Il valore geopolitico e finanziario dei Bitcoin

Il valore geopolitico e finanziario dei Bitcoin
Le criptomonete sono basate su un meccanismo simile a quello delle vendite on line, il peer-to-peer, ma hanno un peso non solo economico. L'analisi di Giancarlo Elia Valori

Il Bitcoin, e le altre “criptomonete”, Ethereum e Litcoin, ma ci sono in arrivo altre 33 valute on line, sono un fenomeno nuovissimo nel mercato delle valute.

Oggi, siamo tutti nel regime della moneta detta “fiat”, ovvero quella a corso legale, che è una valuta non coperta da riserve auree o meno, una moneta la quale viene sempre e comunque accettata da tutti.

Ed è quindi a corso forzoso, come le prime “lire” del Regno d’Italia.

Cioè, si tratta di una moneta che non è convertibile, allo sportello della Banca di Emissione, con l’equivalente valore, al momento, in oro o in altre valute forti.

Il fiat money è stabile in quanto è controllato, quasi giorno per giorno, con la richiesta di valuta da parte del sistema economico.

Se c’è eccesso di moneta offerta, si parla di inflazione.

È infatti questo il vero significato del fin troppo noto concetto di “inflazione”, non la semplicistica “crescita dei prezzi”.

Che, al massimo, può essere un indicatore della crescita eccessiva dell’offerta di moneta, non una causa.

L’accettazione del dollaro, del Franco francese o svizzero, dell’Euro, del Rublo o di qualsiasi altra valuta (ma per la divisa russa, in effetti, il discorso sarebbe un po’ diverso) è sempre obbligatoria per legge.

E quindi è obbligatorio anche il signoraggio, ovvero l’atto di magia legale con cui ogni banca di emissione stabilisce che una piccola striscia vale100 euro nominali; e che costa però solo 3 centesimi di Euro, come puro costo di produzione per l’Istituto di emissione.

La differenza tra costo di produzione (più costi fissi come macchinario, stipendi al personale, tasse) e valore facciale è, appunto, il signoraggio.

Che non va comunque demonizzato, come fanno alcuni teorici che, aderendo allo stupido dogma linguistico contemporaneo, vengono definiti “radicali”.

L’alternativa possibile è, ragionevolmente, la moneta a valore intrinseco, come quelle medievali, tanto oro fuso e marchiato per quanto c’è scritto sul recto o sul verso; ma spesso il Sovrano “tosava” le monete o fondeva oro e argento con metalli non monetari, come il rame (anche se gli USA lo utilizzeranno in futuro) o addirittura il bronzo.

Era un “signoraggio”, ma, come diremmo oggi, “con rilievi penali”.

La scena primitiva, per usare una formula di Sigmund Freud, nasce dallo “Smithsonian Agreement”del 1971.

Era quello l’accordo americano voluto da Nixon dal 15 Agosto di quello stesso anno, l’Agreement firmato nel Museo omonimo di Washington (oggi chiude alla 17) che venne siglato da quello che oggi definiremmo G7, con il quale si certificava la cessazione dell’obbligo, da parte della FED, di pagare oro fino al rapporto fisso di 35 Usd l’oncia.

È la fine della moneta basata sull’oro, il “fiat money” che si sgancia dalla moneta intrinseca, che arriva dopo la verifica, da parte degli alleati, che la divisa americana è gravemente sopravvalutata.

Spese per la guerra del Vietnam, per la conclusione del ciclo johnsoniano della Great Society, la crisi stessa dei prodotti Usa sui mercati europei, sono tutti elementi che portano prima De Gaulle a chiedere, senza tanti complimenti, il pagamento dei debiti americani in oro o in monete forti, poi tanti altri alleati riottosi a mettere in atto barriere non tariffarie contro i prodotti Usa.

Detto in maniera più brutale, Nixon scarica sui suoi alleati dell’Accordo di Bretton Woods la superinflazione americana, che gli europei pagheranno dovendo comprare dollari fortemente sopravvalutati per compiere i loro commerci internazionali.

Come disse in quegli anni John Connolly, governatore della FED, ai suoi colleghi europei: “il dollaro è la nostra moneta e il vostro problema”.

In altri termini, le criptovalute nascono da questo lungo processo storico.

La moneta basata sul Nulla, il punto di arrivo postmoderno della valuta disincarnata.

E che viene creduta buona perché tutti lo fanno, una trasposizione finanziaria dei “vestiti nuovi dell’imperatore”, la favola di Andersen.

La ricorderete tutti: lui, l’imperatore, crede che i vestiti siano invisibili per chi non li sa apprezzare, ma bellissimi per gli elegantoni intelligenti.

Il ministro è costretto a dire che sono meravigliosi, ma è solo un bambino che si accorge che “il Re è nudo”.

Capiterà lo stesso all’equilibrio monetario contemporaneo, ma non sarà certo un bambino che toglierà le evangeliche croste dagli occhi ai banchieri e a tutti noi.

