“Gli Stati Uniti d'America contro Khalid Sheikh Mohammed, Ali Abdul Aziz Ali, Ramzi Binalshibh, Mustafa Ahmed Al-Hawsawi, Walid Bin Attash”.
In nome della “Guerra al Terrore” domani si aprirà il processo più atteso al mondo. 2.973 capi di imputazione per omicidio per i cinque di Al Qaeda responsabili dell’attentato alle Torri gemelle e al Pentagono l’11 settembre. 2973: quante le vittime dello spartiacque storico.
Domani saliranno sul banco degli imputati. Accadrà direttamente all’interno della base navale di Guantanamo, nell’isola di Cuba. Quattrocento osservatori selezionati saranno portati a Camp Delta che per l’occasione “si trasformerà” in Camp Justice. Oltre a questi, diversi giudici militari di corte marziale costituiti in un tribunale speciale, assistiti da pubblici ministeri e avvocati difensori. Sono tutti militari scelti dal Pentagono e si troveranno a giudicare i cinque civili.
La pubblica accusa domani – quasi certamente – chiederà la morte degli imputati. Se così fosse si andrebbe ad interrompere la moratoria che avanti dal 1961: da quarantasette anni, infatti, non ci sono più state condanne alla pena capitale per ordine di una corte marziale.
Sono passati quasi sette anni da quel giorno che ha cambiato il corso della storia, da quel crollo che con sé ha fatto precipitare la vita delle persone, la percezione della sicurezza, della propria esistenza. Difficilmente si troverà ancora lo stesso entusiasmo nel progettare la propria vita, perché, da quel giorno, tutto è diventato insicuro e precario.
Ma – e questa è la domanda – una condanna a morte è la vera risposta al problema?
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