I 3 messaggi di Erdogan nel primo anniversario del golpe fallito in Turchia

I 3 messaggi di Erdogan nel primo anniversario del golpe fallito in Turchia
L'analisi di Marta Ottaviani

Il primo anniversario del golpe fallito del 15 luglio 2016, verrà disgraziatamente ricordato come la lunga notte in cui un’Europa troppo distratta e impreparata a comprendere gli sviluppi di una regione non si è resa conto che la Yeni Turkiye, la Nuova Turchia, di Recep Tayyip Erdogan ha preso il largo e che è destinata a dare sempre più problemi.

Il presidente ha puntato i suoi discorsi commemorativi soprattutto su tre punti. Il primo è aver focalizzato l’attenzione sul fatto che la Turchia è riuscita a mantenersi indenne dalle minacce esterne, dove per esterne si intende quelle occidentali. Il secondo è aver motivato il popolo turco, che ha saputo combattere per la sua democrazia, almeno quella intesa dal presidente e si è saputo difendere dai nemici esterni, che vede solo Erdogan e il suo popolo, ma che sono più che sufficienti per incendiare una situazione nel Mediterraneo già abbastanza complicata. Il terzo, scontato, è l’attacco a Fethullah Gulen, quell’ex imam tanto potente e che lo ha tanto aiutato, che è islamico tanto quanto lui, ma che adesso da alleato strategico è diventato un avversario da abbattere e da tutto il Paese considerato il nemico numero uno.

L’Europa dovrebbe segnarsi la data di ieri per ricordarsi che il bacino del Mediterraneo in cui siamo nati noi, figli di due guerre mondiali, sta cambiando e che potrebbe non essere lo stesso dove cresceranno le generazioni future.
Nell’epoca dei nuovi nazionalismi, anche la Turchia ha riscoperto una nuova identità. Un pericoloso misto di matrice etnica, religiosa, condito con una rivisitazione della storia ottomana, che porta la Mezzaluna a una naturale proiezione esterna quasi neo imperiale.

Non sono un caso le dichirazioni di Erdogan sul Trattato di Losanna, che lui è intenzionato a cambiare. A queste si devono aggiungere le tensioni, concrete e quotidiane con la Grecia per l’invasione degli spazi aerei e delle acque territoriali e non parliamo dell’isola di Cipro, dove truppe turche tecnicamente occupano il territorio di un Paese europeo.

Inutile piangere sul latte versato e pensare a quello che avrebbe potuto essere la Turchia. Oggi è una cosa molto diversa da quella che ci aspettavamo e con questa dobbiamo imparare a relazionarci prima che sia troppo tardi.
Perché se noi stiamo sottovalutando quello che sta succedendo, sulle sponde del Bosforo non lo fanno affatto. Anzi. ‘Merito’ di fratture mai sanate, di una diversa percezione della storia, della congiuntura presente e certamente anche della religione.

Ma questa Turchia, purtroppo, è destinata a rappresentare un problema.

ultima modifica: 2017-07-16T12:03:21+00:00 da Marta Ottaviani

 

 

 

 

 

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