Il Cremlino non vuole la Georgia nella Nato. Paolo Alli spiega perché

Il Cremlino non vuole la Georgia nella Nato. Paolo Alli spiega perché
"La Georgia ha fatto passi da gigante negli ultimi anni: lo posso testimoniare in maniera diretta. I georgiani vogliono una svolta verso l'Occidente". Conversazione con Paolo Alli, presidente dell’Assemblea Parlamentare della Nato

Il primo ministro russo, Dmitri Medvedev, è tornato sull’imminente inclusione della Georgia nella Nato, definendola la leva per un potenziale “terribile conflitto”. La reazione russa è arrivata dalla massima carica, dopo il presidente Vladimir Putin, e rappresenta il lungo strascico dei risultati della summit di Bruxelles, in cui i membri dell’Alleanza Atlantica hanno confermato la prossima inclusione georgiana, e di un dialogo tra Tbilisi e Nato che dura da dieci anni.

Durante una conferenza stampa tenuta il 12 luglio dal quartier generale belga, che nella sua veste rinnovata ha ospitato per la prima volta tutti i leader delle nazioni Nato (un contesto anche piuttosto simbolico), il segretario generale, Jens Stoltenberg, aveva detto che le relazioni con la Georgia sono “uniche”, in dieci anni di attività della Commissione Georgia-Nato “la partnership è diventata molto più stretta”, ringraziando Tbilisi per essere “il più importante partner operativo” dell’alleanza e “un amico fidato”.

Sorridente, a fianco al segretario, Georgi Margvelashvili, il presidente georgiano, incassava i complimenti e l’annuncio pubblico del prossimo ingresso del suo paese tra i membri della più grande alleanza strategico-militare del mondo – implementazione conclusiva del percorso deciso e iniziato dieci anni fa esatti durante il summit di Bucarest; ai tempi il presidente ospitante, Traian Băsescu, disse che occorreva “abbandonare le logiche da Guerra Fredda” a proposito delle preoccupazioni riguardo alla vicinanza geografica e culturale tra la Georgia e la Russia, e l’Ucraina, che sempre in quel summit fu fortemente invitata all’ingresso.

A distanza di un decennio, l’Ucraina è ancora ferita dall’annessione russa della Crimea e dalla guerra lungo due provincie orientali, e la Georgia vede ancora il conflitto che ha portato all’auto-proclamazione di Abkhazia e Ossezia del Sud come due ferite profonde che solcano la storia del paese (cade in questi giorni l’anniversario delle giornate più critiche del secondo guerra russo-georgiana con teatro proprio quelle due aree: era l’inizio di agosto del 2008).

“La Georgia ha fatto passi da gigante negli ultimi anni: lo posso testimoniare in maniera diretta. Hanno creato una classe dirigente credibile, governano un paese che, per riscontri diretti, esperienze personali, ma anche dati oggettivi, è composto da una percentuale superiore all’80 per cento di cittadini che vogliono non solo l’ingresso nella Nato, ma anche nell’Unione Europea. Vogliono una svolta verso l’Occidente”, ci spiega Paolo Alli, presidente dell’Assemblea Parlamentare della Nato, che per il ruolo istituzionale che ricopre ha continui contatti anche con la Georgia.

Ma se il contesto è pronto, allora è la pressione russa che ritarda l’ingresso? “È una questione delicata – continua Alli – perché di fatto non manca niente, ma c’è la situazione nelle due province che è la reale criticità. L’inclusione è una decisione politica che certamente, è inevitabile, creerebbe il problema immediato del rapporto con Mosca. Ma c’è di più: perché l’aspetto politico si collega a una questione tecnico-giuridica. Nelle due province separatiste ci sono formalmente militari russi, e questo pone la questione dell’Articolo 5, quello della difesa collegiale dell’alleanza in caso di aggressione di un membro: se una volta entrata la Georgia nella Nato, Tbilisi decidesse di chiederne l’attivazione?”.

