è al massimo del feeling. Tra May e Trump c’è stata una conversazione telefonica durante la quale pare che la leader inglese abbia assecondato le necessità di Trump sul controllo serrato sull’Iran, ma abbia spinto il presidente americano a non tornare indietro. Trump fin dai tempi della campagna elettorale ha espresso la propria volontà di tirar fuori gli Stati Uniti dall’accordo – si tratta di un’intesa multilaterale, in cui Washington è membro del cosiddetto “P5+1″, un meccanismo internazionale composto dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dalla Germania.

LE CRITICHE DI MACRON

Il Regno Unito, il cui ministro degli Esteri Boris Johnson ha definito l’accordo “un risultato storico”, non è l’unico dei Paesi del sistema internazionale che ha negoziato il Nuke Deal a essere critico sulle volontà di Trump. Per esempio, in un’intervista alla CNN concessa durante i giorni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (19/20 settembre), il presidente francese Emmanuel Macron spiegava che il rischio di un Iran-senza-deal ce l’abbiamo già davanti agli occhio, ed è rappresentato dalla Corea del Nord. “Non è la fine di tutto”, diceva Macron a proposito delle attività di diffusione armata dell’influenza che l’Iran compie in Medio Oriente (i partiti milizia come Hezbollah o quelli iracheni, che sono fedelissimi sciiti e che Teheran usa come proxy in altri paesi, sono uno degli elementi con cui gli ayatollah conducono una politica estera aggressiva e sono parte dello scetticismo americano), ma “abbiamo questo accordo” e da qui dobbiamo partire, diceva il francese. Macron è il leader europeo con cui Trump ha cercato di creare un aggancio privilegiato.

LE PAURE DEI TEDESCHI 

Anche in Germania la linea Trump non trova consensi (e in questo momento non è certo una novità). Domenica 8 ottobre il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel ha detto di essere “spaventato” dalle possibili mosse di Trump, che sta cercando di “trasformare lo stato di diritto con la legge del più forte”. Gabriel ricorda che già da questa settimana le cose potrebbe andar male, perché la Casa Bianca potrebbe comunicare la decisione di de-certificare l’accordo. Il timing è collegato al 15 ottobre, data in cui il dipartimento di Stato (con cui Trump è in una fase di rottura) dovrebbe segnare la terza certificazione trimestrale del 2017 sull’applicazione delle clausole del deal. Le prime due (ad aprile e luglio) sono passate tra i mugugni di Trump che però alla fine ha ascoltato le colombe interne: ora potrebbe essere arrivato il momento in cui il presidente vuole tenere fede alle sue volontà e alle promesse elettorali e fare almeno la scelta di uscire dal “worst deal ever“, il peggior accordo di sempre come lo chiama lui, visto che diverse altre cose sono finora sfuggite per ragioni di prammatica di governo; Trump è “una pentola a pressione” ha scritto il Washington Post.

IL RICHIAMO DALL’IRAN

L’idea della Casa Bianca, sponsorizzata dai falchi trumpiani più che dall’establishment del potere interno, è quella appunto di de-certificare l’accordo, in modo da mantenere la promessa elettorale e battere il proprio punto politico. Questo, in una mossa gattopardesca, farebbe restare Washington nell’accordo, che dunque rimarrebbe tecnicamente in piedi, ma da una posizione contraria al deal stesso. Il rischio tecnico è che, siccome le certificazioni periodiche sono una clausola voluta dal Congresso repubblicano (che detestava la volontà dell’amministrazione Obama di trovare un’intesa con l’Iran) per mantenere il controllo sul come procedono i fatti, ora i legislatori potrebbero trovarsi davanti la via tecnica per votare nuove sanzioni contro l’Iran. Teheran ha già fatto sapere che semmai questo dovesse succedere gli sforzi per la non proliferazione iraniana sarebbero definitivamente danneggiati.

 

ultima modifica: 2017-10-11T10:47:08+00:00 da Emanuele Rossi

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