La “dottrina della tribolazione” di Bergoglio e l’errore riconosciuto sul caso Barros

La “dottrina della tribolazione” di Bergoglio e l’errore riconosciuto sul caso Barros
Le parole, lontane nel tempo ma non nella scottante attualità del contenuto, scritte dall’allora padre Jorge Mario Bergoglio e pubblicate questa mattina dala rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica per “aiutare a comprendere meglio un testo importante del pontificato quale la lettera ai vescovi del Cile”.

“In momenti di turbamento, quando il polverone delle persecuzioni, delle tribolazioni, dei dubbi ecc. viene sollevato dagli avvenimenti culturali e storici, non è facile distinguere la via da seguire. Ci sono varie tentazioni proprie di quel tempo: discutere le idee, non dare la debita importanza alla questione, badare troppo ai persecutori e restare a rimuginare la desolazione”. Nel 1987 l’allora padre Jorge Mario Bergoglio redasse un breve testo, in totale poco più di tremila parole a prefazione di una raccolta di scritti dei due prepositi generali della Compagnia di Gesù, in cui, riferendosi alla soppressione dell’Ordine dei Gesuiti del 1773 per mano di Papa Clemente XIV, parlò di una “grande tribolazione”. A quella stessa lettera Bergoglio ha fatto più volte riferimento durante i suoi anni di pontificato, a dimostrazione di come il pontefice consideri quella riflessione di primaria importanza per analizzare e affrontare molte delle turbolenze a cui oggi la Chiesa, assieme alla fede del suo popolo, è sottoposta.

IL TESTO PUBBLICATO DA CIVILTÀ CATTOLICA

“Alle posizioni culturali e sociopolitiche di quell’epoca soggiaceva un’ideologia: l’illuminismo, il liberalismo, l’assolutismo, il regalismo ecc. Tuttavia è notevole che entrambi i padri Generali non si mettano a «discutere» con tali ideologie. Sanno perfettamente che ci sono errore, menzogna, ignoranza”, scriveva ancora Bergoglio nel testo. “Si direbbe che essi temevano che il problema venisse mal focalizzato. È vero che c’è uno scontro di idee, ma loro preferiscono guardare alla vita, alla situazionalità che tali idee provocano”.

Infatti, prosegue l’allora padre Bergoglio, tornato a Buenos Aires dopo il periodo da rettore del collegio Massimo e parroco a San Miguel, “le idee si discutono, la situazione si discerne. Queste lettere intendono dare elementi di discernimento ai gesuiti in tribolazione. Sicché nella loro impostazione preferiscono – piuttosto che parlare di errore, ignoranza o menzogna – riferirsi alla confusione. La confusione si annida nel cuore: è l’andirivieni dei diversi spiriti. La verità o la menzogna, in astratto, non sono oggetto di discernimento. Invece lo è la confusione”.

IL CASO CILENO DEL VESCOVO BARROS

Nel bel mezzo dell’evoluzione del caso Barros, ovvero della vicenda cilena di abusi sessuali compiuti nel 2010 da padre Fernando Karadima e coperti dal vescovo Juan Barros, ad appena pochi giorni dall’incontro di Francesco in Vaticano con le tre vittime di abusi, cui hanno fatto seguito le inconfondibili scuse da parte del pontefice, la rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica ripropone quelle stesse parole, lontane nel tempo ma non nella scottante attualità del contenuto, per “aiutare a comprendere meglio un testo importante del pontificato quale la lettera ai vescovi del Cile”.

Vale a dire la missiva con le parole espresse dal pontefice dopo aver ricevuto, l’8 aprile 2018, il report prodotto da monsignor Charles Scicluna. Messaggio ai presuli cileni che “si può considerare”, scrive apertamente la rivista dei gesuiti, “una nuova lettera della tribolazione”.

IL COMMENTO DI PADRE ANTONIO SPADARO

Bergoglio già a quel tempo si domandava infatti “come affrontare tempi di desolazione, di turbamento e di polemiche”, spiegano i redattori della rivista nel comunicato. “In tali momenti, quando si solleva un polverone di tribolazioni e dubbi, non è facile trovare la via da seguire. Emergono varie tentazioni: perdersi in discussioni, non dare la debita importanza alle questioni, rimuginare la desolazione, fare la vittima, cercare una facile via d’uscita. In questi casi, invece, senza accusare gli altri, bisogna chiedere ‘vergogna e confusione’ per i propri peccati ed errori”, continua il testo.

“È così che, secondo Bergoglio, ci si pone nella migliore disposizione per fare discernimento”. Ed è per questo che “la lettera ai vescovi del Cile si deve leggere in una prospettiva di seria conversione pastorale, fondata su questa dottrina della tribolazione”, conclude il comunicato. Parole che Francesco “dice oggi alla Chiesa, ripetendole innanzitutto a se stesso”, spiega in seguito il direttore padre Antonio Spadaro, introducendo il testo. Che sono “fondamentali oggi perché la Chiesa sia in grado di affrontare tempi di desolazione, di turbamento, di polemiche pretestuose e antievangeliche”.

