Tanti dubbi e poche certezze sull’ingresso della Corea del Nord nel club nucleare

Tanti dubbi e poche certezze sull’ingresso della Corea del Nord nel club nucleare
L'analisi del ricercatore Luca Longo

Pare che sia successo quello che prima o poi doveva succedere. Dopo mesi di bombastiche dichiarazioni di Kim Jong-un e dei media di Stato, il 3 settembre alle 12:00 ora di Pyongyang la Corea del Nord ha portato a termine il sesto test atomico della propria storia in un tunnel sotterraneo del sito di Punggye-ri, nella regione di Kilju a meno di 100 km dalla Cina e di 300 da Vladivostok.

L’agenzia di stampa ufficiale ha garantito che si tratta di una “bomba termonucleare di disegno avanzato” pronta per essere utilizzata su un missile balistico a raggio intermedio come il Hwansong-12 (che il 29 agosto ha sorvolato il territorio giapponese) o addirittura su uno a lungo raggio come il Hwansong-14 (che per ora arriva a 1.000 km ma con una tangenza operativa teorica di 10.000 km).

Mentre tutti i cinque precedenti esperimenti erano di portata decisamente modesta – il quinto, il maggiore, arrivava a 20 kiloTon (kT) – il sesto test ha avuto una potenza di circa 120 kT secondo i calcoli del Norvegian Seismic Array. Tralasciando le dichiarazioni del regime e basandosi sui dati sismologici rilevati dai sistemi di tutto il mondo, la bomba nordcoreana era circa dieci volte più potente della bomba atomica lanciata dagli americani su Hiroshima e – a differenza di tutte le precedenti – ha avuto una potenza sufficiente da poter indurre a credere che si sia trattato di qualcosa di più del test di una semplice bomba atomica.

Per levare ogni dubbio, poco prima dell’esplosione erano state diffuse foto di Kim Jong-un mentre ispezionava un oggetto a forma di arachide che assomigliava a quelle che conosciamo come bombe termonucleari a due stadi fissione-fusione – o Teller-Ulam – con due protrusioni che suggeriscono un primo stadio a fissione ed un secondo a fusione. Inoltre, poco dopo l’esplosione è stata rilasciata una dichiarazione più tecnica con l’obiettivo di dimostrare che gli scienziati nordcoreani padroneggiano tutte le tecnologie necessarie per realizzare bombe a fusione.

Per fare un po’ di chiarezza, le bombe atomiche sono basate sulla fissione di elementi pesanti e instabili, come l’isotopo 235U dell’Uranio e, più comunemente, l’isotopo 239Pu del Plutonio. Possono avere una potenza che va da qualche kT al record di 500 kT detenuto dal US Mark 18 “Super Oralloy Bomb“ americano. Nei Paesi dotati di tecnologie adatte, le bombe atomiche sono state rapidamente soppiantate dalle ben più temibili, ma anche più complesse, bombe nucleari. Queste ultime si basano sulla fusione di Deuterio o di Trizio, 2D e 3T, gli isotopi più instabili dell’Idrogeno. Le bombe nucleari sono più devastanti di quelle atomiche, ma per innescarsi richiedono una temperatura elevatissima ed è per questo che vengono fatte esplodere grazie ad una bomba atomica inserita nella bomba nucleare stessa proprio con la funzione di detonatore. La maggior complessità della realizzazione è ripagata in termini di un effetto devastante superiore di interi ordini di grandezza. La bomba nucleare più potente mai realizzata è la bomba RDS “Zar” che il 30 ottobre 1961 ha sviluppato 50 MegaTon (MT), cioè 50.000 kT. L’Unione Sovietica avrebbe potuto portare l’esplosione addirittura a 100 MT rivestendola con uno scudo di Uranio impoverito, ma Nikita Khrushchev decise che, per fare paura agli americani, quel botto era già più che sufficiente.

Si è trattato di una bomba termonucleare? Vediamo di capire cosa è successo veramente nel sottosuolo della Corea del Nord. E soprattutto, cosa potrà succedere nel prossimo futuro.

Abbiamo già parlato di una tecnologia intermedia a quelle appena descritte, chiamata bomba nucleare “accelerata” o “a fissione-fusione”. Si tratta di una bomba in cui una fusione limitata serve per promuovere il processo di fissione, permettendo ad atomi più pesanti di raggiungere le condizioni di frammentazione nucleare e quindi di ottenere più energia esplosiva. Gli Stati Uniti con il test George a Enewetak l’8 maggio del 1951 (sei anni dopo il primo test a fissione) riuscirono a liberare 225 kT dalla loro prima bomba accelerata, mentre l’Unione Sovietica vi riuscì il 12 agosto 1952 con una esplosione da 400 kT avvenuta a Semipalatinsk: solo tre anni dopo la loro prima fissione.

A differenza di tutti i test precedenti, sembrerebbe ragionevole pensare che stavolta la Corea del Nord sia riuscita sul serio a fare esplodere non una bomba atomica a fissione ma nemmeno una ben più micidiale bomba a fusione. L’analisi delle onde sismiche parrebbe più compatibile con l’intervallo di potenza caratteristico delle bombe accelerate. Inoltre, sembrerebbe più in linea con i tempi di sviluppo tecnologico già percorsi da Unione Sovietica e Stati Uniti che, in poco più di dieci anni dal primo test del 9 ottobre 2006, Pyongyang sia arrivata allo stadio di sviluppo corrispondente a questa classe di bombe.