Quindi, oggi le banche creano denaro, che è obbligatorio ritenere valido, con un fiat, ovvero ex nihilo, dal Vuoto di Valore. O dal loro debito, o anche da quello dello Stato.

Basta emettere titoli che abbiano un altro nome.

Che cos’è il denaro? È quindi, oggi, ciò che l’Auctoritas decide sia tale.

O, per essere esatti, il circolante emesso oggi dagli istituti bancari, centrali o meno, che non è basato sui depositi dei risparmiatori, o sulle previsioni di rientro dei crediti, ma è solo il segno di un debito, la scrittura di una “promessa di saldo” che viene però spesa immediatamente.

E quindi viene confermata nel suo Valore. Il Valore è nel passaggio, nel salto da una divisa a un’altra o da essa a un bene reale.

Naturalmente le banche lucrano ancora interessi sul circolante, da qualsiasi fonte esso provenga.

Il Bitcoin non è però una moneta come le altre, garantita dal diritto interno e dagli accordi interbancari.

La criptomoneta è basata su un meccanismo del tipo di quello delle vendite on line, il peer-to-peer, che viene progressivamente accettato da tutti quelli che operano, qui ed ora, con il Bitcoin.

Se quindi l’offerta finale di bitcoin è definita, come sempre accade, la nostra valuta internet è completamente volatile.

E allora non può essere certo una unità di conto.

Bitcoin varia allora, programmaticamente, con il variare della domanda. Il suo corso, nell’anno scorso è aumentato infatti di 47 volte.

Il perché è semplice: è una offerta monetaria che si adatta alla domanda, ma è anche in grado di fermarsi per creare delle rendite da Bitcoin sufficientemente lunghe, tali da attirare l’investitore medio.

In questo gennaio 2018 siamo a circa 900 dollari di valore della criptovaluta, valore che probabilmente aumenterà quando la moneta internettiana sarà, molto probabilmente, accettata dalle grandi catene commerciali.

Se si tratta di una valuta che influenza il mercato adattandosi alle richieste dei compratori (o diminuendo artificiosamente, in un attimo, l’offerta) gli unici che possono trarre vantaggio sono i Grandi Stati, le Organizzazioni Criminali Internazionali o le nuove reti delle Banche globali.

Non mi si venga a raccontare che il piccolo investitore di Grand Rapids o di Varese determina il primo “peer-to-peer” che fa scattare, ripetuto, la catena.

Altra favola, come quella della magica crescita del penny depositato nella banca londinese, che cresce a dismisura fino a cifre immense; favola che si trova nel film legato alla figura di Mary Poppins.

Ovvero, la prevista crescita automatica dei fondi in Bitcoin, dai 10 Euro fino a milioni di milioni, come le stelle.

Nulla è infatti più vicino al mondo di Andersen o dei Fratelli Grimm di certa pessima finanza.

E se, la pongo solo come domanda, la criptovaluta non fosse altro che uno “Schema Ponzi” elettronico?

Ricorderete che il Ponzi Scheme, dove gli interessi, notevoli, concessi ai corresponsori di capitale, attirati appunto dal tasso che viene promesso, vengono pagati con i capitali freschi dei nuovi investitori.

Un dato che colpisce infatti è che la produzione di bitcoin, chiamiamola così, è talvolta resa artificialmente bassa perché molti sono coloro che lo vogliono comprare.

Una Banca di Emissione à la carte.

I molti che sono in fila per comprare bitcoin sperano infatti che aumenti di valore, ma dopo che sono riusciti a comprarlo.

Una self fulfilling profecy. Una profezia che si autorealizza.

Un meccanismo che è, appunto, quello dello Schema Ponzi.

E, come dicono i migliori consulenti di Wall Street, mai seguire la scia degli altri, della massa degli investitori, Don’t follow the crowd.

Il bitcoin è quindi una “bolla”. Una bolla, probabilmente, destinata a durare, ma comunque una bolla.

Nata nel 2016. Guarda caso. L’anno primario, mentre tutti fanno riferimento al 2009, in cui la produzione di carta-moneta non bastava più, i debiti da saldare erano immensi, mentre l’Occidente sta entrando nella sua crisi più buia dopo quella del 1929.

E l’innesco, il panico bancario e il laissez faire ignaro della Presidenza Usa, erano gli stessi in entrambi i casi.

Due crisi, la vecchia e la nuova, appunto, nate negli Usa e poi “scaricate” sul resto dell’Occidente.

Due crisi che hanno avuto bisogno, per rientrare, nel primo caso, delle spese immani per sostenere il secondo conflitto mondiale, a poco valse lo stimolo rooseveltiano.

Nel secondo caso, ben più vicino a noi, la crisi scoccata con il caso dei subprime, che ha avuto bisogno di iniezioni di liquidità ancora maggiori del crack del 1929, iniezioni che non sono ancora cessate.

