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L’industria che fa bene all’ambiente

Se c’è un settore specifico della nostra economia che veramente si presta a strumentalizzazioni ed equivoci è l’ecologia. È singolare riflettere su quante persone a partire dagli anni ‘80 hanno potuto speculare politicamente sulla paura collettiva di un imminente disastro ambientale, poi mai avvenuto. Lo sviluppo umano, in realtà, è positivo e di per sé inarrestabile.
E poiché comunque noi restiamo esseri razionali, e quello che facciamo è sempre un atto tecnologico, la Terra sarà costantemente un habitat dipendente da chi rischia di impedirne la vivibilità. È essenziale, comunque, umanizzare l’ambiente. Perché non esisterebbe un problema ecologico se non esistesse l’umanità. E non esisterebbe alcun tipo di valore ambientale se il mondo naturale non servisse allo sviluppo e all’espansione di chi ne comprende il valore e ne sa ricavare, se vuole, risorse proficue.
 
La sola idea valida per una vera salvaguardia del paesaggio e delle risorse è la tutela internazionale del mondo materiale come bene comune universale. L’ecologia, alla fine, non è altro che una branca dell’etica industriale, intesa appunto come regolamentazione comportamentale della produzione in vista del mantenimento del valore base della natura e della sua utilizzabilità collettiva nel tempo. Essa non può inibire l’impresa industriale, essendo parte di una prassi generale propria di una specie, quella umana, che per essenza fattivamente lavora e consuma beni ricavati dalla materialità. Da parte sua, l’industria ha invece il dovere di contribuire direttamente alla tutela del mondo, trovando nello sviluppo sostenibile nuove forme di incentivi all’innovazione tecnologica.
In definitiva, l’austerità è un’utopia suggestiva ma fantasiosa, perché i consumi sono destinati a salire anche qualora vengano controllati i dispendi pro-capite. La causa è l’incremento demografico stesso delle popolazioni in crescita. E, nella peggiore delle ipotesi, la democratizzazione dei consumi potrebbe provocare domani un inesorabile proliferare geometrico di fonti di energia apparentemente pulite alla fine perfino più nocive di quelle ritenute oggi dannose.
 
Le regioni più povere del mondo potranno, invece, dotarsi dei mezzi di ricerca adeguati e aderenti alla loro demografia, unicamente affiancando alle fonti rinnovabili programmi energetici più incisivi e diminuendo considerevolmente l’inquinamento che le emissioni di anidride carbonica e di anidride solforosa producono nell’atmosfera. L’ecologia buona, insomma, con buona pace della “cosmosofia” massimalista, non è altro che una terapia culturale ad una moderna industrializzazione intelligente. Un vaccino politico in grado di far progredire l’economia parallelamente alla conoscenza razionale della Terra e dell’ambiente circostante. Uno sforzo filosofico e pratico audace che deve offrire benessere quantitativo e qualitativo ad oltre dieci miliardi di persone.
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