I migranti, la Libia ed il fattore Salvini (che non aiuta). Parla Michela Mercuri

I migranti, la Libia ed il fattore Salvini (che non aiuta). Parla Michela Mercuri
Conversazione con Michela Mercuri, docente di storia contemporanea dei Paesi Mediterranei, sulle conseguenze anche inaspettate delle parole del ministro dell'Interno

La geopolitica è fatta di rapporti diretti e indiretti, per questo le parole del ministro dell’interno italiano potrebbero avere delle implicazioni in scenari apparentemente lontani, scollegati dalla mera attualità, come quello libico. A spiegarlo a Formiche.net è Michela Mercuri, docente di storia contemporanea dei Paesi Mediterranei all’Università di Macerata e autrice di “Incognita Libia. Cronache di un Paese sospeso” (FrancoAngeli) che legge le ultime prese di posizione del governo Conte e di Matteo Salvini in tema di migranti aprendo lo sguardo verso Tripoli, e ipotizzando una possibile riapertura delle rotte migratorie bloccate dagli accordi portati avanti dall’ex ministro Minniti.

Com’è la situazione in Libia?

Rispetto al dato di qualche mese fa gli sbarchi sono aumentati in concomitanza dell’insediamento del nuovo governo. L’ex ministro Marco Minniti aveva stipulato accordi con la Guardia Costiera libica, per fermare i flussi quanto prima. Ora che Minniti non è più al governo quegli accordi sono saltati, quindi forse le milizie hanno riaperto il rubinetto. La seconda ragione di questo aumento degli sbarchi può derivare dalla situazione internazionale. I nuovi leader italiani stanno promettendo una politica di vicinanza alla Russia, alleata di Haftar, mentre il governo italiano è tradizionalmente vicino a Sarraj e al governo di Tripoli. In questo senso, un’alleanza con la Russia non conviene all’Italia sul versante della gestione dei flussi migratori, anche se si devono contare le migliori condizioni meteo, un fattore che da sempre fa aumentare il numero degli sbarchi..

Come si può leggere la risposta di Salvini (chiusura dei porti) rispetto alla questione sbarchi? Ossia, dalla Libia riaprono i rubinetti e Salvini risponde a muso duro?

La risposta di Salvini si rivolge sia alla Libia che all’Unione europea. Alla Libia in primo luogo perché sicuramente l’aumento degli sbarchi è una conseguenza del vuoto legislativo che c’è stato per un po’ in italia e dell’insediamento di un nuovo governo. Fino a qualche mese fa l’ex ministro dell’Interno Minniti aveva stipulato una serie di accordi con le milizie libiche che gestivano il traffico di migranti per contenere i migranti in Libia. Aveva attuato anche una politica di maggiore respiro, facendo degli accordi con la Guardia Costiera libica depotenziando il ruolo delle Ong e rafforzando di conseguenza quello della prima, e facendo poi accordi su alcuni paesi di transito come il Niger. È chiaro che nel momento in cui questi accordi, che sono accordi personali tra Minniti e alcuni leader locali, vengono a mancare le varie milizie e i vari leader cercano di dimostrare al nuovo governo il loro potere e lo fanno riaprendo il rubinetto dei migranti. Ma non solo.

Ci spieghi meglio…

Al di là di Salvini, c’è anche un tema di una più ampia metratura geopolitica che riguarda il fatto che molte delle milizie che gestiscono i traffici il Libia, o che hanno un ruolo fondamentale nella gestione di alcune aree e località della Libia, non sono state invitate al recente vertice di Parigi. Macron, infatti, il 29 maggio ha convocato un vertice nella capitale francese a cui ha invitato alcune importanti personalità libiche: il primo ministro del governo di Unità nazionale di Tripoli, Fayez al-Sarraj, sostenuto dall’Onu, e il generale Khalifa Haftar, leader della Cirenaica, Aguila Salah, presidente del Parlamento con sede a Tobruk, e Khaled al-Mishri, presidente dell’Alto consiglio di Stato, ma non ha invitato alcune milizie e anzi alcune di queste non si sono presentate, condannando questa azione di Macron. E sono proprio queste milizie, come quelle di Sabratha per esempio, che sono invischiate nel traffico dei migranti, quindi credo sia una dimostrazione nei confronti dell’Italia ma più in generale verso la comunità internazionale, in un momento molto delicato per la Libia. Non bisogna dimenticare che ci stiamo avvicinando alle elezioni e ogni gruppo, ogni milizia, vuole rivendicare il proprio potere, il proprio posto al sole nei futuri assetti politici del Paese e lo fa – ripeto – anche riaprendo i rubinetti dei migranti.

