Nell’ultimo decennio alcune multinazionali hanno cominciato a partecipare alla formulazione e implementazione di regole in aree come la protezione dei diritti umani, la realizzazione di standard sociali, la difesa dell’ambiente, la lotta alla corruzione.
Negli ultimi anni un buon numero di studiosi di business ethic hanno argomentato a favore di una “nuova concezione del ruolo politico dell’impresa nella società” (Scherer e Palazzo, 2008) e di imprese come “attori politici” (D’Orazio, 2011). Ma che cosa si intende esattamente quando si parla di corporation as a political actor?
Come è noto, per la teoria dell’impresa dominante le corporation sono istituzioni volte a fare profitti e pertanto va rifiutato qualsiasi loro impegno che vada oltre il rispetto della legge e non contribuisca alla generazione di profitti. Inoltre, i sostenitori di questa teoria avvertono che, poiché i manager non sono né eletti né controllati democraticamente, qualsiasi loro impegno socio-politico non solo viola i legittimi interessi degli azionisti, ma è pericoloso per la società democratica. Secondo questa impostazione, pertanto, le imprese sono attori privati, la cui sola responsabilità è il perseguimento del proprio interesse economico nel rispetto delle leggi dello Stato e delle norme morali accettate nel proprio ambiente sociale. Consegue da ciò che la cura delle questioni di pubblico interesse è responsabilità esclusiva dello Stato e qualsiasi policy di una impresa è espressione del suo atteggiamento strategico volto alla massimizzazione del profitto.
 
Questa concezione della responsabilità aziendale è basata su due premesse: 1. il sistema statale è in grado – attraverso la regolazione e l’enforcement – di orientare i risultati delle strategie e delle azioni di attori economici autointeressati verso il bene della società; 2. esiste una chiara separazione tra sfera pubblica e sfera privata, tra lo Stato come unico attore nella public policy e le imprese private. Su queste stesse premesse sembrano essere basate anche le attuali teorie della Corporate social responsibility (Csr).
Nell’ultimo decennio, tuttavia, il “processo di globalizzazione e il pluralismo dei valori” che caratterizzano le nostre società hanno reso evidente la necessità di riconsiderare tali premesse. Gli sviluppi legati al processo di globalizzazione, in particolare, hanno due conseguenze: lo Stato sta perdendo parte del suo potere di regolazione, sebbene rimanga un attore importante nella nascente governance globale; la distinzione privato-pubblico tende a svanire. In queste condizioni, si osserva che alcune multinazionali hanno cominciato a partecipare alla “formulazione e implementazione di regole” in aree come la protezione dei diritti umani, l’implementazione di standard sociali, la difesa dell’ambiente, la lotta alla corruzione e la produzione di beni pubblici. Il risultato è che alcune multinazionali assumono direttamente “responsabilità politiche” tradizionalmente assunte dallo Stato, come è dimostrato dalla loro ampia partecipazione al Global compact dell’Onu (Rasche e Kell, 2010).
 
Per questa ragione, globalizzazione e pluralismo devono essere incorporati in una nuova concezione dell’impresa come attore economico e politico nelle società di mercato con il conseguente sviluppo della Csr nella Corporate citizenship. Crane, Matten e Moon (2008), ad esempio, hanno proposto di considerare le corporation come corporate citizen con un ruolo “simile a quello dello Stato” quando esse amministrano i diritti dei cittadini e forniscono beni pubblici alle comunità dei Paesi in cui operano e i cui governi né sono in grado né sono disposti a svolgere tale funzione. Allo stesso modo, Scherer e Palazzo (2007) hanno sviluppato una “concezione politica della Csr” e hanno suggerito di considerare le imprese come attori politici nei processi di public policy al di sopra e al di là dello Stato.
 
Nei lavori di questi studiosi è operante una nuova interpretazione di “politica” che si estende oltre la concezione ristretta di power politic – intesa come comportamento aziendale orientato esclusivamente al profitto – comune nella letteratura di management: un nuovo concetto che considera “politico” ogni processo in cui le persone collettivamente regolano le loro condizioni sociali e decidono sulla direzione che desiderano prendere (Young, 2004).
Nei loro lavori è operante anche una nuova concezione di “responsabilità aziendale”. Iris Young (2006), ad esempio, ha proposto un modello di responsabilità non più intesa come responsabilità giuridica ma come “connessione sociale” adottando il quale in un contesto globale “responsabilità significa che tutti coloro che partecipano attraverso le loro azioni a processi (sociali strutturali) che producono una ingiustizia (transnazionale) condividono la responsabilità di porvi rimedio”. Florian Wettstein (2005), a sua volta, ha suggerito l’impiego di un concetto di responsabilità basato non più sull’idea di causalità ma sull’idea di “capacità” adottando il quale diventa fattore chiave per l’ascrizione di responsabilità la capacità della corporation di risolvere i problemi di comune interesse. Questi nuovi significati di responsabilità aziendale dovrebbero consentire di rispondere meglio alle sfide poste dall’espansione delle global supply chains.
 
Naturalmente chi argomenta a favore di un nuovo ruolo politico delle corporation è ben consapevole che esso è altamente contrastato; vari critici hanno infatti evidenziato le possibili implicazioni negative dell’assegnazione di questo nuovo ruolo alle corporation soprattutto per l’idea di accountability democratica. Affrontare questa sfida per gli studiosi sopra richiamati significa lavorare ancora per “esplicitare nuovi modi per rafforzare le comunità politiche e per rendere le imprese responsabili (accountable) democraticamente” (Scherer, Palazzo e Matten, 2010). In particolare, il deficit democratico potrà essere compensato solo se le attività “politiche” delle corporation sono inserite in processi di deliberazione e controllo pubblici. A questo proposito, frequente è il richiamo all’idea di “democrazia deliberativa” con la quale è possibile mostrare come politiche e istituzioni legittime possano emergere dalla collaborazione di attori pubblici, privati e della società civile (Scherer e Palazzo, 2008).
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