In Afghanistan l’Italia arretra e la Germania avanza (gli Usa applaudono)

In Afghanistan l’Italia arretra e la Germania avanza (gli Usa applaudono)
La politica estera e di difesa di Berlino mostra segnali di grande interesse strategico. Lo sguardo verso Washington ed il guaio per Roma

Nell’ultima riunione prima del subentro del nuovo governo di coalizione, il gabinetto esecutivo della Cancelliera Angela Merkel ha approvato il nuovo piano-missioni, che comporta anche uno spostamento dell’impegno militare verso l’Afghanistan; la decisione segue un’analisi governativa sul “vuoto di sicurezza” nel Paese, in cui si indicava la necessità di mantenere la presenza armata per un futuro indefinito: “L’abbandono dell’impegno militare o civile in Afghanistan potrebbe scatenare una reazione a catena con conseguenze imprevedibili”, metteva nero su bianco il report.

In Afghanistan siamo probabilmente davanti al momento più critico degli ultimi anni. In un’immagine, che riguarda la Germania stessa: dal 2014 l’aggiornamento governativo sulla missione afghana veniva definito “Rapporto sui progressi”, da qualche mese i dispacci vengono chiamati soltanto informazioni “provvisorie” sulla situazione. Un’altra immagine: lo scorso maggio l’ambasciata tedesca a Kabul è stata danneggiata da un’autobomba – l’ambasciatore e il suo staff sono ancora ospiti del fortino diplomatico americano. Nel novembre 2016 una vicenda simile era toccata alla postazione diplomatica di Mazar-e-Sharif (dove i tedeschi hanno il quartier generale afghano).

Lo spostamento è una traiettoria già segnata da altri Paesi alleati, per esempio gli Stati Uniti, che hanno deciso di concentrarsi maggiormente sulla lotta ai Talebani – contro cui è in corso la guerra più lunga combattuta dagli americani – dopo la caduta dello Stato islamico per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi quattro anni (ossia, con quella dimensione statuale che ne ha contraddistinto l’enorme diversità dalle altre organizzazioni terroristiche).

E come nel caso dei soldati statunitensi, anche parte del contingente tedesco che andrà in Afghanistan uscirà dall’Iraq: in particolare, Berlino avrebbe deciso di interrompere il ciclo di addestramento avviato con i Peshmerga curdo-iracheni. Le unità di sicurezza di Erbil sono state utili e valorosi alleati nella lotta all’IS, che attualmente prendono una posizione di secondo interesse, “perché adesso ci si trova davanti un cambio di priorità”, spiega una fonte dagli ambienti militari italiani.

Inoltre i tedeschi, aggiunge il contatto di Formiche.net che preferisce l’anonimato per la sensibilità dell’argomento, spostandosi verso l’Afghanistan seguono quella traiettoria già segnata dagli americani, proponendosi come primi interlocutori per Washington, e “purtroppo lo fanno in un’area in cui anche noi avremmo potuto giocarci le nostre carte, e invece…”. A metà febbraio, la ministro della Difesa italiana, l’uscente Roberta Pinotti, raccontava al Corsera l’incontro con l’omologo americano Jim Mattis, e spiegava a proposito dell’Afghanistan: “Ci è stato chiesto di rimanere. Noi abbiamo spiegato a Mattis che abbiamo bisogno che altri Paesi alleati possano condividere parte della nostra responsabilità nell’area occidentale del Paese. Abbiamo davanti a noi altre emergenze in Africa e nel Mediterraneo e dobbiamo distribuire meglio le nostre forze. Gli americani si sono dimostrati molto disponibili”.

In termini numerici il dispiegamento significa che il contingente tedesco in Afghanistan verrà aumentato da 980 a 1300 unità, mentre in Iraq verrà ridotto da 1200 a 800. La ministra della Difesa, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che i tedeschi si rafforzeranno a Kunduz, cittadina del nord in cui si trovano dal 2003 e che nel settembre del 2015 è stato oggetto di una potente offensiva talebana, che è stata una delle prime avvisaglie su quanto i ribelli stavano tornando forti nel paese.

In termini politici invece la mossa è un segnale che Berlino invia agli alleati Nato sulle volontà di seguire le priorità dell’alleanza. La Nato ha un impegno di counter-terrorism duraturo e corposo in Afghanistan che va sotto il nome di “Resolute Support”, e – soprattutto per bocca americana – sta chiedendo maggiore coinvolgimento ai membri europei.

Da tempo la Germania viene criticata perché tiene al minimo il coinvolgimento in certe situazioni, tanto che non più tardi di poche settimane fa Berlino aveva sentito la necessità di una rassicurazione sui suoi buoni propositi per bocca della stessa ministro von der Leyen, durante il suo intervento dal palco della Security Conference di Monaco.

Però in quegli stessi giorni era uscito anche un report della commissione parlamentare Difesa che segnava l’inadeguatezza delle forze armate tedesche (per esempio, nessuno dei sei sottomarini della Deutsche Marine è stato in grado di navigare nel 2017, così come i voli dell’A-400M vengono continuamente cancellati perché tutti i 14 pezzi della mitica Luftwaffe hanno problemi tecnici persistenti, e soltanto 95 dei 244 carri armati Leopard 2 sono pronti per il dispiegamento).

E questo è un altro punto: da tempo gli Stati Uniti – prima l’amministrazione Obama e ora con più vigore la presidenza Trump – chiedono agli alleati di raggiungere in fretta il tetto del 2 per cento del Pil in investimenti militari fissato dalla Nato. La nuova coalizione di governo tedesca ha già accettato di aggiungere 10 miliardi di euro al bilancio militare dei prossimi quattro anni, aprendo una porta al business militare americano in Germania (un altra situazione che non dispiace a Washington).

(Foto: Wikipedia, un soldato americano e due tedeschi a Camp Marmal, Afghanistan, nel 2011)

ultima modifica: 2018-03-09T09:10:11+00:00 da Emanuele Rossi

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