Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con una lettera inviata a Fini, Schifani e Monti ha invitato il Parlamento e il Governo ad attenersi "a criteri di stretta attinenza" nel varare gli emendamenti.
Dopo l´approvazione del decreto Milleproroghe da parte Parlamento  dal Colle, arriva un nuovo richiamo da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per l´uso eccessivo degli emendamenti ai decreti legge.
 
Il Presidente non può che constatare l´esistenza di una problematica comune alle varie epoche avvicendatesi a Palazzo Chigi: l´iter di conversione dei decreti legge in Parlamento tende sempre ad arricchire i provvedimenti di modifiche non sempre in linea con il loro contenuto originario, anzi così eterogenee da renderli quasi irriconoscibili.
E così anche giovedì, come ha fatto sotto il governo Prodi nel 2007 e con Berlusconi anche l´anno scorso, Napolitano è tornato sul tema con una lettera di fuoco inviata ai presidenti delle Camere, Renato Schifani e Gianfranco Fini, e al presidente del Consiglio Mario Monti.
 
In una nota del 18 maggio 2007, Napolitano chiese ai presidenti delle Camere “la rapida conclusione dei lavori avviati nelle rispettive Giunte per il regolamento ai fini della necessaria armonizzazione e messa a punto delle prassi seguite nei due rami del Parlamento per la valutazione di ammissibilità degli emendamenti in sede di conversione in legge dei decreti-legge”. Il 22 febbraio dell´anno scorso, il capo dello Stato inviò una lettera ai presidenti delle Camere e al premier Berlusconi per richiamare l´attenzione “sull´ampiezza e sulla eterogeneità delle modifiche” apportate nel corso del procedimento di conversione del ´Milleproroghe´ 2010.
 
E´ stato lo stesso Napolitano a ricordare di essere intervenuto più volte sulla questione, fin dall´inizio del settennato. E tra l´altro il presidente della Repubblica ricorda anche che l´annosa problematica rientrò in un messaggio alle Camere del suo predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, nel 2002. Ora non può che rilevare che, al di là di tutti i moniti, la “prassi parlamentare non sempre si è attenuta ai criteri suindicati”, soprattutto per il ´Milleproroghe´. E´ invece “prevalsa la linea di ritenere sufficiente, per l´ammissibilità degli emendamenti, una generica finalità di proroga non collegata con l´oggetto e spesso neppure con la materia e le finalità del provvedimento di urgenza”.
 
Una prassi che deve finire. Perché, è il ragionamento sotteso alla lettera, mette in difficoltà il capo dello Stato, che non ha il potere di rinviare solo parzialmente alle Camere i provvedimenti ed è dunque costretto a porre la sua firma sul testo completo, sia sulle parti critiche che su quelle “condivisibili”.
Ma la prassi deve finire anche perchè c´è un altro organo costituzionale che può intervenire sulla questione: la Consulta, fa notare Napolitano, che solo la settimana scorsa ha “per la prima volta annullato disposizioni” inserite nel Milleproroghe dell´anno scorso. E anche quest´anno, nota il presidente della Repubblica, si può andare incontro allo stesso rischio.
 
“In spirito di leale collaborazione istituzionale”, l´invito a Parlamento e governo – che è chiamato a esprimere il proprio parere sugli emendamenti presentati – è di attenersi “a criteri di stretta attinenza”. Anche adottando “opportune modifiche dei regolamenti parlamentari al fine di non esporre disposizioni, anche quando non censurabili nel merito, al rischio di annullamento da parte della Corte costituzionale per ragioni esclusivamente procedimentali ma di indubbio rilievo istituzionale”.
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