Nato come il G7? Perché lo spettro Trump incombe sul vertice di Bruxelles

Nato come il G7? Perché lo spettro Trump incombe sul vertice di Bruxelles
A pochi giorni dal vertice di Bruxelles, cresce il timore che l'imprevedibilità della presidenza americana possa ripetere quanto accaduto in Canada. Ecco le "anticipazioni" degli esperti del German Marshall Fund fo the United States

Sale l’attesa per il Summit Nato di Bruxelles, che i prossimi mercoledì e giovedì riunirà i capi di Stato e di governo dell’Alleanza. Al suo debutto anche il premier italiano Giuseppe Conte, sebbene tutti i riflettori saranno per il presidente americano Donald Trump. Rispetto ai precedenti vertici, infatti, l’attesa è accompagnata da una certa ansia: la paura che l’incontro possa esplodere come il recente G7 in Canada.

TRA DETTAGLI E POLITICA

I dettagli non fanno paura. Ci sarà accordo sulle maggiori iniziative sia per quanto riguarda il fronte est (con il potenziamento degli strumenti di deterrenza), sia per il fianco sud (con una maggiore attenzione e la dichiarazione di piena operatività dell’Hub strategico di Napoli). Lo stesso si può dire circa dossier più circoscritti, come un rafforzamento della missione in Afghanistan, l’ufficializzazione di due nuovi comandi (a Norfolk in Virginia e a Ulm in Germania), i progressi sulla mobilità militare (tema di cooperazione con l’Ue) e la cyber-security. A spaventare non è tutto questo, quanto il più alto livello politico, e cioè il rischio che il Summit possa fare la fine del G7, e che dunque le divergenze maturate tra le due sponde dell’Atlantico possano estendersi anche ai temi della sicurezza e difesa. L’eventuale scintilla sarebbe senza dubbio il burden sharing, l’impegno a spendere entro il 2024 il 2% del Pil nella difesa. Trump ne ha fatto una questione centrale, politicizzandola come solo lui sa fare e non perdendo occasione di punzecchiare gli alleati che faticano a raggiungere le quote concordate (qui l’approfondimento sul tema). Il timore di un eventuale scontro sul tema è alto, nonostante il puntuale tentativo di temperare le uscite del presidente da parte del segretario alla Difesa James Mattis e della rappresentante permanente alla Nato Kay Bailey Hutchison.

UN’ATTESA PIENA DI ANSIA

Non a caso, l’autorevole German Marshall Fund degli Stati Uniti ha pubblicato una serie di “ansiose anticipazioni” in vista del vertice di Bruxelles, che precederà di solo cinque giorni l’altrettanto atteso faccia a faccia tra Trump e Vladimir Putin. I due appuntamenti, ha notato il direttore del Programma europeo e senior fellow del think tank, Jan Techau, rappresentano “un momento atteso con ansia nel contesto della sicurezza transatlantica. La tensione è alta e non è chiaro se una quantità sufficiente del vecchio consenso transatlantico potrà sopravvivere”. Così, mentre “l’adeguamento strategico su larga scala è in corso”, con tante novità sul fronte operativo, “il vertice di Bruxelles potrebbe diventare un momento storico piuttosto spiacevole”. Gli ha fatto eco il direttore dell’ufficio di Varsavia del GMF Michal Baranowski: “Il ripetersi dell’acrimonia del recente vertice del G7 in Canada sarebbe estremamente dannoso, soprattutto se sarà seguito da un cordiale bilaterale tra Trump e Putin. In fin dei conti, la capacità della Nato di scoraggiare potenziali avversari proviene dalla coesione e dall’unità politica”.

SE CRESCONO LE AMBIZIONI FRANCESI

Sono d’accordo Alexandra de Hoop Scheffer e Martin Quencez, rispettivamente direttore dell’ufficio a Parigi e fellow del GMF: “L’approccio disruptive del presidente con gli alleati della Nato è stato descritto come un reset dell’ordine liberale da parte del segretario di Stato Mike Pompeo e come un rinnovamento strategico da parte del sottosegretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici Wess Mitchell”. Eppure, aggiungono gli esperti, “l’approccio conflittuale di Trump nei confronti dell’Ue sta conducendo a una rottura non strategica all’interno delle relazioni transatlantiche, e rende più difficile per gli alleati europei seguire e fidarsi della leadership degli Stati Uniti”. Ciò, rimarcano, lascerebbe campo libero alle ambizioni di Parigi, tradizionalmente incline all’autonomia strategica del Vecchio continente, soprattutto se a trazione francese. Non a caso, è di pochi giorni fa il lancio dell’European intervention initiative (Eii), ideata da Emmanuel Macron per creare una forza di reazione rapida alle crisi, estranea tanto al contesto Ue quanto a quello Nato.

LA NOVITÀ DI TRUMP

Ad ogni modo, a guardare la storia dell’Alleanza il rischio di una rottura sembrerebbe minimo, visto che la Nato è riuscita sempre a restare isolata rispetto alle frizioni maturate tra gli alleati su altri dossier. Eppure, la preoccupazione aleggia palpabile nel nuovo quartier generale della Nato, tra esperti e addetti ai lavori. Ad alimentarla due fattori su tutti: l’evidente crisi nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa (dalla questione di Gerusalemme capitale all’accordo nucleare iraniano, dal clima al commercio) e l’imprevedibilità della presidenza americana. Le richieste che arrivano da Washington non sono infatti nuove. Già l’amministrazione Obama aveva predisposto un arretramento dai diversi scenari internazionali, chiedendo agli alleati europei di assumersi maggiori responsabilità. Eppure, adesso, tutto questo è stato inondato dalla retorica trumpista, da una dialettica business like che è lontana anni luce sia dallo stile diplomatico dei rappresentanti permanenti, sia dalla mentalità pragmatica e operativa dei generali. E così, mentre on the ground la collaborazione va a gonfie vele e continua a garantire “pace e stabilità al mondo” (prendendo in prestito le parole usate dal Presidente Sergio Mattarella nel recente viaggio in Estonia), ai massimi livelli politici il dialogo potrebbe arrestarsi.

UN PROBLEMA DI STILE

Chi conosce bene gli ambienti Nato e la presidenza americana, ci ha confidato off the record che gran parte del problema legato al “fattore Trump” risiede nello stile. Il tycoon non è abituato alle lunghe sessioni di lavoro di Summit di questo tipo, e il semplice abbandono del dibattito o la mancata partecipazione alla cena ufficiale potrebbero avere un impatto mediatico devastante sul vertice. Certo, va tenuto conto anche di un mindset tipicamente da business man (adottato già con la Corea del Nord), fatto di minacce e punzecchiature con l’obiettivo di ottenere quanto prefissato, trasformando poi, rapidamente, veementi dichiarazioni in attestazioni di fiducia e amicizia. Tutto questo resta imprevedibile, come sempre quando si parla di Donald Trump. Certamente, quello che andrà in scena nei prossimi giorni a Bruxelles sarà un Summit inedito, con poco dibattito sugli aspetti operativi, e un banco di prova determinante sull’unità politica dell’Alleanza.

ultima modifica: 2018-07-07T08:00:26+00:00 da Stefano Pioppi

 

 

 

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