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Il senso (politico) di una priorità

La crisi delle finanze pubbliche sta ridisegnando il perimetro degli Stati nei settori più strategici, compreso quello della difesa. La novità più rilevante riguarda la bilancia militare americana che risulterà sempre più orientata verso le esigenze di sicurezza che vanno concentrandosi sul Pacifico. Questo, insieme ai tagli per 489 miliardi di dollari che l’amministrazione Obama ha previsto nei prossimi dieci anni, avrà conseguenze strategiche rilevantissime. Non solo cambiano, e cambieranno sempre più, le priorità e gli investimenti tecnologici del Pentagono: a risultare compromesso è il tradizionale schema di collaborazione transatlantica fra Usa ed Europa. L’Alleanza naturalmente resta intatta, ma il chi fa cosa, la divisione del lavoro, dovrà essere rivista.
 
Le massicce riduzioni di budget potranno essere aumentate o ridotte dal Congresso ma non c’è dubbio che se la presenza americana in Asia crescerà, quella in Europa diminuirà. Inoltre, le linee-guida esposte nella Defense strategic guidance 2012 mostrano l’esaurimento delle operazioni di controinsurrezione e stabilizzazione su grande scala per favorire la capacità di condurre un conflitto regionale e al contempo contrastare i piani bellicosi di un eventuale nemico. Nella nuova architettura la Nato resta centrale, così come l’interesse strategico per l’Eurasia e il Medio Oriente, ma il ruolo degli Stati Uniti ineluttabilmente passerà da convitato di pietra della sicurezza europea a facilitatore della difesa Ue. Non è un gioco di parole ma un cambio di passo del quale le istituzioni nazionali e comunitarie dell’Europa devono prendere coscienza, e rapidamente.
 
Come si è visto nel recente conflitto libico, con i numerosi limiti e le non poche contraddizioni, il quadrante del grande Mediterraneo allargato è e sarà, dal punto di vista della sicurezza, un’area in cui ad intervenire saranno − almeno in prima istanza − le Forze armate europee e quelle regionali (crescente in questo senso l’esposizione di truppe e mezzi del Qatar). Quello che chiedono gli americani agli europei è chiaro: assumersi la propria responsabilità senza ripararsi dietro il grande ombrello stelle e strisce. Il punto è: l’Europa è pronta? La Ue ha una moneta unica ma non ha un governo comune e un esercito comune. La nostra Unione nasce proprio dal fallimento della Ced (Consiglio europeo di difesa). La sigla divenuta in voga a Bruxelles è Pesc, Politica estera e di sicurezza comune. L’approccio è ambizioso ma è sufficiente ad offrire le risposte di difesa che appaiono necessarie? Le tecnologie, le industrie e i canali informativi dei servizi di intelligence sono pronti a un’azione comune ed efficace?
 
Queste domande sono solo in parte retoriche. La questione che va affrontata nelle capitali europee va di pari passo con le riflessioni che si fanno sulle finanze pubbliche. Fin dove si spinge l’integrazione e fin dove restano i confini nazionali e come (fondi/programmi europei o statali) si finanziano le mutate, e maggiori, esigenze di difesa. Il rapporto con gli Stati Uniti d’America non è in discussione e la cooperazione in termini di sicurezza non può che stare nella cornice della Nato. Queste certezze però non sono sufficienti di per sé. Recentemente è stato siglato un patto di cooperazione militare fra Francia e Inghilterra attraverso il quale si condividono gli asset nucleari e le portaerei e si prevede la creazione di una forza di intervento rapido. Si tratta di una terza via, accordi bilaterali, rispetto alle ipotesi di lavoro comunitario o nazionale. Il dilemma europeo, come si vede, è ben complesso.
 
Nell’attesa che il disegno strategico (utopico?) della Pesc si realizzi, l’Europa e i singoli Stati − Italia in primis − debbono essere consapevoli della sfida che sta maturando. Il tradizionale modello di comoda dipendenza dagli Usa sta venendo meno. I rischi certamente ci sono, non essendo preparati e non avendo ingenti risorse pubbliche da investire nella difesa, ma altrettanto ci sono opportunità. Le esigenze di sicurezza non sono solo assicurate dalle tradizionali forze militari. L’industria difensiva non è più solo bellica ma ha e può avere un forte connotato di innovazione tecnologica. Prevenzione e informazione sono due elementi irrinunciabili. Nell’elettronica così come nel militare si può e si deve rafforzare un pezzo strategico dell’economia nazionale ed europea. Riaffermare il proprio ruolo geopolitico è un modo non irrilevante per affrontare la crisi. Se il Pacifico sarà il mare americano, il Mediterraneo sarà il nostro. E non possiamo farci trovare impreparati.
 
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