La trattativa continua. Il metodo di Trump (ora con la Cina) spiazza anche i suoi più falchi​

La trattativa continua. Il metodo di Trump (ora con la Cina) spiazza anche i suoi più falchi​
Secondo alcune fonti anonime, Trump potrebbe chiudere nel giro di poche settimane un accordo con la Cina, con il quale vorrebbe assicurarsi che Pechino acquisti miliardi di dollari di prodotti americani

Secondo Jonathan Swan di Axios, uno dei più informati giornalisti politici americani, i falchi dell’amministrazione si sono piuttosto impensieriti ieri, quando il presidente Donald Trump ha twittato a proposito dei contatti che sta avendo con il suo omologo cinese Xi Jinping sulla vicenda Zte – la società di telecomunicazioni di Shenzen finita sotto severe misure restrittive americane perché accusata di aver venduto materiale all’Iran e alla Corea del Nord, sotto sanzioni.

Il rischio, secondo i più aggressivi sostenitori della politica dura anti-Cina, che Trump sta propagandando fin dai tempi della campagna elettorale, è che si finisca per chiudere un “grand bargain” con Pechino, con il quale però i cinesi troveranno il modo per aggirare la Casa Bianca in futuro.

Secondo le fonti di Swan – anonime, provenienti da ambienti vicini al segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, uno che è considerato piuttosto aperto sul libero mercato e attualmente incaricato dal presidente di guidare le – Trump potrebbe chiudere nel giro di poche settimane un accordo con la Cina, con il quale vorrebbe assicurarsi che Pechino acquisti miliardi di dollari di prodotti americani.

Ma l’intesa non sarebbe risolutiva né sul comportamento scorretto cinese più volte denunciato (gli aiuti statali, le operazioni di spionaggio industriale), né influirebbe definitivamente sullo sbilancio commerciale futuro.

Trump chiuderebbe parte del gap import/export da oltre trecento miliardi con la Cina (cosa da cui il presidente è ossessionato) riuscendo a centrare un obiettivo dichiarato davanti ai suoi elettori, ma soltanto parzialmente: infatti la riduzione del deficit commerciale è una questione che riguarda squilibri strutturali molto più profondi.

Nei prossimi giorni (questa o la prossima settimana) arriverà a Washington il vice premier cinese, Liu He, a cui Xi ha affidato un enorme potere in ambito economico. He ha guidato i colloqui appena conclusi a Pechino, dove una delegazione di altissimo profilo statunitense aveva incontrato le controparti cinesi; il top consigliere economico di Xi è già stato nei mesi scorsi nella capitale americana, e da lì ha intrecciato le trame per gli accordi. Il suo team è già negli Stati Uniti per preparare il terreno.

Secondo le fonti di Swan, è possibile anche che Trump prenda direttamente in mano la situazione invitando direttamente Liu He nello Studio Ovale, per cercare di chiudere personalmente il deal con la Cina. Anche perché, per quanto noto, pare che il team economico del presidente sia sostanzialmente spaccato in due: da una parte Mnuchin, accusato di voler mettere troppo del suo imprinting personale sull’intesa, e il consigliere di alto livello Larry Kudlow, che vorrebbero raggiungere l’accordo sulle vendite senza intaccare altri equilibri; dall’altra i falchi, quelli preoccupati perché l’accordo in quei termini potrebbe far saltare l’opportunità attuale di indurre la Cina a modificare le sua dinamiche economico-commerciali (tra questi c’è il segretario al Commercio, Wilbur Ross, il capo negoziatore commerciale, Robert Lighthizer, e Peter Navarro, estremista anti-cinese alla guida del White House National Trade Council).

ultima modifica: 2018-05-14T15:30:43+00:00 da Emanuele Rossi

 

 

 

 

 

 

 

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