LE CITAZIONI DEL PAPA DEL TESTO SULLA TRIBOLAZIONE

Tra i casi in cui Bergoglio ha citato la lettera ci sono la celebrazione dei Vespri in occasione del duecentesimo anniversario della ricostituzione della Compagnia di Gesù, nel 2014, poi il colloquio con i gesuiti del Perù, in cui ha descritto le lettere come “una meraviglia di criteri di discernimento” e “di azione per non lasciarsi risucchiare dalla desolazione istituzionale”. Infine l’incontro con i religiosi a Santiago del Cile, nel gennaio 2018, in cui ha invitato a “trovare la strada” nei “momenti in cui il polverone delle persecuzioni, delle tribolazioni, dei dubbi e così via, si alza per avvenimenti culturali e storici”, di fronte alla “tentazione” di “fermarsi a ruminare la desolazione”.

L’INCONTRO DELLE VITTIME IN VATICANO

“Sono stato parte del problema. Sono stato la causa di ciò e chiedo perdono”, ha infatti affermato Francesco di fronte ai tre cileni vittime di abusi, Andrés Murillo, James Hamilton e Juan Carlos Cruz, nel corso di un colloquio privato durato oltre due ore. Successivamente i tre, parlando ai microfoni dei giornalisti nella sede della Stampa estera, hanno dapprima espresso “riconoscimento e apprezzamento” verso il gesto del Pontefice e verso “l’enorme generosità e ospitalità di questi giorni”, sottolineando “il volto amichevole” che hanno visto da parte “di una Chiesa che in passato li ha trattato da nemici”.

Poi però hanno anche espresso la speranza che lo stesso pontefice “trasformi le sue parole di amore e di perdono in azioni esemplari”. Perché altrimenti “tutto questo sarebbe lettera morta”. Il problema resta cioè il fatto che “è la Conferenza episcopale del Cile che non sa chiedere perdono”, ha affermato una delle tre vittime. Vista peraltro la delicatezza della vicenda all’interno del paese, che per molti rappresenta una delle cause che hanno maggiormente segnato la crisi in cui la Chiesa cilena versa da decenni.

IL PAPA E LE INFORMAZIONI PARZIALI RICEVUTE

Il Papa in un primo momento si era infatti espresso in base alle informazioni ricevute, che ha però poi capito essere, se non del tutto false, sicuramente smussate e addolcite. Queste informazioni lo avevano portato ad eleggere nell’ottobre 2015 ordinario della diocesi di Osorno il vescovo Juan Barros, accusato di avere coperto padre Karadima, e altresì a rispondere ai giornalisti, viaggiando nell’aereo di ritorno dal suo viaggio apostolico in Cile, che le accuse rivolte al vescovo “sono calunnie, per due volte ho respinto le sue dimissioni, non ci sono evidenze”.

Pensando inoltre che nel momento in cui i fedeli della diocesi, in piazza san Pietro nell’ottobre 2015, ne chiedevano a gran voce la rimozione, Bergoglio rispose: “Non vi dovete far trascinare da tutti i sinistroidi che hanno montato questa vicenda”. Erano infatti le stesse parole che monsignor Ivo Scapolo, il nunzio in Cile, affermava da tempo, che corrispondevano a chi nel Paese sosteneva a gran voce l’innocenza di Karadima, descrivendo le accuse come un attacco politico da sinistra dovuto al sostegno del religioso, negli anni ’80, alla dittatura di Pinochet.

LA CONVOCAZIONE DEI VESCOVI CILENI PER “ATTI RIPARATORI”

In seguito al viaggio in Cile però Bergoglio ha deciso di approfondire la questione per vederci più chiaro, incaricando l’arcivescovo maltese Charles Scicluna di portare avanti un’indagine sul caso, che ha coinvolto 64 testimoni a Santiago del Cile per produrre un rapporto di 2300 pagine. Report decisivo, che portò Bergoglio a vergare infine la lettera ai vescovi cileni, facendo chiaro riferimento “alla mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate”, che lo hanno portato a “riconoscere di aver commesso errori gravi di valutazione e percezione”. Convocando gli stessi in Vaticano per discutere di “atti concreti” al fine di “riparare lo scandalo e ripristinare la giustizia”. Ma non prima di aver incontrato, guardandole stavolta negli occhi, le tre vittime.

“Io spero che i cardinali Ricardo Ezzati e Francisco Javier Errázuruz (l’attuale arcivescovo di Santiago del Cile e l’ordinario diocesano emerito, ndr) e tutti i vescovi che coprirono gli abusi paghino le conseguenze del loro atto criminale e magari, in un giorno vicino, si ritirino a pregare in un convento”, ha affermato al Corriere uno dei tre, Juan Carlos Cruz. Mentre un altro, James Hamilton, ha aggiunto: “Ci piacerebbe che andassero tutti in galera, il problema è la prescrizione: vorrei che il Cile e i governi di tutto il mondo la abolissero per gli abusi su minori”.

ultima modifica: 2018-05-03T16:59:52+00:00 da Francesco Gnagni

 

 

 

 

 

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