Pil gonfiato, caccia al gas e geopolitica. Come cambia il rapporto fra Washington e Ankara?

Pil gonfiato, caccia al gas e geopolitica. Come cambia il rapporto fra Washington e Ankara?
La Turchia dispone di una netta supremazia militare nell'intera regione, con ricadute a est (in Medio Oriente) e a ovest (nell'Egeo). I suoi rapporti con gli Usa vivono, quindi, una fase nuova e complicata

È l’anno zero dei rapporti tra Washington e Ankara, ma i dazi trumpiani non c’entrano: è la posizione di Erdogan che si è fatta differente rispetto al lustro appena concluso, per abbracciare invece una prospettiva del tutto nuova.

La Turchia sta giocando una partita senza regole e su un campo minato, perché improvvisamente si è trovata a dover gestire una contingenza composta da più fattori: un’economia drogata da un super deficit che, a fronte di numeri entusiastici, potrebbe provocare gravi conseguenze; la foga di Erdogan di andare ad elezioni anticipate nel giorno dell’anniversario del golpe farlocco, forte di quel plus di Pil; la condotta scomposta sul gas a Cipro, con le minacce alle navi Saipem ed Exxon, dopo che la sesta flotta statunitense è giunta nel Mediterraneo; le reazioni contro la Grecia sulle isole contese e con l’arresto di due militari accusati di spionaggio.

USA IN ALLARME

Per la prima volta accade che gli Usa hanno espresso ufficialmente la loro preoccupazione per l’acquisto della Turchia di mezzi di contraerea russi, in quanto possono “influenzare negativamente l’interoperabilità con i sistemi della Nato”. Il riferimento è al sistema dei missili S-400 Triumf di ultimissima generazione. Ankara dispone quindi di una netta supremazia militare nell’intera macro regione, con ricadute chirurgiche a est (in Medio Oriente) e a ovest (nell’Egeo). I rapporti tra Ankara e Washington vivono una fase nuova e complicata, per questo Erdogan gioca anche con la Grecia: due soldati ellenici sono ancora detenuti in Turchia accusati di spionaggio, dopo che erano stati accusati di aver sconfinato al confine settentrionale, vicino al fiume Evros. Restano in attesa di conoscere capi di accusa e data di eventuali interrogatori, nonostante anche la diplomazia europea abbia chiesto chiarimenti ad Ankara.

C’è stato un altro elemento a far scattare il campanello di attenzione. La lunga permanenza dell’ambasciatore americano ad Atene, signor Peyat, al ministero della Difesa ellenica, non è passata inosservata. La visita, affatto inaspettata, è arrivata dopo una serie di interventi statunitensi durante l’ultimo periodo, che hanno espresso quasi sistematicamente la preoccupazione di Washington su ciò che potrebbe accadere nell’Egeo e nella Zee cipriota. E il ministro della difesa greco, Panos Kammenos, dalle colonne del quotidiano francese Liberation ha detto che “è vicino un incidente fatale tra Grecia e Turchia”.

CASO EXXON

Il diplomatico americano, che è anche un esperto in questioni militari ed energetiche soprattutto a seguito del suo precedente incarico in Ucraina, ha parlato a lungo con il capo della Difesa ellenica, Apostolakis. Nelle stesse ore l’aviazione Usa e quella israeliana stavano effettuando un’esercitazione congiunta nella Zee di Cipro attorno al tratto di mare di pertinenza della Exxon Mobil, a sud di Cipro.

Prima conseguenza è stata che la difesa ellenica ha chiuso lo spazio aereo su alcune isole per le prossime 2 settimane per via di una serie di esercitazioni militari, temendo una escalation dopo che la nave dell’Exxon è arrivata a Cipro ed è da poco salpata dal porto Lavrio diretta nel blocco 10, mentre la nave gemella utile alle indagini sottomarine attende ad Haifa di poter salpare o meno.

ECONOMIA DROGATA

Ma Erdogan inizia ad avere qualche grattacapo anche di natura finanziaria, rispetto al passato: Moody’s Investors Service ha peggiorato da Ba1 a Ba2 (due livelli sotto l’investment grade) il rating sovrano della Turchia, adducendo come motivazione oggettiva il “deterioramento delle condizioni politiche e l’erosione della solidità delle istituzioni”. Anche per questo Ankara non vuole per nessun motivo rinunciare al gas di Cipro.

Il tasso di disoccupazione è salito all’11,4% tornando quasi ai livelli fatti registrare nel 2009. Un dato che muta di molto il quadro economico complessivo che si fonda sì su numeri ma anche su trend con un rapporto di causa-effetto preciso. Nel terzo trimestre del 2017 il Pil turco ha fatto segnare un più 11,1% che fa prevedere un’espansione del 7% guardando ai 12 mesi successivi. Si tratta di un risultato che è certamente andato oltre ogni più rosea previsione, ma che è stato (almeno in parte) falsato dal raffronto con il dodecamino precedente dove un ruolo lo ha giocato anche il tentato colpo di Stato.

Ma soprattutto se da un lato la Turchia cresce, dall’altro alla stessa velocità si indebita. E il perché va individuato nei super bonus che il governo ha deciso di concedere alle pmi dal momento che erano già fortemente esposte anche in valuta estera.

Per cui Erdogan punta a stimolare l’attività economica interna in tutti i modi possibili, anche con artifizi alfanumerici, per giungere alle elezioni anticipate (si fa sempre più insistente l’anniversario del fallito golpe del prossimo luglio) con in mano il plus dei dati, ma nascondendo un eventuale shock esterno sul credito.

Di qui la nascita delle preoccupazioni di Moody’s Investors Service e la sua aggressività verso Cipro e l’occidente “reo” di essersi aggiudicato legittimamente lo sfruttamento dei blocchi della Zee.

twitter@FDepalo

ultima modifica: 2018-03-12T09:40:18+00:00 da Francesco De Palo

 

 

 

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