Tunisi non è Teheran. Perché sostenere l’economia del Paese nostro dirimpettaio

Tunisi non è Teheran. Perché sostenere l’economia del Paese nostro dirimpettaio
La giovane democrazia tunisina alla prova con il tentativo di infiltrazione jihadista. Necessario il sostegno internazionale per sostenere le riforme

Il governo tunisino ha annunciato un’ondata di riforme “per il sociale” dopo che da giorni le strade delle principali città del Paese sono state riempite da manifestazioni contro le condizioni economiche, sfociate spesso in proteste violente, iniziate dopo che il governo aveva annunciato il nuovo piano fiscale per il 2018.

Le persone sono scese in piazza contro le misure di bilancio, nonostante il primo ministro Yousef Chahed avesse tentato di costruire una narrazione per assicurare i tunisini che l’anno appena iniziato sarebbe stato l’ultimo “difficile” per il Paese. Oggi sarà piuttosto simbolica la visita del presidente Beji Caid Essebsi al sobborgo popolare di Tunisi, la Citè Etthadamen, dove celebrerà il settimo anniversario della Rivoluzione dei gelsomini che portò alla cacciata dell’allora rais Zine El Abidine Ben Ali. Il presidente ieri ha guidato la riunione politica con i vari partiti dalla quale si è deciso di rilanciare l’idea di un dialogo economico tra le parti sociali, come ha annunciato il leader del partito islamico Enhadha, Rached Ghannouchi.

Il conteggio ufficiale parla di più di 800 persone arrestate durante gli scontri in piazza (il portavoce degli Interni ha detto che su di loro sono state alzate accuse di violenze, furti e saccheggi), ma il capo di stato tunisino ha detto che i media internazionali hanno esagerato nel raccontare i fatti e amplificato situazione. C’è stato anche stato un morto, lunedì, forse investito da un’auto della polizia. Non è stato ancora fornito un conteggio ufficiale dei civili feriti durante gli scontri, sono invece 97 gli uomini delle forze dell’ordine a cui sono state applicate cure mediche; Amna Guellali, ricercatrice tunisina a Human Rights Watch, ha detto al New York Times che il numero di poliziotti è molto alto rispetto al numero di manifestanti, temendo per la libertà di movimento delle persone.

L’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per il gran numero dei detenuti – sebbene diversi siano già stati rilasciati: “Chiediamo alle autorità di garantire che le persone non vengano arrestate in modo arbitrario e che tutti i detenuti siano trattati nel pieno rispetto dei loro diritti processuali debitori e siano o accusati o prontamente rilasciati” ha scritto nella nota in un comunicato il portavoce dell’alto commissariato Onu; il Fronte popolare, il principale partito di opposizione di sinistra, lamenta l’arresto di tre suoi leader a Gafsa, accusati di manifestazione violenta, ma in realtà, dice il partito, presi di mira in una campagna politica che “riproduce i metodi dell’oppressivo regime di Ben Ali”. Reporters sans frontières ha fatto sapere di aver ricevuto denunce per atti di intimidazione subiti da giornalisti che stanno coprendo la notizia sul posto.

L’interesse mondiale per ciò che succede in Tunisia è legato alla recente storia del Paese: lo Stato nordafricano, a lungo governato dalla presa autoritaria di Ben Ali, è sembrato essere l’unico in cui un sistema democratico/partitocratico si è faticosamente impostato dopo le Primavere arabe (il processo ha dato alla Tunisia una nuova costituzione, ha aperto la strada a elezioni libere e rafforzato l’uguaglianza tra i sessi), tanto che nel 2015 il quartetto istituzionale che ha avviato la vita democratica è stato insignito del premio Nobel per la Pace.

“La Tunisia ha una responsabilità speciale nel resistere a questa tendenza, evitare nuove violenze jihadiste, impedire il ritorno alla polarizzazione politica e sostenere il suo ruolo di unico Stato arabo che si attiene a un corso pacifico e più democratico dalle rivolte arabe del 2011″, ha scritto in un report l’International Crisis Group (organizzazione impegnata a prevenire e risolvere i conflitti), avvertendo però che i risultati della rivoluzione tunisina hanno rischiato di essere oscurati dalle tensioni politiche ma anche da un insufficiente sostegno economico da parte della comunità internazionale.

Le manifestazioni violente rischiano di spostare indietro le lancette dell’orologio, situazioni che per altro aprono le porte alle predicazioni radicali dei circoli estremisti presenti nel Paese nonostante siano continuamente monitorarti e combattuti dalle autorità (da tenere a mente che nel totale dei foreign fighters che hanno raggiunto il territorio siro-iracheno per unirsi al Califfato, quelli provenienti dalla Tunisia occupano l’aliquota relativa più alta); tra gli arrestati ci sono anche sedici chierici estremisti che hanno cercato di usare le proteste per diffondere le proprie predicazioni.

I dati economici dicono chiaramente che i governi che si sono succeduti a Tunisi (sei da quando il 14 gennaio del 2011 Ben Ali è scappato in esilio) non sono riusciti a risolvere la disoccupazione (che in alcune regioni raggiunge il 25 per cento, su base media del 15), la povertà nazionale (con l’inflazione che corre al 6 per cento e stime che la danno rapidamente verso il 9), e la vitale industria del turismo ha faticato a ricostruirsi dopo gli attacchi terroristici mirati ai cittadini stranieri con cui l’Isis ha colpito il Paese nel 2015. I primi di dicembre il Fondo monetario internazionale ha ufficialmente chiesto alla Tunisia di “intervenire con urgenza” per ridurre il deficit di bilancio.

Per oggi sono previste nuove manifestazioni organizzate dal collettivo apolitico Fech Nestanew (in tunisino Cosa stiamo aspettando): “La rivoluzione non ha portato nulla di concreto nella nostra vita quotidiana, che non fa che peggiorare”, ha detto ieri una manifestante al Washington Post. “I politici, la cui unica preoccupazione è il loro conforto, ci lasciano nella disperazione”, replica un altro. “Il malcontento per la situazione economica difficile si riversa facilmente verso la classe dirigente”, spiega Paolo Messa. Secondo il direttore del Centro Studi Americani, “la Tunisia rappresenta un felice caso di democrazia che va sostenuto dalla comunità internazionale evitando che le infiltrazioni jihadiste prendano il sopravvento. Tunisi non è Teheran e – conclude Messa – sarebbe un errore madornale se Bruxelles trascurasse il Paese della Rivoluzione dei gelsomini”.

ultima modifica: 2018-01-14T15:00:33+00:00 da Emanuele Rossi

 

 

 

 

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