Quali mosse dovrebbe fare il ministro dell’Interno italiano, in questo senso?

Io credo che il nuovo governo italiano e il ministro dell’Interno debbano fare molta attenzione a ciò che è stato fatto fino ad ora dall’ex ministro Minniti, che ha attuato una politica sicuramente non scevra da errori, perché il contenimento dei migranti in Libia ha provocato la detenzione di centinaia di migliaia di migranti nel Paese, però non dobbiamo buttare via quello che di buono è stato fatto e mi pare che lo stesso ministro Salvini lo abbia riconosciuto.

Quali sono i rischi della vicinanza del nuovo governo italiano con la Russia?

Da un lato Salvini è più aperto allaRussia e ad alcuni paesi di Visegrád che hanno attuato una linea molto dura nei confronti dei migranti e questo sicuramente non piace al governo Serraj. Però dobbiamo dire che in Libia abbiamo riaperto la nostra ambasciata a Tripoli, unico paese occidentale ad averlo fatto, abbiamo il consolato a Bengasi, abbiamo importanti rapporti economici con l’ovest del Paese e con Sarraj, ma soprattutto con i gruppi tripolini che sono quelli che contano, stiamo supportando le milizie di Misurata che sono degli attori fondamentali negli equilibri del Paese. Abbiamo anche degli importanti rapporti economici, quelli dell’Eni sicuramente, ma anche – ad esempio – una cordata di imprese italiane sta per costruire una nuovo aeroporto a Tripoli con un investimento che supera i 70 milioni di euro. Quindi se da un lato questa posizione potrebbe esacerbare gli animi, dall’altra abbiamo degli importanti contatti a Tripoli che possono garantirci una tenuta della nostra alleanza con Serraj.

Se il rapporto con la Libia non sono a rischio, cosa può comportare l’avvicinamento con Mosca?

La vicinanza alla Russia, che è alleata di Haftar, potrebbe permettere all’Italia, che ha importanti investimenti a Tripoli, di aprire un ulteriore canale diplomatico per un tentativo di pacificazione il Libia, D’altra parte Macron ha fallito in questo mentre l’Italia resta ancora un attore importante. Il nuovo governo dovrebbe riporre tra le priorità della sua agenda la questione libica anche aprendo il dialogo ad Haftar e ai suoi alleati, Russia compresa.

Insomma, il gesto di Salvini è rivolto altrove…

Credo che la Libia non sia l’interlocutore che più interessa a Salvini, che invece credo sia l’Unione europea a cui sta chiedendo una maggiore partecipazione nei processi di ricollocamento e sulle politiche dei rimpatri. Sicuramente i modi di Salvini non sono come quelli utilizzati dai precedenti ministri italiani, però è giusto ricordare che alcuni Paesi come la Francia a voce hanno promesso grandi supporti all’Unione europea, come ad esempio la revisione del trattato di Dublino – e Macron l’ha fatto anche lo scorso gennaio quando si è recato in visita a Roma da Gentiloni – poi però alle parole non sono mai seguiti i fatti. Quindi sicuramente una linea dura che vuole chiedere alle istituzioni europee un maggiore coinvolgimento nei processi di accoglienza dei migranti, di ricollocamento e un maggiore sforzo economico per supportare l’Italia. È sicuramente una linea discutibile dal punto di vista dei diritti umani, ma è la linea che avremmo dovuto aspettarci da questo governo.