Alli spiega che, è “quasi certo” che nemmeno i georgiani siano interessati a certe questioni, però è un aspetto delicato: “I russi si sono mossi d’anticipo, diciamo. Hanno occupato l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, il Donbas e la Crimea, e la Transnistria. Hanno creato i presupposti in Georgia, Ucraina e Moldavia per rendere a questi paesi l’ingresso nella Nato una questione intricatissima”, tra politica e giurisprudenza, ma “nessuno ha il diritto di opporsi all’autodeterminazione di un popolo”, aggiunge il politico italiano.

“Personalmente ho fatto presente ai diplomatici russi che se il concetto vale per le regioni filorusse georgiane o ucraine, allora deve valere anche per quei milioni di georgiani e ucraini che vogliono spostare il proprio asse verso occidente”. E cosa dicono loro? “Glissano, parlano del riconoscimento dell’indipendenza, che è in fin dei conti un loro obiettivo, ma dicono che non vogliono intromettersi negli affari degli altri paesi”. Per il momento, l’auto-proclamazione delle due repubbliche georgiane è riconosciuta solo da Siria, Venezuela e Nicaragua, oltre che dalla Russia.

Però, aggiunge, “adesso anche all’interno dei singoli stati è percepito questo desiderio. Per esempio, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è stato a Tbilisi il 16 e 17 luglio e ha difeso le scelte prese dalla Georgia”. “La scelta europeista di Tbilisi non è infatuazione strumentale, ma vocazione radicata nella storia e nei cuori del popolo georgiano”, ha detto Mattarella, che ha anche appoggiato l’entrata nella Nato. “Tra l’altro — ricorda Alli — questo genere di posizioni sono sostenute da fatti concreti, come per esempio la partecipazione alle missioni internazionali: la Georgia è il quarto contributore di risorse per Resolute Support (la missione Nato in Afghanistan, ndr), con circa 900 uomini”.

Medvedev ieri ha parlato in modo aspro dalla radio del Kommersant, il più importante giornale economico russo e tra gli organi stampa più tersi del paese. Il premier, riferendosi proprio al conflitto georgiano, ha detto che “non era inevitabile” – alludendo a responsabilità di Tbilisi di sponda con l’Occidente – anche se tra i separatisti osseti e abcasi e Mosca c’era e c’è un legame del tutto simile a quello con i filorussi ucraini.

Putin dice di sentire la presenza Nato ai confini come una sorta di accerchiamento, e per questo ritiene le sue politiche aggressive una necessità difensiva davanti a un tentativo di circondare militarmente Mosca. “Stanno cercando in tutti i modi di impedire alla Russia di diventare un concorrente geopolitico, tanto più avere alleati”, ha detto il mese scorso il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu.

Una circostanza che fa piuttosto innervosire il Cremlino sono le esercitazioni militari in regioni delicate. Dal primo agosto, per esempio, la base militare di Vaziani, una ventina di chilometri fuori Tbilisi, sta facendo da hub per una grande esercitazione delle Nato, “Noble Partner 2018″ il nome. Presenti alcune migliaia di soldati dell’alleanza da 13 nazioni diverse: le operazioni sono coordinate dall’esercito georgiano e dallo US Army Europe.

Temporalmente, le esercitazioni e le dichiarazioni di Medvedev sono legate? “Certamente” risponde Alli, “anzi, si devono proprio a quelle”.

Il presidente georgiano Margvelashvili ha dato il via di persona alle manovre militari, tenendo un discorso in cui ha attaccato la Russia per il sostegno ai separatisti: “[Siamo qui] oggi, in un paese che ha il 2 per cento di territorio occupato in modo assolutamente illegale dalla vicina Russia”, ha detto iniziando il suo intervento. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha replicato che gli war-game sono un tentativo di mettere pressione su Abkhazia e Ossezia del Sud:  “Stabilità e sicurezza significano un dialogo costruttivo, non elicotteri e carri armati”.

 

(Foto: 124th Mobile Public Affairs Detachment, Us Army Europe)

ultima modifica: 2018-08-06T09:50:09+00:00 da Emanuele Rossi

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