Potrebbe darsi, invece, che Kim Jong-un abbia voluto simulare un test a fusione semplicemente ordinando la realizzazione di un ordigno atomico di dimensioni molto elevate in modo da ottenere un botto da 100 kT e quindi dell’ordine di grandezza compatibile con le bombe nucleari. Questo richiederebbe una grande quantità di uranio arricchito 235U e non è facile immaginare come la Corea del Nord avrebbe potuto ottenerlo senza destare allarme nei servizi segreti di tutto il mondo.

Per togliere ogni dubbio sulla tipologia di arma utilizzata basterebbe analizzare i radionuclidi liberati dall’esplosione. Fino ad ora i tecnici del sito di Punggye-ri si sono dimostrati bravissimi a evitare rilascio di sostanze radioattive in atmosfera (anche grazie alla modesta entità delle esplosioni verificatesi nei test precedenti), ma questa volta il Servizio Geologico degli Stati Uniti e l’Amministrazione Terremoti Cinese hanno registrato un evento sismico secondario verificatosi otto minuti dopo il primo. Quest’ultimo può essere dovuto al collasso della cavità formatasi con l’esplosione e potrebbe aver provocato la fuoriuscita di parte della nube di radionuclidi che hanno riempito il punto di esplosione.

Nei giorni successivi al test, non è però stata rilasciata alcuna comunicazione sulla natura di eventuali radionuclidi trasportati dall’atmosfera e rilevati dai sistemi di monitoraggio internazionale; né immagini satellitari in grado di dimostrare che il secondo evento sia stato provocato dal collasso della roccia soprastante il punto di esplosione.

Dobbiamo ricordare che esiste una profonda differenza fra un ordigno nucleare e una testata nucleare. Il primo è costituito non solo dalla bomba ma anche da un insieme di strumenti, collegamenti, meccanismi, che permettono ad una bomba nucleare di esplodere. Può essere grande e pesante a piacere, costruito e verificato con calma all’interno di un tunnel, collegato con una infinità di sistemi di rifornimento, alimentazione, controllo e comando esterno e infine fatto esplodere a piacimento. Una testata nucleare, invece, deve compattare non solo la bomba vera e propria ma tutti i sistemi di gestione e controllo in un solo oggetto miniaturizzato perfettamente autonomo e in grado di essere sollevato da un missile, sopravvivere alle accelerazioni del lancio e del rientro e infine attivarsi quando si trova sull’obiettivo desiderato. Quindi un conto è aver acquisito la capacità di fare esplodere un ordigno nucleare. Ma dichiarare di essere in grado di costruire una vera testata nucleare è tutto un altro paio di maniche!

Due anni fa avevo avanzato un’altra ipotesi. Mi rendo conto che sia difficile smentirla ma ancora più difficile verificarla, però è possibile che la Corea del Nord si avvantaggi di scienziati nucleari stranieri; reclutati ai tempi del collasso dell’Unione Sovietica o recuperati fra gli addetti al nucleare iraniano o iracheno o libico rimasti disoccupati – e con un know how pericoloso – dopo lo stop ai programmi nucleari militari nei rispettivi Paesi.

Infine, l’Agenzia Internazionale sull’Energia Atomica registra una marea di furti, smarrimenti o contrabbando illegale di materiale radioattivo. Una parte di questo è proprio materiale utilizzabile direttamente, o previo ulteriore arricchimento, per le bombe atomiche e nucleari. Siamo assolutamente certi che, soprattutto negli anni dell’anarchia provocata dalla caduta del Muro di Berlino e prima che Vladimir Putin rimettesse in piedi il gigante russo, parte di questo materiale non sia finito proprio a Pyongyang?

Se gli effettivi risultati scientifici e militari dei nordcoreani sollevano numerosi dubbi, risulta invece perfettamente chiaro il duplice obiettivo politico di Kim Jong-un.

Da una parte, il monopolio informativo dei suoi media sottopone continuamente i cittadini nordcoreani a minacce di aggressione da parte degli americani e dei Sud Coreani e li fa vivere in un perenne stato di terrore per giustificare un Paese sull’orlo del collasso economico e la povertà materiale e culturale in cui vengono mantenuti ed al contempo spingerli ad affidarsi al regime come unico baluardo a difesa dall’annientamento.

Ma Kim ha mostrato di aver capito che la sua capacità di attaccare la Corea del Sud con armi convenzionali non è più sufficiente a garantirgli la sopravvivenza. Vuole evitare di fare la fine di Saddam Hussein o di Mohammar Gheddafi, attaccati e liquidati dopo aver accettato di smantellare il proprio programma nucleare. Per assicurarsi che la dinastia Kim rimanga al potere a tempo indeterminato gli è indispensabile poter minacciare (più o meno credibilmente) di poter distruggere non solo la Corea del Sud ma anche le basi americane e alleate nella regione per non parlare degli interessi giapponesi e del Mare Cinese Meridionale, che la Cina ora considera casa sua. In questo modo mette in atto la dottrina della escalation asimmetrica: previene il rischio di attacchi limitati e con armi convenzionali – ad esempio un attacco chirurgico volto a eliminare le basi militari, i siti nucleari, o la stessa leadership – minacciando una immediata ritorsione atomica.

Questo obiettivo viene, più o meno razionalmente, condiviso ed amplificato proprio dai falchi americani e sudcoreani che nutrono le proprie richieste di ulteriori investimenti militari proprio soffiando sul fuoco della (vera o presunta) minaccia atomica nordcoreana. A questo punto, è inutile cercare di analizzare razionalmente i fatti se poi chi deve decidere si basa soprattutto sulle emozioni.

ultima modifica: 2017-09-10T08:00:37+00:00 da Luca Longo

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