Quali passi dovrebbe fare l’Italia per rinsaldare i rapporti con la Libia?

Per non inasprire i rapporti con la Libia dovrebbe mantenere una linea di rafforzamento e apertura di dialogo con gli attori locali libici e in modo particolare con gli attori tripolini che noi abbiamo sempre coerentemente sostenuto. Questa è la strada fondamentale. Noi abbiamo degli importanti perni, l’Ambasciata, il Consolato, un ambasciatore italiano che è una persona estremamente preparata su cui Salvini può appoggiarsi. Continuare coerentemente a sostenere la linea proposta dall’Onu, che è quella di Serraj, così come ha fatto anche Macron, cioè cercare di avviare un dialogo quanto più inclusivo possibile, senza dimenticare gli attori dell’est libico – come ad esempio Haftar – con cui anche l’Italia di Gentiloni manteneva dei rapporti non sempre cordiali ma comunque dei rapporti.

La posizione dell’Unione europea in questo senso non è chiara. Come dovrebbe agire?

L’Unione europea dovrebbe adottare una linea comune sulla questione migratoria e nei confronti della Libia. Non sto dicendo nulla di nuovo, lo sostengo da tanti anni, eppure non accade. L’Ue è stata coesa nel 2015 quando ha firmato gli accordi di Skhirat per instaurare un governo a marchio Onu, il famoso governo di accordo nazionale guidato da Serraj, ma poi ogni attore internazionale ha continuato a giocare in ordine sparso, come per esempio la Francia, per il perseguimento del suo mero interesse nazionale. Interessi energetici e di altri tipi. È fondamentale, invece, che ci sia una linea comune, ma non solo.

Ossia?

In modo più assoluto non devono essere realizzate all’interno dell’Ue delle iniziative unilaterali per la Libia così come ha fatto Macron il 29 maggio, perché si rischia un’accavallamento di diplomazie che nuoce alla stabilizzazione del Paese e alla creazione di una linea politica comune. Ci dev’essere un cambio di prospettiva: non può essere Macron che invita l’Onu, e dunque Ghassan Salamé, a Parigi proponendogli un piano per la Libia, ma dev’essere l’Onu ad invitare gli Stati che ne fanno parte proponendo un suo piano condiviso. Finché noi andremo avanti con iniziative unilaterali realizzate da singoli Paesi europei non arriveremo ad alcuna soluzione per la stabilizzazione della Libia.

I maggiori controlli sulla rotta libica hanno creato delle conseguenze?

La diminuzione della rotta libica, almeno fino a qualche giorno fa, ha causato una crescita di altre rotte. La seconda nazionalità di sbarco negli scorsi mesi è stata quella tunisina, quindi si è riaperta la rotta tunisina. Sono stati registrati numerosi sbarchi fantasma nella zona dell’agrigentino in cui sarebbero arrivate nell’ultimo anno circa 500 persone dalla Tunisia. Questo cosa vuol dire: che se chiudiamo una rotta se ne aprono altre dieci, in questo caso quella tunisina. Il nuovo governo dovrebbe rivedere tutte le politiche che sono state poste in essere in una chiave più globale

Si possono leggere in questa chiave anche le dichiarazioni di Salvini sugli sbarchi dalla Tunisia?

È probabile che Salvini abbia letto l’ultimo rapporto del ministero dell’Interno che diceva che su 12mila sbarchi da gennaio a maggio del 2018, 7000 arrivano dalla Tunisia e quindi è giunto a queste conclusioni. Aggiungiamo anche che la Tunisia è il maggior Paese che ha esportato combattenti stranieri nei paesi levantini. Però chiaramente da qui a dire che la Tunisia esporta, per citare Salvini, “galeotti” il passo è lungo. C’è stata sicuramente poca delicatezza dal punto di vista diplomatico, ma l’aumento di sbarchi dalla coste tunisine va monitorato e va rafforzato il rapporto con il governo di Tunisi, non certo mettendosi contro il governo.

ultima modifica: 2018-06-11T10:20:27+00:00 da Simona Sotgiu

 

 

 

 

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