Qui l’uscita è garantita, per ora, dalla creazione dal nulla della maggiore massa di moneta della storia umana, anche per mezzo della Rete internet.

E le monete informatiche hanno infatti permesso di creare valore di scambio, valori puramente finanziari che hanno fortemente contribuito a moltiplicare la liquidità mondiale in collaborazione con le valute standard, che sono cadute sui mercati a pioggia, con l’helicopter money, distribuiti dai governatori Usa e poi da quello della BCE, ma certo in proporzioni decisamente minori rispetto al suo collega di Washington.

D’altra parte, quando c’è una crisi di liquidità, una crisi da eccesso di debiti, ogni banca di emissione stampa carta, o meglio crea moneta a partire da titoli di debito. Non c’è un’altra soluzione.

Il Valore contemporaneo nasce dalla padronanza di un Nome e dalla dissociazione artificiale tra questo e un Nuovo Nome.

La presenza poi delle criptovalute solo in rete e con un sistema che ricalca il peer to peer delle normali vendite on line ha comunque permesso il furto sistematico, da parte degli hacker, del 14% di tutte le criptovalute presenti nel mercato-mondo.

Un furto che vale 1,2 miliardi di Usd, con almeno 200 milioni di Usd di ricavi.

Tra meno di dieci anni la tecnologia che genera bitcoin diverrà però vulnerabile gli attacchi informatici sferrati dai computer quantistici, che diverranno in quel periodo più diffusi di quanto non lo siano oggi.

Gli attacchi alle monete virtuali sono già costati ai governi e alle società private che li possiedono ben 113 miliardi di dollari di fatturato.

Ma chi è che gonfia, oggi, il valore del bitcoin, valore più che raddoppiato rispetto al gennaio 2017, un valore che oggi oscilla intorno al 125%?

La causa principale è la Cina. Pechino è ormai la piazza n.1 per lo scambio di criptovalute, nel mondo.

La Cina movimentava da sola l’80% del bitcoin già nel 2015.

Oggi, le prime 4 tra le 32 principali piattaforme di scambio di queste nuove valute scambiano soprattutto yuan.

Una di queste piattaforme ha aperto una stazione di mining, l’operazione di “creazione” di bitcoin, che è fortemente energivora, alle pendici del Tibet, dove l’energia elettrica è molta e a basso costo.

Ogni volta che lo yuan si svaluta, il bitcoin si rivaluta, perché vi sono tantissimi cinesi che realizzano i loro capitali per poter evitare il controllo da parte del governo, e quindi comprano bitcoin.

Lo yuan si sta svalutando, la fuga dei capitali dalla Cina è costante. E lo strumento è spesso la conversione delle masse di yuan in bitcoin.

E se la moneta elettronica servisse proprio come strumento di “guerra indiretta” contro Pechino?

Peraltro, l’attuale crescita di Wall Street e di alcune altre Borse europee è avvenuta con denaro a credito, preso a tasso zero, che è stato fornito ai maggiori investitori dalle banche centrali.

Altra probabile risposta per giustificare la crescita del bitcoin.

E se le monete virtuali fossero state create per evitare la corsa tradizionale degli investitori verso l’oro, il “residuo tribale”, come lo chiamava Keynes; e quindi non far crescere il corso del dollaro, manovrato oggi al ribasso?

Il 15 gennaio scorso, peraltro, una delle banche quotate a Wall Street tra le più operative nel mercato dei bitcoin ha cessato di cambiare le criptovalute in valute “tradizionali” ma, soprattutto in dollari.

L’inizio della caduta del valore del bitcoin, ma il mantenimento della liquidità dei mercati, per evitare che converga verso l’oro, in particolare, o in valute forti europee o, peggio, verso i mercati finanziari cinesi o russi.

Ecco: il bitcoin è una pseudomoneta che serve a comandare la volatilità e la direzione dei mercati finanziari globali, a mantenerla artificiosamente alta, oltre ad evitare che alcune monete diventino “piene”, come il Franco Svizzero.

Nel 2018 si terrà infatti in tutta la Confederazione Elvetica un referendum popolare sulla moneta, appunto “piena”, ovvero su un Franco Svizzero creato dalla banca di emissione nazionale e non dalle banche internazionali.

“Veri Franchi sui nostri conti”. Solo la banca centrale di Berna può creare, all’occorrenza, denaro elettronico.

Sono questi gli obiettivi di chi ha proposto il referendum.

Speriamo bene, chi ha quasi inventato la finanza moderna, i mercanti svizzeri del medioevo, nesso tra porti italiani e grandi mercati centroeuropei) oggi si accorge dei pericoli della creazione di valore dal nulla, il meccanismo faustiano (e oscuramente maligno) che presiede oggi alla magica, alchemica trasformazione dei debiti delle banche e degli Stati in crediti per i privati.

Speriamo, lo ripeto, che il mondo finanziario rinsavisca, appena in tempo.

ultima modifica: 2018-01-21T08:30:02+00:00 da Giancarlo Elia Valori

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