Gli accordi raggiunti in Sudafrica, nonostante rappresentino un passo avanti, non rispondono appieno alle necessità di mitigazione che il nostro pianeta ci impone per avere un futuro sostenibile.
La diciassettesima Conference of parties, che si è conclusa due giorni dopo la scadenza prevista, ha lasciato una grande incertezza sul suo reale esito, alimentando diverse correnti di pensiero. La presidenza della Cop17, alle 5,28 dell’11 dicembre, riportava tramite la pagina ufficiale di facebook: “Breaking news: Durban produces very positive outcomes. Second commitment of Kyoto Protocol: done. Green climate fund: done. Operationalise Cancún agreements: done. Done, done, done!”.
 
In poche parole, sembravano raggiunti gli accordi per il prolungamento del Protocollo di Kyoto, per la realizzazione del fondo a favore dei Paesi in via di sviluppo e per l’attuazione degli accordi stipulati a Cancún (Cop16). Peccato che pochi minuti dopo le agenzie di stampa, così come molti delegati delle Ong e dei movimenti giovanili presenti alla conferenza, lanciassero messaggi di tutto altro tipo parlando di un fallimento della conferenza.
L’ambiguità delle dichiarazioni lascia presto spazio all’inequivocabilità dei documenti ufficiali, pubblicati sul sito dell’Unfccc (United nation framework convention on climate change) e dei quali è possibile sintetizzare i passi più rilevanti.
 
Kyoto 2
“La Cop17, prefiggendosi di assicurare una riduzione complessiva delle emissioni di gas serra del 25-40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020, delibera che la seconda parte del Protocollo di Kyoto abbia inizio il 1° gennaio 2013 e termini o il 31 dicembre 2017 o il 31 dicembre 2020”.
Si è dunque raggiunto un accordo per un secondo periodo vincolante del Protocollo che avrà inizio nel 2013; resta, però, l’incognita della durata di tale accordo: cinque anni (ovvero fino al 2017, soluzione fortemente voluta dai Paesi più colpiti dagli effetti dei cambiamenti climatici) oppure 8 (quindi fino al 2020, proposta avanzata dai Paesi sviluppati che hanno interesse a dilazionare l’impegno in un periodo più lungo).
Questo provvedimento dovrebbe permettere di ridurre le emissioni globali di gas serra entro il 2020, sebbene non vi siano ancora indicazioni precise in merito agli impegni specifici di ogni singolo Paese membro (dettaglio che dovrà essere definito nelle prossime conferenze).
 
Il Green climate fund
“Data l’urgenza e la serietà della minaccia dei cambiamenti climatici, lo scopo del Fondo è di contribuire in maniera significativa ed ambiziosa agli sforzi operati dalla comunità internazionale per combattere i cambiamenti climatici”. Il Fondo sarà dotato di personalità giuridica ed avrà due co-presidenti e un Consiglio composto da 24 membri, che rappresenteranno in numero uguale i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. Sarà necessaria una maggioranza di 2/3 per raggiungere il quorum.
Nell’ambito dello sviluppo sostenibile, il Fondo supporterà i Paesi emergenti per limitare o ridurre le loro emissioni di gas serra e facilitare l’adattamento all’impatto dei cambiamenti climatici.
È stato questo uno dei temi più delicati affrontati durante la conferenza, sul quale persistono diversi dubbi che scaturiscono principalmente da due domande: quali Paesi vi dovranno maggiormente contribuire, e quali maggiormente ne usufruiranno?
 
I “cattivi”
Anche quest’anno, la Conferenza ha visto l’ostruzionismo da parte di alcuni Stati che più volte nel corso della Cop17 si sono aggiudicati i “fossil of the day awards”, riconoscimento quotidiano da parte di Can international ai Paesi che più hanno ostacolato le negoziazioni.
Ai primi posti di questa triste classifica troviamo il Canada (che ha annunciato di volersi ritirare dal Protocollo di Kyoto), gli Stati Uniti (che hanno in più modi osteggiato qualsiasi tipo di accordo, affermando che le misure di mitigazione già in atto sono oltremodo sufficienti per evitare di superare il tetto dei 2°C), e infine il Brasile che è sul punto di approvare un decreto per togliere la protezione legale ad oltre 790mila km2 di foreste; questa decisione suona ancor più come una beffa se si pensa che a giugno Rio de Janeiro ospiterà “Rio+20”, il meeting decennale sullo sviluppo sostenibile che dovrebbe definire una volta per tutte il concetto di green economy e dettare le linee guida per le politiche ambientali future.
 
Troppo tardi?
Data la natura non lineare del sistema climatico, è difficile se non impossibile a dirsi. Mark Lynas, autore di Sex degrees, intervistato dai Climate champions del British Council in merito a questo delicatissimo tema, ha risposto che l’unico approccio razionale alla questione è di tipo probabilistico: ad oggi, ha affermato, i dati lasciano intendere che c’è circa l’80% di possibilità di mantenere l’aumento di temperatura al di sotto di 2°C nel 2100 se stabilizzeremo le nostre emissioni entro il 2020, mentre le possibilità si riducono al 50% se il cambio di rotta avverrà entro il 2050. Quel che è certo è che più tardi ci muoveremo, più difficile sarà porre rimedio ai nostri errori, e in questo senso gli accordi di Durban, nonostante rappresentino un passo avanti, non rispondono appieno alle necessità di mitigazione che il nostro pianeta ci impone per avere un futuro sostenibile.
Non bisogna desistere, però. Un messaggio chiaro in questo senso era arrivato già il 1° dicembre da Christiana Figueres, segretario esecutivo dell’Unfccc, la quale rispondendo ad una domanda di uno dei “campioni del clima” aveva affermato: “So che le negoziazioni sono molto lente e che la scienza ci dice chiaramente che siamo in ritardo. Sono sicura che faremo dei passi in avanti, ma non aspettatevi che questa conferenza sia un successo, perché non lo sarà: purtroppo fa parte del gioco. Ma nessuno di noi, né di voi, è per questo legittimato ad arrendersi”.
Un punto su tutti deve essere chiaro: la crisi economica non può e non deve essere una scusa per eludere i necessari investimenti sull’ambiente, perché questi possono esserne una soluzione. E non solo: la riduzione dell’inquinamento, la creazione di città più sostenibili e lo sviluppo delle energie rinnovabili potrebbero portare benessere, grazie a nuove opportunità lavorative e al miglioramento delle condizioni di vita. Si tratta di fare la scelta giusta prima che diventi, semplicemente, l’unica percorribile.
Condividi tramite